Sessantuno punti di gloria

4 febbraio 2009

Il record di Kobe Bryant al Madison Square Garden: “Ti toglie il respiro: era grandioso essere in campo con lui”. Un’altra straordinaria prova individuale, agrodolce consolazione per un’altra stagione perdente

It’s gotta be the shoes!” (“Devono essere le scarpe!”) recitava Mars Blackmon, personaggio del film Lola Darling interpretato da un giovane Spike Lee, in un popolarissimo spot Nike di fine anni ’80 e inizio anni ’90, nel quale si interrogava su quale fosse il segreto dell’incredibile talento cestistico di Michael Jordan. Alla luce di quanto avvenuto lunedì notte in un incontro del campionato NBA, si potrebbe prendere in prestito la frase del buon Mars e trasformarla in “Dev’essere l’atmosfera del Madison Square Garden“. Il MSG, o più semplicemente “The Garden”, come è chiamato amichevolmente dal pubblico newyorkese, quella struttura situata in quel di Manhattan che, pur avendo cambiato più e più volte location, non ha mai perso la sua aura leggendaria. Al Garden si incontrarono Joe Frazier e Muhammad Ali, ma anche Clubber Lang e Rocky Balboa in Rocky III. Al Garden si svolse la convention democratica del 1992, che portò fortuna a Clinton, ma anche quella repubblicana del 2004, che portò fortuna a Bush. Al Garden, o meglio al Garden IV, inaugurato nel 1968, giocò la prima partita da professionista il già citato Michael Jeffrey Jordan, segnando 33 punti, ma anche una delle sue più belle, nel 1995, anno del suo (primo) ritorno in campo, quando ne mise a referto 55 nella sua quinta partita e stabilì il record di punti segnati da un giocatore non appartenente alla squadra di casa (quello è di Bernard King, che ne infilò 60 nel 1984, il giorno di Natale).

36 PER 61 = ? – Al Garden, lunedì sera, si è nuovamente scritta la storia. La partita era tra i padroni di casa, i New York Knickerbockers allenati dal “nostro” Mike D’Antoni, quest’anno impegnati nella (relativamente semplice) impresa di fare meno schifo che durante la disastrosa gestione Isiah Thomas, e i mirabolanti Los Angeles Lakers, rappresentanti del bel gioco, finalisti lo scorso anno, migliore squadra della costa ovest e tra le più temibili di tutta la National Basketball Association. Il risultato finale, 126 a 117 per i californiani, oltre a essere quantomeno prevedibile, non rivela l’evento storico avvenuto nei quarantotto minuti di gioco. La storia, ancora una volta, è legata alla performance della stella più lucente dei Lakers, quel Kobe Bean Bryant figlio-di-Joe-JellyBean-Bryant-che-giocò-in-Italia, quel numero 8 poi diventato 24 che vinse tre titoli consecutivi con l’aiuto (fondamentale) di Shaquille O’Neal, quella superstar che sulla carta è il miglior giocatore di palla al cesto del pianeta e che è già stato capace di inanellare 81 punti (seconda migliore prestazione della storia, dopo i 100 di Wilt Chamberlain). E che, lunedì sera, proprio a New York, proprio al MSG, proprio di fronte al malcapitato Danilo Gallinari, ha deciso di segnare la bellezza di 61 punti. Sessantuno, e arrivederci e grazie ai record di Jordan e di King. Sessantuno punti in trentasei minuti e quarantotto secondi sul campo, con 19 realizzazioni su 31, compresi tre tiri da tre punti, cui si aggiungono i 20 tiri liberi messi a segno. Una prestazione che è riuscita a colpire i solitamente freddi, cinici e poco amichevoli tifosi newyorkesi, che di solito sono più a loro agio a insultare gli avversari che non applaudirli, questa volta unanimi nel dedicare a Bryant una standing ovation e a gridare, in più di un’occasione, la parola “MVP“. Anzi, alcuni dei presenti neppure volevano abbandonare lo stadio.

“E’ UN ESSERE GRANDIOSO!” – Già nei primi cinque minuti della partita si è capito che ci sarebbe stato solo Kobe,” ha dichiarato Phil Jackson, allenatore di Los Angeles. “È stato infuocato fin dall’inizio. E ha finito nello stesso modo”. Parole che provengono da un coach, prima di vincere tre anelli di campione con i Lakers, sedette sulla panchina degli imbattibili Chicago Bulls di Jordan-Pippen-Rodman, una delle più forti formazioni ad aver mai calcato il parquet dai tempi in cui un insegnante di nome James Naismith decise di inventare lo sport poi trasformatosi in pallacanestro. “Ti toglie il respiro: era grandioso essere in campo con lui” ha affermato Lamar Odom, compagno di squadra di Kobe, cresciuto nel Queens da tifoso dei Knicks. Kobe Bryant non è nuovo a serate di questo genere. Anzi, lunedì sera è stata la ventiquattresima partita della sua carriera da più di 50 punti, la sua quinta da più di 40 al Madison Square Garden. È noto che sappia segnare, quando necessario. E che, talvolta, debba caricare sulle proprie spalle l’intero peso gialloviola, pur nel rispetto del desiderio, più volte espresso da Phil Jackson, di coinvolgere quanto più possibile i compagni di squadra (lo scorso mese, per Bryant, quattro partite consecutive con almeno 10 assist, cosa che gli ha fatto guadagnare l’appellativo di “Kobe Nash”, con riferimento al playmaker dei Phoenix Suns).

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