Il Teatro Carignano di Torino “vestito a nuovo” risorge come l’Araba Fenice sotto i riflettori, le luci e le ombre dell’ancient régime.
Torino, sabato pomeriggio. Piazzetta Carignano. Fa molto freddo e il cielo è grigio. La Piazza è splendida ed è stata
restituita alla città solo da pochi giorni. Via le transenne e le recinzioni del cantiere. Come un malato affetto da una malattia agli occhi cui tolgono le bende e rivede la luce, Piazzetta Carignano è tornata a guardare e, soprattutto, a farsi guardare. E con lei, il nuovo Carignano. Il teatro. La gente passeggia lungo la piazza con passo svelto. Non si limita a portare i piedi avanti e indietro, ma li batte per scaldarsi. Giunti in corrispondenza dell’ingresso del teatro, i passanti non possono fare a meno di fermarsi. Si avvicinano alla porta di ingresso del teatro e rimangono a fissarla. Qualche minuto, commentano tra di loro. Proseguono. Tendiamo l’orecchio: “Certo che sembra Porta Nuova”. – “Certo che sembra una banca”-. I commenti, composti e discreti. Sabaudi sospiri, raffreddati dall’aria che li trasporta. Dietro la porta, apertura scorrevole ed automatica, due uomini della sicurezza imperturbabili custodiscono il Drury L
ane in salsa topinanbour. Ci avviciniamo alla porta anche noi. Aspettiamo che gli uomini della sicurezza, con un passo avanti, facciano aprire la porta dall’interno. Ci sporgiamo e ci annunciamo. Una parola magica, che funziona. Siamo dei privilegiati, siamo dentro. Assisteremo alle prove di Zio Vanja, l’opera che inaugurerà, prima nazionale, la stagione 2009 del Carignano. Del Nuovo Carignano. Entriamo nel ventre del teatro quasi con il timore di fargli del male. Di mettere i piedi su di un nervo, di schiacciarne un muscolo o di premere goffamente su di un organo vitale. Tratteniamo il respiro ed entriamo in platea. Le ali della platea sembrano gli atri e i ventricoli di un cuore. E’ buio. E’ in corso la prova del terzo atto. Gli attori sul palcoscenico sono in costume. La scenografia, quasi ultimata, chiede spazio all’ostinata e tenace ricerca di realismo di Checov. E non è del tutto chiara. In mezzo alla platea il regista Vacis, il suo secondo Perrone, con attorno, come una equipe medica durante un’importante operazione, assistenti, tecnici, fonici. C’è tensione. Si guardano i monitor, i grafici degli equalizzatori, le luci, i movimenti sulla scena. I risultati della telemetria suggeriscono, muti, migliorie e accorgimenti.
Negli ultimi posti della platea altri privilegiati. Più avvezzi ai privilegi. Una signora bionda, ex maestra di sci, si agita per capire chi siamo. Poi torna con gli occhi sulla scena. Si rende conto anche lei che non si stanno disturbando degli attori, ma delle persone che vivono un difficile momento della propria vita. Sonia, Vanja, Elena, la balia discutono animatamente. Ci sentiamo testimoni di un fatto privato di cui veniamo a conoscenza involontariamente. Origliamo senza volerlo, finiamo per intrometterci. Siamo invadenti. Ci spostiamo all’interno
della platea per sederci. Sfioriamo il cellophane che protegge le nuove poltroncine. I nostri sospiri e sussurri si confondono con quelli sul palco.Ci sediamo provocando dei brontolii. Come se avessimo scombussolato l’apparato digerente del teatro. Realtà e finzione. Dietro e avanti le quinte. Stucchi, luci, ombre, quiete, ansia, tensione si alternano. Quando Allegri/Vanja si gira verso la platea, ci sentiamo osservati direttamente. BANG! Vanja spara. Ci ha colto sul fatto! La storia va avanti. E’ il terzo atto. Le voci dei personaggi corrono lente all’interno della sala luccicante. E’ tutto tornato dorato. Gli organi sono rimasti gli stessi, il cuore pulsante è sempre carico di emozioni come due secoli fa, ma diversa è la spina dorsale che lo sorregge. Come il ventre di un grande e glorioso veliero il Carignano è andato incontro a numerosi interventi che hanno ridotto la componente lignea delle sue centine. L’innovazione passa per i materiali ma attraverso i materiali corre anche il suono. I sussurri della vita portata sulla scena. Quei sussurri che Checov pensava per commediare e che invece finivano per traggediare.
Jürgen Reinhold dello stud
io Müller di Monaco di Baviera è considerato un “mago” indiscusso del suono. Il Carlo Felice di Genova, il Reichstag di Berlino, l’Auditorium di Roma, il Regio di Parma, sono opera sua. Tutti teatri di musica. Tant’é. La modernità chiede alle strutture di guardare ai bilanci. Quindi non solo prosa ma anche altro. Quindi rivoluzionato tutto il golfo mistico. Perchè possa essere multifunzionale. Ora proscenio, ora fossa per l’orchestra. Anche musica, quindi. Vicino il foyer altri spazi. Per altre cose. Per migliorare il bilancio. Andateglielo a dire al vecchio trincot. Che oggi deve sapere anche di partita doppia. Intanto sulla scena Vanja e gli altri fanno il bilancio della loro vita. Discutono dell’agire e del non agire. Azione. Inazione. Una famiglia di campagna all’inizio del 900 in Russia. I sogni traditi. Il fallimento. Falliscono tutti. Parlano di lavoro. Il lavoro è importante. Ma si ricorderanno di me tra due secoli? Quanto è importante per Vanja. Quanto è importante per Checov. Quanto è importante per Torino. Ed in nome del proprio lavoro, Vacis chiede ai presenti in sala di uscire. Un ottimo regista, con i suoi ottimi, affezionati attori. Quelli del teatro Stabile di Settimo Torinese: Laura Curino (balia), Lucilla Giagnoni (Elena). Replicherranno Zio Vanja fino al 15 febbraio. Non perdetelo.



Il teatro è bellissimo e ora non invade la piazza ma ne fa splendidamente parte.
Se volete una recensione più approfondita sullo spettacolo di Vacis mi sono permesso di esprimere il mio parere:
http://www.soloparolesparse.com/2009/02/zio-vanja-riapre-il-carignano/comment-page-1/#comment-83