Storia di Mohamed Shoaib Zameer. E del Kahmir. Dalle sua viva voce
(le foto sono dell’autore e sono state scattate durante un viaggio in Pakistan)
RAWALPINDI (Pakistan) - «Avevo 24 anni. A casa mia, il massimo dell’arma che avessimo mai avuto era il coltello da cucina. Una lama non più lunga di una spanna. Dei Kalashnikov nessuno aveva mai sentito parlare», Mohamed Shoaib Zameer è mezzo disteso su un polveroso tappeto. I gomiti affondati in cuscini altrettanto sudici. Abbiamo appena terminato un pantagruelico pasto. Tutto speziatissimo, tutto eccellente. Shoaib stesso ha cucinato. Per un occidentale cristiano, si tratta di un trattamento di alto riguardo. Il galateo kashmiro prevede questo e altro. Da queste parti l’ospite è sacro. E ogni suo desiderio deve essere esaudito. Approfittando di questa libertà, decido di farmi raccontare dal padrone di casa la sua storia.
IL MUJAHEDDIN – «Shoaib – gli chiedo – come si diventa Mujaheddin?». «Vivevo in un piccolo villaggio del Kashmir. I miei parenti erano tutti agricoltori, gente di pace, dedita alla cura della propria terra. Poi arrivò la notizia dell’impiccagione di Sheikh Maqbool Bhat, ucciso e sepolto a Delhi. Era amico di mio padre. Gli indiani non restituirono nemmeno il corpo alla famiglia». Bhat era l’indipendentista kashmiro fondatore del Jammu Kashmir Liberation Front (Jklf), un movimento di attivisti, presente a livello di lobby anche in Europa e che per l’India resta un gruppo terroristico. Il suo comandante, Bhat appunto, è stato giustiziato nel 1984. Molti altri esponenti hanno trascorso decenni nelle galere indiane. «Scesi in piazza per protestare. Gridavamo: India India, hi hi! (Abbasso l’India! Abbasso l’India! Ndt). Eravamo solo dei giovani che manifestavano pacificamente». I ricordi di Shoaib poi si fanno ancora più plumbei. «Un giorno venni a sapere che la polizia indiana aveva preso d’assedio una scuola, in un villaggio vicino Srinagar. I soldati avevano circondato l’edificio. Erano entrati e avevano stuprato le 14 ragazze ancora rifugiate nelle aule».




