Cultura

That’s the way, i like it

4 febbraio 2009

Un uomo in una grande città, che lavora in un giornale. Ricatti, pioggia sporca, colori. E poi un fotografo e una donna. Un accordo. E poi tutto va come deve andare. When you take me by the hand, tell me I’m your lovin man

Derecha, izquierda, arriba, abaco, aì, aì, assì, assì ovvero pure il posto del torto era già occupato

La vita è una guerra per bande. La giustizia non esiste se non nella misura di ciò in cui la gente vuole credere, non di ciò che c’è. L’errore di chi è preposto a giudicare è sempre bandito, se a esser giudicati sono gli altri. C’è sempre qualcosa dietro, altrimenti questo significherebbe vivere liberi perché fortunati a non essere incappati nella giustizia. C’è sempre allora. Ci deve essere. Questo vale per gli stronzi, per me faccio senza.

Questo e poche altre cose costituiva la weltanschauung, la filò spicciola, il kit minimo della realtà cui guardava le pudende tutti i giorni di un uomo giunto alla quarantina nella grande città. Quella dove succedevano le cose, dove succedeva tutto perché tutto quello che vi succedeva assumeva subito importanza, gli si dava subito inevitabilmente l’aria. Spinto dalla compagna di una vita a mettersi in gioco. Quante volte gliel’aveva ripetuto che poteva, che era bello e tutte le qualità adatte a sfondare nel gran mondo e pure con le donne. Lui alla fine l’ aveva accettato, dolorosamente, che questi inviti all’autostima erano biglietti di sola andata per lasciarla. A capire aveva capito subito. Ma, sapete, la giustizia come viene, non le si crede, non gli sembrava giusto. “Troverai una moglie ricca che ti mantenga, vedrai“. E così da aspirante mantenuto s’era avviato come un personaggio di Capra all’incontrario in città.

Una lettera ricattatoria in pratica. Minacciava quella persona al telefono di far uscire sul giornale che aveva l’aids e pretendeva soldi in cambio per non pubblicarla. S’era trovato un buco, un giornale, dove lavorare. Cronaca nera e poi la giudiziaria perché fortuna sua sapeva i termini. Quando aveva cominciato a far sul serio e i nomi, giudici, avvocati e gran porcate, l’avevan battezzata satira ed era andato tutto a posto. Non disdegnando sempre più uno sguardo nel costume, e pure dentro, i costumi. Era stato lì in redazione che gli avevano trovato un soprannome. Il Rabbino, per via dei riccioletti. Nelle tempie e, dicono, pure sullo stomaco. Ora l’avevano licenziato e stava a fa i cartoni fuori Mc Donald’s. Qualche ricatto come ai bei tempi, in attesa di un bel pollo. Dicendo d’essere ancora al giornale. La gente che ne sa chi firma, che ne sa com’è dal vivo un giornale.  Paga e non legge. Di tanto in tanto si vedeva con un amico, uno di quelli famosi e beceri che aveva aiutato a uscire di galera scrivendo in suo favore, per il suo indiscusso onore a più non posso. “M’hai fatto venì n’idea“, si capirono al volo culo & camicia, una vita a dar il culo per la camicia. “Non farla magnà più, basta cambiare il nome, spostà du parole“, il rabbino la indicò con la testa. Uno spostato e per sempre. Uno che a quarant’anni suonati cambia mestiere, abitudini, donna o meglio. Donne. Città, nome, cosa, animale. Non può che essere uno sradicato. Cuore di mamma non si sbaglia. Ora stava là, a quel tavolo. N’omo, ‘na donna, n’omo, ‘na..no, nessuno.

Quei due, il beneficato suo e la sua donna d’oggi, erano due vips. Bebben Demimondez, Bebben da lato b. Fabri Sorbona l’illustre fotoshopper. Giovani, forti e non ancora morti. “Rabbì, ma giri sempre armato vero ?“, “E certo, la scacciacani, per i nazisti e gli interisti, ne ho combinate con quella rubrica“, “Com’è che t’ha cacciato il direttore ?“, “Ma niente, nella posta del cuore mi so’firmato Luna, quella di Togni, e ho risposto al posto suo. A una signora che si sentiva in colpa, le ho consigliato di non dire niente alla figlia sennò il sangue del suo sangue non la perdeva ma fare sesso con il genero avrebbe (forse) chiuso. Nikita, il direttore, se n’è risentito ed eccomi qui, che s’era detto offri te“. “E tu non hai reagito ?“, “E certamente, gli so’ andato sotto casa a mezzanotte con lo stereo di un amico e Il Carrozzone di Renato Zero a palla, sapessi quanto urlava quando alzavo su “però, però, proprio sul meglio t’ha detto NO“. E’ un vecchio, ha paura di morire, sensi di colpa come se piovesse, ultime occasioni sprecate tutti i giorni, ‘na preda facile“.

Il panino era piccino, il ketch up messo dal Rabbino sul suo imbarazzante. Gli altri due erano a dieta, e quindi presto l’ex giornalista passò a spetecchiarsi pure i loro. La ragazza non parlava bene l’italiano e aveva un occhio al suo nuovo raga’ e l’orecchio al cellulare. Al rabbino gliene fregava un cazzo,  delle diete poi. Stava aspettando soltanto che l’amico bello e famoso prendesse vieppiù tempo con l’offerta che immancabile stava per fargli, onde ordinare a spese sue ovviamente un sacco d’altra roba. “Rabbì, quanto magni, sei un mito ma imbarazzante, da quanto tempo era“, “Se ti faccio divertire col quand’è stato l’ultima volta che ho mangiato, mi dici quanto sganci questa volta. E per cosa. Guarda che di entrate in Procura non ne ho più, non con la camicia di bucato“.

 

2 commenti a That’s the way, i like it

  1. La cit. finale è di Zucchero ?

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