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Il Sud Sudan, lo strano caso di stato abortito

Il Sud Sudan è forse il primo caso al mondo di paese abortito sul nascere e passato senza soluzione di continuità dalla guerra per l’indipendenza a quella civile, un disastro che viene da lontano.

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UN PROGETTO DI LUNGA DATA – La secessione del Sud Sudan è stata fortemente perseguita e voluta da Stati Uniti e Gran Bretagna, che negli anni hanno imbarcato nel progetto l’ONU e la comunità internazionale e coinvolta anche la Cina in un progetto che a oggi può dirsi clamorosamente fallito. Un progetto che ha subito un’accelerazione dopo l’Undici Settembre, che tra le altre cose ha offerto a Washington uno strumento di pressione ulteriore sul regime di al Bashir. Con Khartum Washington era già giunta ai ferri corti perché il regime aveva ospitato Bin Laden e gli americani avevano lanciato un chiaro segnale al dittatore bombardando nel 1998 una fabbrica di medicinali, spacciata per uno stabilimento che produceva armi chimiche.

IL SERVIZIEVOLE DITTATORE – Dopo il 9/11 Bashir mette così a disposizione della War on Terror i suoi servizi segreti e diventa improvvisamente molto disponibile a trattare la secessione del Sud, da quasi 20 anni impegnato in una guerra per la secessione. Il Sudan era ed è ancora enorme, all’epoca era il paese più vasto d’Africa, titolo ora passato all’Algeria, disegnato dai colonizzatori racchiudeva entro i suoi vastissimi confini popolazioni etnicamente diversissime, da quelle arabe nel Nord fino a quelle tipicamente subsahariane abitate etnie nere e nerissime. Il Sud era effettivamente trascurato dall’amministrazione dello stato, tanto che al momento dell’indipendenza non c’era una sola strada asfaltata al Sud, ma per raccogliere il sostegno delle opinioni pubbliche occidentali si lavorò per inquadrare il conflitto come liberazione dei «cristiani» del Sud dalle angherie dei «musulmani» del Sud. Per finanziare la guerriglia sudista una svelta baronessa britannica, lady Caroline Cox, patrona dell’associazione Christian Solidarity International (CSI), raccolse fondi presso i timorati di Dio dicendo che servivano a ricomprare e liberare i cristiani schiavizzati dai musulmani cattivi. Organizzò anche liberazioni a favor di media in loco, fino a che si scoprì che era tutta una montatura, che non c’erano schiavi e che i soldi raccolti venivano usati per comprare le armi che dalla Gran Bretagna erano esportate in Uganda a pezzi (di ricambio) e lì assemblate per armare i sud-sudanesi. Quattro importanti testate anglosassoni chiesero scusa ai lettori per esserci cascate, l’ONU mise al bando la CSI e la baronessa le cambiò nome in Christian Solidarity Worldwide, che tornò accreditata alle Nazioni Unite.

IL PETROLIO COME INCENTIVO – Il piano per la secessione del Sudan comprendeva un incentivo formidabile, che avrebbe dovuto dare anche ossigeno a un paese che nasceva privo di qualsiasi infrastruttura, un’immensità priva di strade asfaltate nella quale convivono diverse etnie non necessariamente «cristiane»: il petrolio. Settecentomila (700.000) lavoratori cinesi hanno invaso il paese all’inizio del secolo e hanno costruito un oleodotto che va dai campi petroliferi del Sud Sudan a Port Sudan, trasformato in un hub petrolifero moderno dal quale la produzione sudanese prende la via dei mercati internazionali. Il Sud Sudan non ha sbocchi sul mare, ma aveva la maggior parte del petrolio, il pagamento per il trasporto del petrolio fino a Port Sudan fornisce un’ulteriore entrata al bilancio di quel che rimane del Sudan, che ha dovuto rinunciare alla maggior parte del petrolio. Petrolio che va per lo più in Asia, ma che è estratto e venduto da cinesi, indiani, britannici e persino svedesi.

LA CRISI DEL DARFUR – L’accordo portava con sé anche lo sdoganamento di al Bashir, a lungo sulla lista dei cattivi, ma quando ormai era giunto al suo compimento è scoppiata la crisi del Darfur. Il Darfur è grande come la Francia, ma ospitava appena 4 milioni di persone divise in tribù ed etnie quando nel 2003 è stato scosso da un conflitto che ha messo gli uni contro gli altri gli abitanti e ne ha spinto alla fuga la metà in Ciad e Repubblica Centrafricana. Il conflitto del Darfur è stato venduto in Occidente come l’ennesima levata d’ingegno di musulmani cattivi contro, questa volta, diversamente musulmani perché cristiani non ce n’erano. Seguendo le cronache quello che emergeva era un conflitto degenerato in guerra civile totale dopo che per anni la regione era stata scossa dai conflitti tra il Ciad di Deby, il Sudan di Bashir e la Libia di Gheddafi, in particolare dal montare degli attriti tra il ciadiano e il sudanese. Nel 2003 e anche in tempi più recenti dal Darfur sono partiti attacchi che sono arrivati fino alla capitale e la risposta del regime è stata quella di arruolare le popolazioni non coinvolte negli attacchi in una guerra senza quartiere a quelle che supportavano la ribellione.