conflitto d'interessi
|

Laura Boldrini e quel “femminismo” malinteso

Caro Collega, Cara Collega, come è noto, in questa legislatura si registra il numero più elevato di deputate, circa il 30%, così come si riscontra un significativo numero di donne che rivestono cariche e ruoli istituzionali prima ricorperti in via esclusiva quasi da uomini….

Inizia così la lettera che oggi la presidente della Camera Laura Boldrini ha inviato alle caselle mail dei vari parlamentari. La più alta carica di Montecitorio invita deputati/e a utilizzare le forme corrette di genere «ossia secondo il genere proprio della persona a cui si riferiscono». La presidente – come indica Boldrini stessa nella carta d’intestazione – ha da sempre fatto della questione di genere una virtù.

Ecco qui il pdf:

Stavolta però, con un certo orgoglio, Boldrini ha diffuso la sua iniziativa sui social. Su Twitter però non tutti hanno accolto bene il gesto. Anzi:

Sindaca? Assessora? La per “ministro”? E per il (pardon la) presidente di commissione come funziona?

Il rispetto della parità di genere è una mera questione (come sottolinea Boldrini nella sua lettera) di regole della “Guida alla redazione degli atti amminsitrativi“?

LEGGI ANCHE: “Io l’8 tutti i giorni”

In un paese in cui se sei donna e vuoi abortire hai non poche difficoltà, in una nazione in cui l’omosessualità viene, nella più bieca ignoranza, accostata alla pedofilia, in uno Stato in cui se vuoi gestire la tua maternità devi diventare un esperto ministeriale francamente la “a” a fine parola diventa l’ultimo dei problemi.

Il problema è che la presidente della Camera oggi lo rende come “il primo” dei problemi.

Come ricorda Sergio Lepri (ex direttore Ansa) Susanna Agnelli voleva essere chiamata (quando lo era) senatore. La più importante agenzia di stampa italiana non le ha dato retta e ha continuato a chiamarla “senatrice” per differenziarla dal nonno.  Non solo: nel suo primo anno di presidenza della Camera Nilde Jotti si faceva chiamare “il presidente” (accettò solo in seguito l’uso dell’Ansa, che la chiamava “la presidente”). L’articolo maschile tornò alla ribalta con Irene Pivetti. E oggi Susanna Camusso si fa ancora chiamare “segretario generale”. Lepri sul suo blog ricorda che ritenere l’adozione al maschile di una qualifica professionale come una conquista femminista sia «un errore che sorprende».

Significa infatti l’opposto; significa ritenere che una collocazione professionale sia importante solo se qualificata al maschile; che essere “ministro” dà autorità e non lo dà essere “ministra”. Un inconscio paradossale rigurgito di maschilismo da parte femminista.

Ha ragione. Ma se domani mi chiamassero “giornalisto” non mi sentirei offesa. Francamente me ne infischio. Davanti alle difficoltà del nostro Paese, davanti ai soliti pasticci e alla mancanza di rispetto verso l’appartenenza di genere (che perdura, basta semplicemente andarla a cercare) la richiesta di Boldrini suona arcaica. Sembra distaccata dai reali bisogni delle donne italiane. Le stesse donne che, sotto quel tweet, le replicano, senza comprendere l’hashtag usato dalla Presidente, quel  “#NonSiamoCosì”.

Il problema cara Presidente è un altro. In Italia, durante un colloquio di lavoro, alle donne chiedono (davanti ad una candidata) se ha intenzione di metter su famiglia o meno. Siamo un paese che conta un 70% di media di obiettori di coscienza di dottori negli ospedali,  in diverse Regioni, con punte del 90% nelle singole strutture. Siamo cittadini che subiscono un sindaco che vieta la minigonna.

Siamo un paese così. Dove si discute delle stesse cose da troppi anni.

Quando vogliamo smettere di esserlo?

 

(Photo Roberto Monaldo-LaPresse)