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Ma Renzi può fare a meno di Ncd al Senato? (I NUMERI)

Il malcontento del Nuovo Centrodestra nei confronti di Matteo Renzi per il metodo utilizzato nell’indicazione di un candidato alla presidenza della Repubblica ha inevitabilmente sollevato interrogativi sul reale peso in Parlamento del partito di Angelino Alfano. Da quando il premier ha chiuso la porta ai nomi per il Quirinale indicati dal ministro dell’Interno e da Silvio Berlusconi, infatti, alcuni parlamentari centristi hanno chiesto le dimissioni di Alfano da ministro ed un allontanamento dalle posizioni del Pd e del suo leader, accusato di un comportamento arrogante nei confronti degli alleati. Renzi, dal canto suo, ha risposto alle critiche con parole velenose, affermando di non essere intenzionato a perdere tempo «con i partitini» e li ha invitati a «leccarsi le ferite» senza mettere in discussione il percorso delle riforme. Dunque, la domanda: uno strappo netto o uno sgambetto in Parlamento di Ncd può compromettere la tenuta della maggioranza?

 

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RENZI IN MAGGIORANZA SENZA NCD – Stando a quanto raccontato sul Corriere della Sera la linea dura del premier nei confronti del partito di Alfano in realtà nasconderebbe la consapevolezza di essere in grado di ottenere consenso anche da maggioranze diverse da quella attuale. Secondo il retroscenista Francesco Verderami nel corso della partita del Quirinale Renzi aveva già pronto un piano alternativo da attuare nel caso Ncd avesse rotto con il centrosinistra negando il voto a Mattarella o ad altro candidato:

Qualora Alfano avesse rotto, il leader del Pd avrebbe rivolto un appello a deputati e senatori sparsi nei due emicicli in ogni dove, per invitarli a dare alle riforme un orizzonte: «Orizzonte 2018», ecco il nome. Giusto per dare una mano di vernice ai Responsabili. Visto com’è andata poi la sfida Quirinale, per ora Renzi non ritiene necessario portare l’operazione a compimento. Ma non c’è dubbio che la manovra sia già stata messa a punto. Ieri lo ammetteva candidamente un autorevole esponente del Pd: «In caso di necessità al Senato i numeri ci sono. Anche senza il Nuovo centrodestra». E visto che i Responsabili vanno prima responsabilmente responsabilizzati, vuol dire che — tra un voto sulla legge elettorale e i voti per il successore di Napolitano — il premier si era portato avanti. Preparare un piano non significa però metterlo immediatamente in atto, basta minacciarlo.

Insomma, i Responsabili del premier potrebbero far scattare in ogni momento la tenaglia, al primo tentativo di Alfano di alzare il tiro contro il governo. E ciò, come ricostruisce la stampa, spiegherebbe in parte anche la sicurezza ostentata dal ministro Maria Elena Boschi, quando nei giorni scorsi sottolineava che «la maggioranza è autosufficiente». C’è da credere a questo scenario?

 

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RENZI SENZA NCD E SENZA MAGGIORANZA – Per farsi un’idea è opportuno rivedere la composizione dei gruppi parlamentari di Palazzo Madama, dove la soglia della maggioranza assoluta è fissata a quota 161 seggi, il 50 per cento dei 121 senatori (315 eletti e 6 senatori a vita). Il Partito Democratico conta al Senato ben 108 seggi (107 voti se si considera che il presidente del Senato, per consuetudine, non partecipa alle votazioni). Ad essi vanno aggiunti i 7 seggi di Scelta Civica, i 3 dei Socialisti, i 6 delle minoranze linguistiche (Svp, Upt, Patt e Uv). Si arriva così a 123. Numero che aumenta se si considera, poi,  il seggio del Maie (Claudio Zin), i 3 senatori eletti in Scelta Civica ed iscritti al gruppo Per le Autonomie (Andrea Olivero, Lucio Romano e Maria Paola Merloni). La somma raggiunge a questo punto quota 127 seggi, esattamente 34 in meno di quanti necessari per raggiungere la maggioranza. Uno spazio incolmabile se si considera che Sel conta solo 7 senatori e che nulla cambierebbe anche se si unissero alla coalizione di centrosinistra i 6 senatori ex Movimento 5 Stelle che hanno votato, insieme al partito di Renzi, Mattarella alla presidenza della Repubblica. Ecco: i 36 membri di Area Popolare (Ncd e Udc) risolverebbero ogni problema aritmetico.

(Foto di Roberto Monaldo da archivio LaPresse)