Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
Archivio Chi siamo Contatti Pubblicità
di Leonardo Daverio Patrizi (IHC)
pubblicato il 4 febbraio 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Piccolo compendio delle classificazioni europee in campo economico: come è la situazione attuale, come potrebbe diventare. Sullo sfondo della più grande crisi degli ultimi tempi

Ogni tanto nasce qualche sigla per identificare un gruppetto di Paesi che abbiano una qualche caratteristica in comune. Ad esempio si può ricordare Benelux, acronimo di Belgio Olanda e Lussemburgo, Paesi ECONOMIA%20SOMMERSA Sigle di crisiparticolarmente integrati e primo seme dell’Unione Europea. Si può ricordare poi BRIC (in inglese suona come “brick“, cioè “mattone“) dalle iniziali di Brasile Russia India e Cina, gli emergenti più avanzati e possibili (insomma…) nuove locomotive dell’economia mondiale. Recentemente si è parlato di PIGS (in inglese “maiali“), dalle iniziali di Portogallo Italia Grecia e Spagna, Paesi europei non a caso di area mediterranea e dall’economia particolarmente fragile, considerati i più inaffidabili in termini di debito sovrano. Qualcuno ha suggerito implicitamente “III“, le “Tre I“, Italia Islanda e Irlanda, come gruppetto di Paesi deboli che si contendono il primato dell’inaffidabilità finanziaria governativa e quindi la paternità della “I” di PIGS.

 

COSE DA FARE - In realtà si potrebbe anche pensare alle “Quattro I“, includendo l’Inghilterra (sineddoche per il Regno Unito). L’idea è carina e in certo senso fondata, ma in realtà fa riferimento al gioco di dichiarazioni “credit watch” e giudizi forniti dalle Agenzie di Rating, enti molto discussi (soprattutto le tre maggiori S&P’s Moody’s e Fitch) per la loro spiccata capacità di gridare “al lupo!” quando le pecore non solo sono state già scannate, ma ormai puzzano; diciamo che esistono riferimenti più affidabili per classificare uno Stato. Un’ idea viene dalla teoria economica, o almeno da quella che piace a me: se la fragilità attuale deriva da una politica monetaria troppo lasca (tassi troppo bassi, in specie rispetto alla crescita del PIL) che incentivando i consumi ha reso i risparmi insufficienti per il sostegno dei maggiori investimenti, potremmo pensare a un qualche fattore che accomuni i PIGS e forse le “Tre/Quattro I“, e che possa aiutare a individuare e forse spiegare le candidature ad un prossimo fallimento tecnico.

UN PO’ DI STORIA - Ricercando un po’ i dati (ad esempio in un’analisi di convergenza della UEM) dagli anni 80 i tassi a breve sul mercato monetario, così come quelli a più lungo termine sui titoli di Stato, sono andati uniformemente calando (a parte l’incidentale episodio degli attacchi speculativi allo SME del’92-’93) fino a convergere in modo sostanziale nel 1999, quando la nascita dell’euro ha costretto i Paesi della moneta unica a un unico tasso a 4ef0f9e47b4e8558a6b2be9e641d2915 Sigle di crisibreve, l’Euribor. In sostanza, per un periodo di circa 20 anni i tassi sono stati “costretti” a livellarsi verso il basso; nel frattempo i PIL europei sono cresciuti (salvo i casi di frenata sempre legati agli attacchi allo SME), ma questa crescita è decisamente adombrata dall’entità del calo dei tassi. Dal 1994 i tassi a breve sono scesi sotto al 5% (limite raggiunto dai titoli di Stato tra il ‘97 e il ‘98) ma erano partiti da livelli molto più alti: in particolare alcuni Paesi hanno visto i propri tassi a breve partire da circa il 20% degli anni tra il 1982 e il 1984, e questi Paesi sono (ma tu pensa…) Portogallo Irlanda Spagna Grecia e Italia. Nel 1999 questi tassi si sono uniformati sotto al 4% (più o meno 16 punti percentuali sotto al livello di partenza), il resto è storia recente. Sarebbe più opportuno valutare i tassi di interesse reali, ma i risultati sono talmente variabili che lasciano dubbi sulla tecnica di deflazionamento.

IL CLUB DELLE “I” SOGNO O REALTA’ – Guardando i tassi di interesse a breve, ma pure quelli sul debito sovrano, si trovano i Paesi che hanno più beneficiato dell’appartenenza alla UE e dell’espansione monetaria attuata, e questi sono proprio i “maiali“, anzi “I PIGS” dove la prima “I” potrebbe essere un modo per evidenziare un’Italia apparentemente meno coinvolta dall’attuale crisi. Rimangono però fuori Regno Unito, USA e Islanda, che non hanno a che vedere con l’euro. In tal senso si può ben ricordare che Regno Unito e USA sono fortemente collegati sia per l’economia reale che finanziariamente, condividendo tra l’altro il riferimento al tasso Libor, ed è naturale pensare a come il colosso USA possa aver trascinato la perfida Albione nella sua politica scriteriatamente lassista. L’Islanda invece è forse un caso a parte, un esperimento di estrema finanziarizzazione pilotato dall’alto e paragonabile ai casi della Compagnie des Indes e della South Sea Company (1719-1720), e come questi casi cartina islanda 2 Sigle di crisimiseramente fallito. Pensare a un “Club delle I” è suggestivo, ma può non rendere giustizia delle disomogeneità delle situazioni.

TIMORE DEL MAIALE - Forzare i tassi in basso, quindi, significa stimolare  consumi e investimenti ben oltre i limiti del presente risparmio. Significa distruggere ricchezza più velocemente di quanto si possa ricreare. E chi è stato più “avvantaggiato” dalla convergenza verso il basso legata all’euro dovrà trovarsi in maggiore difficoltà. L’Italia rientra in questo club a pieno titolo, e se sembra meno esposta è perché ha sfruttato meno la manna dell’euro e, si potrebbe dire, “non si può cadere dal pavimento“. In realtà occorre sottolineare che l’andamento della cassa integrazione in Italia non fa pensare esattamente ad un Paese “scampato” alla crisi, e va ricordato che nella cornice di analisi cui ho fatto riferimento questa crisi ha natura reale e non finanziaria. L’Italia potrebbe non subire grandi crisi bancarie come già visto all’estero, ma questo non significa nulla: la crisi è già presente (si veda appunto al campanello d’allarme della cassa integrazione) ed è pure inevitabile nella sua evoluzione perché insita nell’economia reale; il terzo debito pubblico del mondo, sommandosi a massicce emissioni di debito pubblico nella UE (e negli USA) e all’automatico ricorso a politiche di stabilizzazione più o meno arbitrarie, potrà tra non molto rendere la situazione insopportabile. Se i tassi riprenderanno a salire (l’eccesso di emissioni pubbliche soprattutto nella prima metà dell’anno e le attese di maggior inflazione dopo il minimo atteso a metà 2009 rendono la prospettiva non irrilevante), l’Italia finirà a tutti gli effetti tra i “maiali“.