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Charlie Hebdo: stupido è chi lo stupido fa

Ha fatto molto discutere un editoriale del Financial Times in cui, con parole più o meno caustiche, si cercava di porre sul tavolo una questione un po’ cretina, ma tant’è, oggi siam messi così:

A netto del fatto che gli assassini tali sono e tali rimangono, diceva l’editorialista, quelli di Charlie Hebdo – in breve – hanno esagerato a provocare i musulmani in quel modo, in maniera un po’ stupida editorialmente.

Per fortuna che tutte le altre religioni da loro provocate l’hanno presa bene, verrebbe da dire.

Si potrebbe liquidare la questione così, e invece no. Perché sotto l’editoriale del Financial Times e sotto l’attacco a Charlie Hebdo, a parte la stupidità di chi pensa che imbracciando i mitra si ottenga qualcosa, c’è un problema culturale più ampio, un altro tipo di stupidità, che è esplosa in tutta la sua drammaticità nelle ore immediatamente successive all’attentanto.

Oggi la satira che ruolo ricopre nella società?

Dice Treccani che la satira è

Composizione poetica che rivela e colpisce con lo scherno o con il ridicolo concezioni, passioni, modi di vita e atteggiamenti comuni a tutta l’umanità, o caratteristici di una categoria di persone o anche di un solo individuo, che contrastano o discordano dalla morale comune (e sono perciò considerati vizi o difetti) o dall’ideale

La satira fa riflettere, dunque, chiunque abbia gli strumenti per comprenderla. Quando è ficcante, e la maggioranza del pubblico al quale si rivolge è in grado di comprenderla, può – forse – cambiare qualcosa.

Può. Forse.

Da cosa dipendono questo “può” e questo “forse”? Dipendono dalla cultura di chi fa la satira e di chi la legge. E quella cultura, non è certo solo la satira a definirla, crearla, plasmarla, renderla viva.

La cultura ha due ambiti di definizione ben precisi: se da un lato si descrive come la summa delle conoscenze di un determinato popolo a una certa data (semplificando molto), dall’altro, per le discipline sociali, si è da sempre indagata la correlazione fra queste nozioni e le specificità degli individui che le esprimevano, rielaboravano e rimettevano in circolo, sia individualmente che come gruppi sociali.

La questione è complessa. Troppo complessa per essere ricondotta alla sola satira, che nel processo di formazione di quella stessa cultura ha un ruolo ambivalente, mediano, anzi, di mediazione.

E allora diciamo che non è stato Charlie Hebdo a essere stupido. I veri stupidi siamo stati noi, che con la nostra scarsa cultura, in ogni senso la si voglia intendere, abbiamo scardinato il ruolo della satira, lasciandola sola davanti a una realtà (drammaticamente) troppo poco equipaggiata per intenderne non solo il senso, ma anche il ruolo.

Inutile oggi difendere la libertà di parola brandendo matite, quando di quella libertà di parola, non capendone il senso, abbiamo fatto macerie, ogni qual volta si è criticata una vignetta perché non ci piaceva il tema, perché non avevamo voglia di capirne il senso, o – peggio – perché non lo abbiamo capito affatto.

E’ stata questa mancanza fondamentale a lasciare sola la satira difronte alla stupidità: quella di chi la crede giornalismo tout court, quella di chi non la capisce, quella di chi non vuol capirla perché non gli conviene.

Il nostro ruolo era quello di proteggere la satira coltivando la nostra intelligenza collettiva e non lo abbiamo fatto. Lo si capisce dai distinguo che qualcuno fa sulla satira stessa: se è “offensiva” sul serio (e non solo perché non è stata capita), vista la definizione che abbiamo visto sopra, una vignetta, una battuta, non è satira. E’ solo volgare comicità di basso rango. In questa differenza dimenticata c’è tutta la nostra colpa, come società e come individui.

E poco risolve, oggi, puntare una matita verso il cielo.

 

(L’immagine di copertina è di Benjamin Lacombe, ed è stata modificata al solo scopo di preservare la firma in visione di testata)