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Il caso US Boreale, dalla Real Fettuccina a “Gastone”: a perdere sono solo i ragazzi

In tempi in cui più o meno tutte le squadre di Serie A si attivano per avere uno stadio di proprietà sulla scia di quanto fatto dalla Juventus, c’è una squadra a Roma che non ha più il campo. Parliamo della U.S. Boreale 1946 A.S.D. che dal 2003 ospita i suoi 300 iscritti dalla scuola calcio alla Promozione – prima nel girone A a quota 47 punti – nel centro sportivo “Il Trifoglio”, in viale di Tor di Quinto 57, teatro degli scontri avvenuti il 3 maggio prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina costati la vita a Ciro Esposito e luogo in cui viveva Daniele De Santis, ex ultrà della Roma accusato dell’omicidio del giovane tifoso napoletano. L’area in questione doveva già essere liberata nel giugno scorso, ma poi non se n’è fatto più nulla fino a dicembre, quando l’inchiesta Mafia Capitale e le indagini sulle frequentazioni di De Santis hanno dato un’accelerata allo sgombero. Fuori tutti: la società di produzione cinematografica, il locale da ballo, il circolo di estrema destra. E anche la Boreale, che si è sempre dichiarata assolutamente estranea agli episodi delittuosi e che ora non sa dove far allenare e giocare i suoi ragazzi. Mancano addirittura le maglie da gioco, lasciate in un magazzino: «La situazione si sta facendo sempre più critica. Abbiamo tutte le categorie dislocate in giro per Roma, ci stanno ospitando a pagamento e la società è andata incontro a grandi costi. La Promozione si allena al Salaria Sport Village e gioca le partite all’Accademia Calcio a Settebagni» – ci dice il direttore sportivo della Boreale Maurizio Villi – «Stiamo facendo i gitani, aspettiamo una risposta del Comune per avere modo di rientrare nel nostro campo, almeno per finire i campionati. La nostra è una società che ha 70 anni di storia, siamo stati trattati malissimo, nessuno si è preso la responsabilità di farci tornare lì».

Boreale (2)

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In realtà la situazione è ben diversa: la Boreale è in quell’area dal 2003 in maniera abusiva, la società calcistica vincitrice del bando per la gestione dell’impianto sportivo comunale si chiama Real Fettuccina F.C., così come confermato dal Consiglio di Stato del 20 dicembre 2011 (qui il testo). L’associazione sportiva in questione aveva infatti aperto una vertenza nei confronti di Roma Capitale per mancato adempimento della sentenza che la vede assegnataria del bando e i giudici le hanno dato ragione. Nel provvedimento leggiamo inoltre che sulla testa del comune pende una multa. Salatissima:

Si reputa […] equo che la misura della sanzione pecuniaria cresca progressivamente, in caso di prolungamento dell’inottemperanza, nella misura del 50% , ogni quindici giorni, con riferimento alla base data dall’importo progressivamente rideterminato.

Ne deriva che, in caso di perdurante inadempimento allo spirare dei quindici giorni iniziali, la sanzione sarà computata, per i quindici giorni successivi, nella misura di 450 euro (300+150) mentre sarà di 675 (450+225) nei quindici giorni ancora posteriori e così via seguitando.

A conti fatti stiamo parlando di 800 (ottocento) milioni di euro circa. Insomma non ci sono soltanto «300 gitani del calcio» che hanno pagato una retta e ora vagabondano per la città in cerca di uno spogliatoio libero e di un campo su cui giocare – la maggior parte di loro è minorenne oppure non ha ancora la patente e i genitori sono così costretti agli straordinari. Ma c’è anche un danno economico che grava sui contribuenti. Il direttore sportivo ammette: «Ci prendiamo le nostre colpe: all’inizio c’è stata un po’di superficialità ma siamo lì da più di dieci anni e abbiamo investito tanto per ristrutturare il centro. Eravamo in buona fede: pensavamo si risolvesse tutto a nostro favore». Tra la Boreale e la Real Fettuccina c’era infatti una sorta di accordo tacito, un patto di non belligeranza che permetteva ai primi di usare il campo e ai secondi di mantenerne i diritti. Fino a che i fatti di cronaca non hanno scoperchiato l’abuso. Ingenuità o meno, i ragazzi della Boreale non ci stanno, hanno scritto una lettera aperta pubblicata dalla Gazzetta dello Sport appellandosi alle autorità, e ora attendono di ritrovarsi, tutti insieme, sullo stesso campo.

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Photocredit copertina Pagina Facebook U.S. Boreale