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Diritti tv, il presidente di Infront: «Non comandiamo noi. Champions con 6 italiane»

Astenersi nostalgici. Il calcio del presente secondo il colosso Infront è declinato in business, corporate hospitality, profittabilità, brand e stadi come centri commerciali. Altro che “vecchie maniere“. Marco Bogarelli è il numero 1 dell’azienda leader nella gestione dei diritti e delle sponsorizzazioni sportive: in Italia gestisce la compravendita dei diritti tv per la Lega di Serie A e la Nazionale (1 miliardo e 100 milioni di euro di spesa annua), cura il marketing di dieci squadre della massima serie su venti e la commercializzazione dell’archivio di tutte ad esclusione di Sassuolo e Torino. «Non c’è una posizione dominante perché non esercitiamo quel tipo di politica. Non cerco di limitare il mio business, sarei un cattivo manager. Siamo in vendita tutti i giorni, anche adesso. Figurarsi se mi fermo», spiega Bogarelli in una lunga e puntuale intervista di Marco Iaria sulla Gazzetta dello Sport di oggi, raccontando dello stato del pallone nostrano ed europeo e cercando di scacciare via un paio di dubbi sull’operato dell’azienda che guida.

 

Danilo Gallinari e Marco Bogarelli (Photo by Claudio Villa/Getty Images)
Danilo Gallinari e Marco Bogarelli (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

 

NUOVO CALCIO – La storia di Infront Italia è la storia della politica sportiva degli ultimi anni: non è solo un advisor che nel 2013 ha fatturato 213 milioni di euro ma «un interlocutore di primo piano nel sistema» calcio. Ecco perché la loro ricetta va ascoltata: per Bogarelli «bisogna sforzarsi di fare uno spettacolo adeguato ai tempi: non abbiamo né Cristiano RonaldoMessi, qualcosa dobbiamo inventarci. In Germania sono ripartiti dagli stadi: nel 2006 i giocatori della Bundesliga facevano ridere rispetto a oggi». Le stesse risate provocate oggi alla vista dei nostri impianti, fatiscenti e su cui finora non si è investito: «Nell’attesa si possono rendere friendly gli stadi attuali. Oggi il tifoso a casa ha troppi vantaggi rispetto a chi segue una gara dal vivo» – dice alla Rosea il capo di Infront – «Se lo stadio avesse il wifi, se anziché cinque televisori ne avesse mille coordinati da una regia, lo spettatore potrebbe godersi l’arrivo dei pullman delle squadre, le interviste, gli spogliatoi, gli highlights, i replay». E ancora: il silenzio stampa non ha senso e c’è solo da noi, l’Europa League andrebbe abolita e in Champions dovrebbero andare 6 italiane di diritto perché «non esiste che l’Italia versi 270 milioni per i diritti tv e abbia solo due squadre». Infine il botta e risposta più franco sul tema antitrust:

Pare esserci un filo rosso dalla rielezione di Beretta in Lega al trionfo di Tavecchio in Figc, passando per la guerra vinta sui diritti tv. C’è un partito che sostiene come l’asse Galliani-Lotito si sia consolidato con l’interfaccia di Infront

«I poteri forti sono altri visto che c’è una squadra come la Juve che appartiene al gruppo più liquido d’Italia e ha il 30% dei tifosi. Nelle elezioni di Lega, una simpatia potevo avercela semmai per Abodi, che è stato mio socio. E quando si è discusso il rinnovo del nostro contratto i più grandi litigi li ho avuti con Lotito, non con Agnelli. Se Lotito e Galliani hanno capacità di aggregare il consenso di 16-18 società di A, qualcun altro dovrebbe farsi delle domande. Noi non facciamo politica, non ci schieriamo, lavoriamo con chi c’è. È vero che Tavecchio per esperienza ci sembrava più adatto, ma semplicemente aveva i numeri per vincere. Poi se vuoi un grande manager alla guida della Federazione non puoi dargli 38mila euro lordi…»

(Foto di copertina di Simone Spada da archivio LaPresse)