Religione americana, il rito è servito

2 febbraio 2009

Ieri notte è andato in scena il Super Bowl, l’evento più seguito dell’anno in America. Storie, miti, leggende e racconti di un evento prettamente a stelle e strisce

La scorsa notte, al Raymond James Stadium di Tampa, Florida, si è consumato l’evento sportivo americano per antonomasia, ovvero la 43esima edizione del Super Bowl, attesissimo e seguitissimo capitolo finale del campionato di National Football League che serve ad assegnare il Vince Lombardy Trophy e – con buona pace di coloro che accusano l’America di infischiarsene del resto del globo – il titolo di “campioni del mondo”. Nessun altro sport, negli Usa, è amato quanto il football. Il calcio, o meglio il soccer, storicamente non riscuote grandi successi se non nelle comunità di latinos. L’hockey su ghiaccio è considerabile come l’attività agonistica preferita dei vicini canadesi. La pallacanestro è lo sport che più riscuote consensi al di fuori dei confini nordamericani, con annessi fenomeni di fanatismo cestistico in Cina e invasione di giocatori europei (italiani compresi) nella NBA. Il baseball rimane il “passatempo nazionale” con le sue tradizioni e le sue mille storie.

NOVANTAMILIONI??!? - Ma nessuno di questi gode della risposta di pubblico del football, capace di incollare milioni di americani ai propri teleschermi ogni settimana, per un periodo di tempo relativamente breve se paragonato alle altre discipline (la stagione inizia a settembre e termina a febbraio), quasi una religione, del quale il Super Bowl, con l’incontro tra la migliore formazione della American Football Conference e la migliore della National Football Concerence, rappresenta il momento culminante. In occasione del Super Bowl, gli Stati Uniti si fermano, quasi fosse (ma forse già la è, di fatto) una vera e propria festa nazionale. Poco importa la location, le squadre in campo e i loro fuoriclasse: a prescindere da questi elementi, tutto il Paese assiste al Super Bowl, puntualmente l’evento televisivo più seguito, anno dopo anno, con ascolti record e una media del 40-60% di share, ovvero circa 90 milioni di telespettatori (con picchi da 140 milioni in alcuni momenti), un piatto ricchissimo per le grandi aziende, che per tradizione riservano i loro migliori spot per le interruzioni della partita (cosa che ha creato una sorta di fenomeno parallelo, ovvero la spasmodica attesa, oltre che dell’incontro sportivo, anche degli spot che saranno trasmessi). Il Super Bowl è paragonabile, forse, solo alla finale dei mondiali di calcio, con differente cadenza e dal bacino di utenza quasi esclusivamente di nazionalità americana, dato l’interesse ridotto – se non addirittura nullo – riservato al football NFL negli altri continenti.

LA FINALE – A incontrarsi, quest’anno, erano due realtà profondamente diverse. Da una parte i Pittsburgh Steelers, tra le squadre più blasonate di sempre con cinque titoli all’attivo, dal look “proletario” poiché legati ai lavoratori delle acciaierie della città, già al Super Bowl (da vincenti) nel 2006, quest’anno campioni della AFC, protagonisti di un campionato da 12 vittorie e 4 sconfitte e, last but not least, appoggiati persino dal nuovo presidente Barack Obama, il quale ha dichiarato di essere un loro tifoso. Dall’altra, gli Arizona Cardinals, per lungo tempo formazione cenerentola della lega, lontana dai piani alti del campionato professionistico dal 1947, solo sei volte qualificatasi per i playoff, capace quest’anno di trasformare gli insuccessi delle precedenti stagioni in un record da 9 vittorie e 7 sconfitte, cui ha fatto seguito una straordinaria off-season nella quale hanno ribaltato ogni pronostico, sconfiggendo avversari assai più favoriti. Punto di forza di Pittsburgh, la straordinaria difesa, tra le più solide e meglio organizzate di tutta la NFL, grazie anche a fuoriclasse del calibro di Troy Polamalu, strong safety responsabile dell’intercetto che ha regalato l’accesso al Super Bowl alla propria squadra. Punto di forza di Arizona, all’opposto, il formidabile attacco, guidato dal veterano quarterback Kurt Warner (classe 1971, giramondo del football che ha giocato anche in Europa e nella famigerata Arena Football League, “rinato” nei Cardinals) e dai ricevitori Anquan Boldin e Larry Fitzgerald.

MA CHE LINGUA PARLI, CHARLIE? – Calcio di inizio alle 6.28 pm, ora locale. Inno nazionale eseguito dalla talentuosa Jennifer Hudson, già vista in “American Idol” e vincitrice di un Oscar per il film “Dreamgirls”, alla prima apparizione pubblica dopo il tragico caso di cronaca che ha visto l’omicidio di sua madre, fratello e nipote. Lancio della monetina eseguito dal generale David Petraeus, responsabile del “surge” in Iraq e ora alle prese con l’Afghanistan.

3 commenti a Religione americana, il rito è servito

  1. io questi zulu che si ostinano a prendere il pallone con le mani non li sopporto.

  2. cordapazza

    sicuro, ma quando ti vedi un prince che nell’half time show ti fa una cover strepitosa di “all along the watchtower” e “the best of you” facendoci delirare? sospirone :-)

  3. Rado il Figo

    Ma pensa tu, questa RAI! Non comprano i diritti per due anni di fila delle finali di Coppe europee dove sono impegnate delle italiane e sprecano soldi del canone per il Super Bowl, fingendo interesse per uno sport di cui non gliene frega praticamente niente a nessuno.

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