Michele Pini, quando un lavoro vale più di un contratto da calciatore

03/03/2015 di Maghdi Abo Abia

Abbandonare il calcio e scegliere la fabbrica. È la storia di Michele Pini, ventotto anni, difensore del Lumezzane, che ha scelto di appendere gli scarpini al chiodo per non perdere l’opportunità di un posto fisso, nella fattispecie operaio. Il giocatore rivendica la scelta, sicuramente importante. «Avevo anche pensato di finire la stagione ma rischiavo di perdere il posto e non immaginate neanche che coda c’è oggi per un contratto di lavoro». Una scelta forte e quasi fortunata, visto ciò che accade ai calciatori che non riescono a trovare la propria strada dopo il ritiro.

Michele Pini, quando un lavoro vale più di un contratto da calciatore
Michele Pini con la maglia del Lumezzane (Gianluca Checchi – LaPresse)

Come racconta Sport Mediaset da lunedì il nuovo campo da gioco di Pini sarà una fabbrica di Manerbio che si occupa di stampi in alluminio per la termoformatura. Una vita forse meno emozionante di quella di un calciatore, ma sicuramente più redditizia. E non solo dal punto di vista economico. Con il nuovo contratto da operatore meccanico Pini guadagnerà quanto prendeva dal Lumezzane, circa 2.000 euro al mese. La prossima paternità l’ha spinto ad una scelta più sicura rispetto al contratto da calciatore, in scadenza il prossimo 30 giugno.

Il mondo del calcio non è fatto solo di soldi, sponsor, lusso. Basta poco per far finire la magia e riportare tutto alla sua giusta dimensione: allenamenti, maltempo, infortuni, fatica, difficoltà economiche. Ezequiel Lavezzi è una stella del calcio europeo e mondiale, oltre che vice-campione del Mondo. Eppure quando aveva 16 anni, nel 2001, dovette abbandonare il suo sogno per diventare elettricista. All’epoca ottenne un accordo con la Fermana ma dovette rinunciare all’Italia a causa di problemi burocratici legati al proprio passaporto. Andò nelle giovanili del Boca Juniors ma non si trovava bene. A quel punto decise di aiutare il fratello per tre mesi armeggiando tra cavi, prese e fili. La parentesi durò solo tre mesi. Grazie all’incontro con Eduardo Rossetto e Alejandro Mazzoni si trovò tre anni dopo nella Nazionale Argentina Under-20.

Rimanendo in Italia, prendiamo il caso di Moreno Torricelli. Tre scudetti, due Coppe Italia, due Supercoppe Italiane, una Coppa Uefa, una Champions League, una Supercoppa Uefa, una Coppa Intercontinentale. All’inizio degli anni ’90 gioca a calcio nella Caratese, in Serie D, e per mantenersi fa il falegname in una fabbrica di mobili della Brianza. Tutto cambia dopo un’amichevole tra Caratese e Juventus. Nella primavera del 1992 viene convocato dai bianconeri per tre amichevoli e viene poi acquistato per 50 milioni di lire.

Un altro che abbandonò il calcio a causa delle motivazioni ormai svanite fu Gianni Comandini, attaccante protagonista del derby Inter-Milan 0-6. A 28 anni, nel 2005, decise di appendere gli scarpini al chiodo e di vivere una nuova vita, a causa dell’ambiente nel suo mondo. Zaino in spalla e guide in mano, l’attaccante girò il mondo concedendosi alcuni dei più bei paradisi terrestri. Oggi è disc jockey a Cesena in un teatro dell’800 ristrutturato insieme ad alcuni amici.

Queste sono alcune storie di un mondo, quello degli ex, che deve riciclarsi nella vita reale. Come spiega Repubblica secondo la Figc i calciatori disoccupati dal 2010 al 2013 hanno raggiunto quota 30.000. Licenziati, svaniti dagli almanacchi, ormai estranei al mondo del pallone. Alla ricerca di uno scopo. Mamadou Sakho, ultimo anno al Nardò, in Serie D, venne arrestato a Galatina, provincia di Lecce, per aver rubato  due pacchi di pasta, tre buste di latte, merendine, biscotti, zucchero e caffè, il triste bottino della sua disperata rapina. Finita male.

Un altro ex in difficoltà è stato Enrico Morello, in Serie A a Parma sotto la guida di Ancelotti. Dopo una serie di avventure concluse con il fallimento delle società in cui ha giocato (Spal, Reggiana, Torres e Lucchese) ha smesso di giocare rifugiandosi in un paesino dell’Emilia Romagna, da disoccupato, nel marzo 2014. Antonio Gulino, 125 goal in carriera, grazie al diploma all’istituto alberghiero ha avuto la possibilità di trovare un lavoro. Ma sente di essere fortunato: «È andata peggio ad alcuni miei colleghi iscritti da anni all’ufficio collocamento. Qualcuno fa la fila davanti ai cantieri. Il lavoro manca per tutti. Figuriamoci per chi ha trascorso la vita a rincorrere una palla». Ed un lavoro sicuro val bene un sogno.

 

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