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Eduardo De Filippo: trent’anni senza lo Shakespeare di Napoli

“Te piac’ o’presep'”. Quattro parole, pronunciate come se fosse una. La capirete sempre questa battuta: oggi, decenni fa, fra trecento anni. Sta in quella intuizione la grandezza di Eduardo De Filippo, che come Shakespeare, semplicemente è altissimo, raffinatissimo e contemporaneamente popolare.

L’ignorante o il filosofo, l’analfabeta e lo scrittore, l’abbonato di teatro e lo spettatore televisivo, tutti possono capirlo. E tutti lo amano. Anzi, lo amiamo.
In un’epoca in cui la cultura è elitaria o prona e accondiscendente verso il basso, De Filippo aveva intuito la potenza del palco come amplificatore creativo, emotivo, sociologico. Erede del sottovalutato e geniale Viviani, dato alla luce, letteralmente e creativamente, dagli Scarpetta (figlio naturale di Eduardo Scarpetta, esordisce nella compagnia del fratellastro Vincenzo), De Filippo ha colpito e ricostruito il nostro immaginario. Lo ha fatto ridisegnando la nostra identità: si pensi solo a Matrimonio all’italiana, adattamento, suo, per Vittorio De Sica della splendida pièce Filomena Marturano. La nostra falsa (e farsa) morale, i cambiamenti dei nostri costumi, il ritratto di una società ipocrita, partono da Napoli per essere totali e totalizzanti.

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Eduardo sapeva entrarti nelle viscere e far riflettere: quel figlio indolente e indifferente al padre umile e sensibile di Natale in casa Cupiello è la fotografia di una battaglia generazionale persa. Da entrambi. E Eduardo che urla quando il figlio dice “sì, me piace”, perché intuisce che solo qualcosa di grave potrebbe indurre quel bamboccione a una tale tenerezza, è un’intuizione comica e drammatica dirompente nella sua semplicità. Così come quella donna, Filomena Marturano, di facili costumi sì, ma di valori di granito.
Quella farsa in cui vuole un matrimonio che sente di meritare si trasforma in un ragionamento su maternità e paternità di altissimo livello. Uno dei tre figli che ha avuto ma non ha cresciuto non è del futuro marito. Vuol dir loro che è la madre. Ma non al consorte di cui è la mantenuta da anni, di chi dei tre è il padre. Perché le loro colpe non ricadano sulla prole. Un dilemma per lei, e per lui, da tragedia greca. La mezza banconota che dà lei a lui “perché i figli non si pagano” è  la scena madre per eccellenza, la trovata di sceneggiatura definitiva. Il matrimonio con adozione collettiva finale, molto più di un lieto fine ma un’apertura brillante e coraggiosa su temi che ora sono nel dibattito politico.

Con l’intensità e la forza dei grandi autori dell’epica passata, ma anche con l’aneddotica spiccia ed esilarante della Napoli dei bassi, De Filippo raccontava l’animo di Napoli e dell’Italia. Un miracolo di sintesi creativa e culturale che veniva naturale a Eduardo, forse perché con le grandi meschinità quotidiane il suo genio si scontrava spesso. E poi perché era figlio di una città che definiva così, a leggere Enzo Biagi.
“Napule è ‘nu paese curioso: è ‘nu teatro antico, sempre apierto. Ce nasce gente ca senza cuncierto, scenne p’ ‘e strate e sape recita”.

Si pensi solo al difficile rapporto con l’altro, sottovalutato, maestro in famiglia, Peppino. Tanto erano uniti e straordinari sul palco, quanto divisi e arroccati su se stessi fuori. Furono capaci di litigare persino sulla tomba della sorella Titina. Era, De Filippo, sempre in contatto con l’arte – il teatro lo sapeva fare, dirigere e recitare a ogni livello – e con l’umanità più vibrante e contraddittoria. Per questo sapeva mostrarcela con onestà, ironia e gusto del paradosso.

Questi fantasmi, Napoli milionaria, Le voci di dentro (che al San Ferdinando, il suo palco – lo comprò nel dopoguerra con tutti i suoi risparmi -, verrà replicato con la regia del premio Oscar Paolo Sorrentino il 2 novembre, e con Toni e Beppe Servillo, suoi eredi più di quanto credano, che lo terranno in scena fino al 9), sono le mattonelle dorate del nostro sentiero culturale, essenziali alla nostra crescita, al nostro riconoscerci, a non farci mancare la terra sotto i piedi. Il fatto che molti giovani, persino a Napoli, ora non sappiano chi sia Eduardo, dopo soli 30 anni, sottolinea come la memoria collettiva sia divenuta carta straccia. E quello che fa male è che questo ultimo trentennio, sconsolante e avvilente, sarebbe stato migliore se fotografato da Eduardo, se restituito a noi con la sua sensibile analisi. Forse, ci saremmo fermati prima di precipitare nell’abisso.

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De Filippo era un Moliére del basso proletariato pur avendo, del francese, la squisita capacità di mostrare le grottesche facce della borghesia, un Goldoni moderno, uno Shakespeare che faceva divenire le proprie commedie mirabili drammi e parabole immortali, un Bunuel italiano e meno nichilista. Filomena Marturano girò il mondo: America, Inghilterra, Brasile, Messico, da Broadway a Rio, tutti ci si identificano da decenni, tutti lo capiscono, tutti lo amano. Era il poeta degli ultimi con il genio e le intuizioni dei primi, l’unico ad aver dato nobiltà e spessore al senso vero e profondo di questo paese, bello e popolarissimo, squallido e meschino, capace di grandi cose e pochezze senza pari.

E qui abbiamo semplicemente dimenticato il suo ottimo lavoro al cinema (che abbandonò, lungimirante, per portare i suoi lavori in tv) e che incredibile attore fosse. Per farci perdonare non vi diciamo di recuperarlo in quei personaggi marginali ma essenziali che fece per Vittorio De Sica (pensate a L’oro di Napoli), ma in Cuore, il suo ultimo lavoro, la sua ultima apparizione. Interpretò un vecchio maestro di scuola per Luigi Comencini. Straordinario, come il suo impegno politico: durante la guerra i suoi incassi li usava per far sopravvivere e tenere nascosti gli ebrei (quando i tedeschi se ne accorsero, bloccarono le repliche e lo arrestarono), dal 1981 fu senatore a vita (e infatti oggi il Senato, giustamente, lo ricorda) lottando per il suo teatro ma ancor più per i minorenni reclusi nelle carceri nazionali. Fu anche candidato al Premio Nobel: ovviamente, non lo vinse. Non va mai a chi lo meriterebbe davvero.

Ridateci Eduardo. In tv, in teatro e soprattutto in questo maledetto paese. A cui il presepe non solo non piace più, ma se l’è proprio dimenticato. “Ha da passa ‘a nuttata”.

(Photo credit: LaPresse e GettyImages)