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L’Hacking Team italiano accusata di complicità con il regime etiope

 

Human Rights Watch torna all’attacco di Hacking Team, un’azienda italiana che fornisce ai governi programmi-spia per impadronirsi delle telecomunicazioni dei bersagli prescelti. Che in molti casi finiscono per essere le vittime di regimi dittatoriali come quello etiope.

La ricostruzione degli attacchi ad ESAT
La ricostruzione degli attacchi ad ESAT

UN REGIME SPIETATO – L’Etiopia ha il più alto numero di giornalisti imprigionati d’Africa dopo l’Eritrea, oltre a quelli che sono fuggiti o che sono stati uccisi e in teoria dovrebbe essere vietatissimo per le aziende occidentali vendere al regime che la controlla armi o attrezzature che possono essere impiegate nella repressione dei suoi cittadini. Test organizzati da Citizen Lab hanno determinato che i programmi dell’azienda sono invece usati per spiare il lavoro di ESAT, il canale radiotelevisivo della diaspora etiope, mettendo così a rischio sia chi vi lavora, sia chi fornisce loro le notizie dall’Etiopia. I test hanno dimostrato inoltre che il software ha ricevuto un update a fine 2014, il che indicherebbe una collaborazione recente tra l’azienda e il regime.

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ACCUSE RICORRENTI – La notizia non è nuova, ne aveva già parlato anche L’Espresso:

Human Rights Watch ha contattato l’azienda milanese chiedendo una serie di spiegazioni per chiarire quali pratiche Hacking Team abbia messo in atto per prevenire attacchi come quello documentato ai danni della televisione etiope anti-regime “Esat”. «Il governo etiope o la compagnia delle telecomunicazioni (Etc) ha mai contattato la Hacking Team chiedendole di fornire strumenti per le intercettazioni legali, per le intrusioni telematiche, per il controllo a distanza e per infettare [telefoni e computer, ndr]?», chiede esplicitamente Human Rights Watch all’azienda milanese attraverso una lettera riportata nel report.

Da tre anni l’azienda milanese finisce nelle cronache internazionali per la vendita di strumenti di sorveglianza, dopo che gli Spy Files di WikiLeaks hanno messo per la prima volta la Hacking Team sullo schermo radar di giornalisti e attivisti. L’azienda, però, respinge ogni addebito, sostenendo di non vendere i suoi prodotti a paesi che violano i diritti umani e a nazioni sotto embargo o che sono nelle liste nere di Stati Uniti, Unione Europea, Nazioni Unite e Associazione delle nazioni del sud est asiatico. «Nonostante lo scetticismo di alcuni attivisti», ha replicato l’azienda in risposta alla lettera di Human Rights Watch, «Hacking Team ha fatto un lavoro diligente per assicurare che le sue tecnologie non siano abusate o utilizzate in modo non appropriato». Peccato che non ci sia modo di verificare se quanto afferma la Hacking Team sia vero o meno: si deve crederle sulla parola.

LA REPRESSIONE RUGGISCE – Ora l’Etiopia si avvia alle elezioni e la pressione del regime si è fatta più severa, in particolare contro i giornalisti, tanto che nonostante la robusta autocensura l’anno scorso sono finiti in galera 22 giornalisti e 6 pubblicazioni sono state chiuse, per non contare i giornalisti che hanno lasciato il paese.

HACKING TEAM RISPONDE MALE – Le risposte dell’azienda ai rilievi di HRW sono state deludenti e l’organizzazione non manca di farlo notare, nonostante nel 2014 avesse comunicato di non collaborare o di sospendere la collaborazione con i governi scoperti ad «abusare» dei propri software, che senza supporto e aggiornamenti diventano presto obsoleti. Ora che si scopre che al governo etiope gli aggiornamenti continuano ad arrivare, Hacking Team si è rifugiatA dietro un muro di riservatezza commerciale e che «adotta precauzioni con ogni cliente per assicurarsi che non abusi dei nostri sistemi e indaghiamo quando emergono indicazioni di abusi», ma che «potrebbe essere abbastanza difficile arrivare ai fatti, visto che non operiamo sul campo con i nostri sistemi di sorveglianza per i nostri clienti». Affermazione che in pratica dice che le «precauzioni» vantate nella frase prima sono del tutto inefficaci, visto che l’azienda è in difficoltà nel sapere come i suoi sistemi sono impiegati davvero, tanto più che poi Hacking Team si rifugia dietro lo schermo delle «leggi in vigore nei paesi nei quali sono impiegati i sistemi» e dice di fare affidamento sulle organizzazioni e le leggi internazionali per la prevenzione degli abusi. Quello che non dice e che non riconosce Hacking Team, è che non si deve vendere software del genere a un regime come quello etiope e che invece l’azienda milanese ha diversi clienti ai quali fornisce sistemi utili alla repressione degli oppositori, ma nessuna policy e probabilmente nessun interesse ad impedire che se ne faccia un uso del genere, che è poi quello per il quale questi sistemi vengono acquistati.