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Libia, l’Italia ora cerca un grande diplomatico per evitare la soluzione militare

Libia, dopo la riunione di ieri al Consiglio di Siucrezza dell’Onu – che viene definita “una vittoria italiana” perché senza il pressing dell’inviato speciale Bernardino Leon il Consiglio di Sicurezza non avrebbe nemmeno “preso in mano il dossier” – ora l’Italia punta a “far salire di livello” lo sforzo diplomatico per la soluzione del conflitto nel paese del Mediterraneo: e se è vero che la soluzione deve essere necessariamente diplomatica e non militare è altrettanto vero che a questo punto per sbloccare la situazione sul piano internazionale c’è bisogno di “un grande nome”.

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LIBIA, ORA SERVE UN GRANDE NOME – “Un Clinton, un Blair, un Solana“, scrive Repubblica citando fonti governative: “Con tutto il rispetto per il buon lavoro di Leon, adesso il futuro della missione va lasciato nelle mani di qualcun altro”. L’unica cosa sicura è che questo grande diplomatico non potrà essere Romano Prodi: fra il premier e l’ex presidente del Consiglio i rapporti sono “ai minimi”. “Noi stiamo lavorando perché la missione venga dotata di un mandato, dei mezzi e delle risorse in grado di accelerare il dialogo politico”, ha detto ieri in Aula alla Camera Paolo Gentiloni, riferendosi alla Unsmil, il progetto dell’Onu per la Libia, che il governo italiano vorrebbe “upgradare” pensando ad una Unsmil II, riveduta e corretta. Nella cornice di questa nuova iniziativa dell’Onu, dicono ancora esponenti del governo e della diplomazia, “l’Italia è pronta ad assumere un ruolo guida nella cornice dell’iniziativa Onu”. Ma, scrive Vittorio Zucconi su Repubblica, prima di vedere significativi miglioramenti nella situazione libica, bisognerà che a scendere in campo siano i paesi del Golfo Arabo.

Le sole nazioni che potrebbero detenere le chiavi di una soluzione, almeno temporanee, non erano e non sono presenti al Consiglio di sicurezza, e sono l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. Come già avvenne in Iraq, quando il disastro parve temporaneamente fermarsi, non furono i proiettili e i missili americani a scuotere i clan sunniti, ma le bordate di dollari che piovvero su di loro sganciate dai Sauditi. Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, figlie di intenzioni nascoste, di code di paglia, di calcoli cinici come quelli di Putin, ben lieto di vedere gli europei e gli americani impigliati in un problema che allontana l’attenzione dall’Ucraina e dall’espansione dei confini russi verso Ovest, serviranno soltanto se nel caos libico, nel crogiolo dei due governi, dei due parlamenti, degli almeno 14 clan che si contendono la Libia, pioveranno carote, prima che bombe

Questo perché l’Onu, proverbialmente, è bloccato dai veti incrociati, con Vladimir Putin che risulta ben contento nel vedere l’attenzione dei paesi occidentali allontanarsi dal fronte Ucraino.

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LIBIA, NO ALL’INTERVENTO MILITARE – Un punto fermo della giornata di ieri è che l’Onu non appoggia lo sforzo militare un po’ “anarchico”, se così possiamo dire, dell’Egitto in Libia.

Non è all’ordine del giorno un intervento militare in Libia, dopo le operazioni aeree in atto in Siria e in Iraq. Ci ripensa perfino l’Egitto. Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi aveva ordinato un raid della sua aviazione in Libia per vendicare i 21 egiziani di religione cristiana (copti) decapitati dai jihadisti. Poi Al Sisi aveva evocato la necessità di un intervento militarecontro le basi islamiste in Libia, con la legittimazione di una risoluzione Onu. Si è accorto di non avere consensi sufficienti in seno al Consiglio di sicurezza e neppure tra gli alleati arabi.

Il consenso dei paesi arabi per ora si stabilizza sull’idea di una risoluzione che rimuova l’embargo riguardante il mercato delle armi a carico della Libia; secondo Al Jazeera, però, “molti al tavolo del Consiglio di Sicurezza affermano che prima di tutto bisognerà affrontare il problema dei due governi rivali della Libia”. Ovvero, senza un accordo di unità nazionale che renda chiaro qual’è l’entità con la quale la comunità internazionale dialoga, nulla cambierà nello scenario libico.

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LIBIA, MILIZIANI SUI BARCONI? – Nel frattempo la tragedia degli sbarchi continua a preoccupare, sia per il peso umanitario che per le ipotesi di rischio militare; scrive il Guardian che “le preoccupazioni riguardanti la crescente presenza di combattenti dell’Isis in Siria e paure non meglio chiarite riguardo una possibile infiltrazione di militanti nelle navi dei migranti potrebbero rendere possibile il raggiungere ciò che le preoccupazioni umanitarie non sono riuscite a fare”. Il bandolo della matassa è sempre nel potenziamento del programma Triton che ha sostituito l’operazione Mare Nostrum, ma l’idea che terroristi dell’Isis possano nascondersi nei barconi inizia a non trovare più molto credito fra gli esperti: “L’intelligence italiana non ritiene al momento fondata, tanto per fare un esempio, la notizia di terroristi jihadisti pronti a mischiarsi nei barconi dei disperati che tentano la sorte nella traversata del Mediterraneo. Per gli uomini del Califfo ci sono modi meno rischiosi per arrivare in Italia, senza contare la certezza di essere controllati al momento dello sbarco”, chiude Repubblica.

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