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Il Partito Democratico e la scissione che nessuno vuole fare

C’è chi continua a evocarla tra le variegate minoranze dem, ma, senza le condizioni politiche, resta (ancora) soltanto fantapolitica. Uno spauracchio agitato per tentare di frenare Renzi, una mossa strategica, più che una prospettiva concreta. Al Nazareno l’ombra della scissione resiste, dopo le accuse incrociate nel “sabato della contrapposizione”, con la Sinistra dem alla manifestazione Cgil e il nuovo corso renziano alla Leopolda. Ma non sembra uno scenario praticabile, né conveniente per le minoranze, almeno per il momento. Anche per via delle opinioni differenti tra le aree più critiche. Se Giuseppe Civati resta in attesa, in parte “tentato” dall’ipotesi di una nuova avventura politica a sinistra («Non sono io, sono loro – la maggioranza renziana – che scindono parecchio», ha replicato, ndr), non manca chi continua a predicare maggiore «cautela», tra i corridoi in Transatlantico. Soprattutto tra le fila bersaniane e cuperliane, convinte che una spaccatura finirebbe per rivelarsi controproducente. E che la battaglia vada praticata all’interno del partito. 

 

Convention minoranza PD organizzata da Gianni Cuperlo
L’ex segretario Pier Luigi Bersani e Gianni Cuperlo, tra le minoranze interne in casa dem (Lapresse)

 

PD, L’OMBRA DELLA SCISSIONE: SCONTRO TRA RENZI E SINISTRA DEM –  «Non permetteremo che la dirigenza del 25% si riprenda il Pd. Non faremo il partito dei reduci, né il museo delle cere», aveva attaccato Renzi da Firenze. Parole e toni forti, di fronte alle quali non manca chi, all’interno del partito, parla di «riflessioni doverose» e di «insofferenza crescente» nei confronti del premier. E studia le contromosse: era stata la Stampa a svelare l’organizzazione di una “cena” frondista con una trentina di parlamentari “dissidenti”. Un incontro che si sarebbe dovuto tenere questa sera, alla presenza di Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, l’ex responsabile organizzazione Davide Zoggia e i big di Area Riformista. Era stato lo stesso ex viceministro per l’Economia a confermare l’appuntamento («È vero, ci vedremo, ma solo per trovare una posizione comune»), poi allontanato da Alfredo D’Attorre, tra i più critici sulla legge delega sul lavoro. «Non c’è in programma alcuna cena», ha smentito, contattato da Giornalettismo. E di fatto la cena è poi saltata. Eppure, al di là di incontri e appuntamenti “carbonari”, chiaro è che le minoranze stiano cercando una linea condivisa per continuare la battaglia su Jobs Actmanovra e legge elettorale, di fronte a posizioni ancora differenti.

PD, MINORANZE ANCORA DIVISE – A differenza di Civati, sempre più distante dal Pd targato Renzi – tanto da aver annunciato di voler decidere entro un mese il suo futuro nel partito, ndr – , tra le opposizioni interne non c’è molta voglia di inseguire la tentazione scissionista. «Fuori dal Pd non c’è speranza, rischiamo di fare la sinistra identitaria e minoritaria. E gli elettori non capirebbero, né ci seguirebbero», condividono diversi esponenti critici in Transatlantico.

Eppure, l’ala più a sinistra resta insofferente rispetto alla linea renziana, convinta che il governo stia ormai «inseguendo le posizioni di Maurizio Sacconi e della destra» e che provochi lo scontro interno per «spostare l’attenzione» da «annunci e promesse non mantenute, dal compromesso sul deficit con l’Europa», così come dalla complicata situazione economica. «Scissione? Il rischio esiste. Ma dipende da Renzi, se continuerà con i toni degli ultimi giorni lo scenario non è certo da escludere. Ma non siamo noi a voler andare via, è il Pd che si sta allontanando da se stesso», ha spiegato a Giornalettismo un esponente dem vicino all’ex consigliere regionale lombardo.

Non è l’unico: «Capisco il disagio di certi colleghi eletti in Parlamento, costretti a votare provvedimenti non presenti nel programma di Italia Bene Comune», ha rivendicato l’europarlamentare Elly Schlein, contattata da Giornalettismo, rievocando le divisioni sulla legge delega sul lavoro. «Rischio spaccature? C’è sempre quando si polarizza così il dibattito. La mia speranza è che cambi l’atteggiamento verso le minoranze e che non vengano schiacciate in modo costante dal ricorso alla fiducia», ha continuato Schlein, già tra i volti più noti del movimento “Occupy Pd“, nato dopo il tradimento dei 101 (che impallinarono la candidatura di Prodi al Colle, ndr) e contrario alla logica delle larghe intese. «Sabato in piazza c’erano molti dei nostri iscritti. È di loro che il segretario dovrebbe preoccuparsi, più che di noi e dei rischi scissione», ha concluso.

È ai numeri della piazza che guardano le correnti più dissidenti. Convinte che ci sia uno spazio  a sinistra, qualora la coesistenza nella “Big tent” renziana – la “grande tenda”, il “partito della Nazione” al quale lavora Renzi – diventi impossibile. Seppur costrette a fare i conti con la realtà: «Che senso avrebbe lasciare il partito senza essere seguiti da Bersani e Cuperlo, magari senza un’imminente prospettiva elettorale? Sarebbe un suicidio politico», ammette una fonte interna in Transatlantico. Anche perché la sponda di Sel e dei vendoliani è ormai elettoralmente quasi insignificante. Diverso sarebbe lo scenario se fosse Renzi a “cacciare” i dissidenti, magari dopo un “no” alla fiducia: «In quel caso sarebbe il segretario a doversi prendere la responsabilità del gesto. E a dover spiegare agli elettori una forzatura incomprensibile», rivendicano. 

 

Civati Fassina
Giuseppe Civati e Stefano Fassina (Lapresse)

 

SCISSIONE, UN’IPOTESI CHE NON CONVINCE – Per adesso, in casa dem è un gioco di posizionamenti, in attesa delle partite del Jobs Act e della legge elettorale. Dal canto suo, Renzi, forte dei sondaggi e della forza elettorale, dalla Leopolda fiorentina ha avvertito di non temere la presenza di un avversario a sinistra. Almeno a parole. «Ogni volta che hanno provato lo strappo, sono stati puniti dagli elettori». Opinione condivisa dai suoi fedelissimi: «Ma dove vogliono andare? Non hanno futuro fuori dal partito. Sono semplici minacce», si sussurra alla Camera. Eppure, una scissione non converrebbe nemmeno al segretario, sondaggi alla mano. Per Ipr Marketing, un Pd diviso retrocederebbe al 36%, mentre una nuova formazione a sinistra è data intorno al 9,5% circa.

PD, CONVIVENZA FORZATA –  Di certo, le distanze al Nazareno si sono radicalizzate. E ormai la convivenza – anche qualora la scissione venga accantonata in modo definitivo – resta forzata. «Non mi piace l’atteggiamento del segretario, Renzi dovrebbe mediare, invece che alimentare lo scontro. Ma non penso si arriverà allo strappo. Potrebbe uscire Civati, ma Cuperlo non lo seguirà. Né l’ex segretario Bersani. Renzi il giorno dopo li porterebbe tutti al voto per asfaltarli», prevede una fonte dem, proveniente dal mondo ex Ds. E in effetti, nell’area che ha appoggiato Gianni Cuperlo alle ultime primarie per la segreteria, per ora è una corsa per allontanare le ipotesi di scissione.

Dopo D’Alema sul Sole 24 Ore, anche l’ex segretario Pier Luigi Bersani ha allontanato in serata l’ipotesi dello strappo interno, intervistato da Lilli Gruber a Otto a Mezzo: «Questa è casa mia, non posso proprio pensarci. Ma è strano che un segretario faccia un appuntamento come la Leopolda senza simboli del Pd e nessuno gli chieda se voglia uscire dal partito», ha attaccato. Poco prima aveva negato “mire scissioniste” anche Stefano Fassina«Sono e resto nel Partito democratico, la separazione non è un esito scontato», aveva reclamato.

Discorso simile per Alfredo D’Attorre: «La scissione sarebbe un grave errore. È sbagliato anche parlarne, perché demotiva il mondo del lavoro e della sinistra a iscriversi al partito e rischia di alimentare una diaspora silenziosa», ha spiegato a Giornalettismo. Non senza risparmiare accuse al segretario: «Di certo Renzi non sta facendo nulla per tenere unito il partito. Ma lui è il segretario pro-tempore, noi dobbiamo lavorare affinché la sinistra trovi casa nel Pd, per dare l’idea che il partito non si identifica con Renzi». E sulle parole della Camusso, secondo cui «il premier lo hanno messo i poteri forti», replica: «No, lo ha messo il Pd e si è messo lui stesso. Ma di certo la sua politica piace molto di più a Marchionne, a Serra e al mondo della finanza che a una larga parte del nostro elettorato».

 

D'Attorre
Alfredo D’Attorre (Lapresse)

 

Come Fassina, D’Attorre non vuole però andarsene dal Pd: «Io resto, nel partito ci sono diverse sensibilità e nessuno deve sentirsi padrone. E sono convinto che riusciremo a cambiare la legge delega sul lavoro alla Camera». Uno scenario al quale lavora l’ex ministro Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro a Montecitorio.

Nel mezzo tra nuovo corso renziano e minoranze critiche, c’è l’area dei “Giovani Turchi”, ormai “la gamba sinistra” della maggioranza renziana: «La scissione? Un’ipotesi fuori dalla realtà. Se fallisce il governo Renzi, non soltanto fallisce il Pd, ma anche la politica. Poi dovrebbe abdicare al ritorno dei tecnici, sarà la volta della Troika. Trovo curioso che certi esponenti dem non lo capiscano», ha replicato a Giornalettismo Francesco Verducci. Convinto però che sia necessario «abbassare i toni» dello scontro : «Stiamo costruendo un partito ampio, c’è un nuovo percorso fondativo. Anche se non mi appassiona la formula del “Partito della Nazione”. Ma se gli elettori ci hanno dato fiducia alle Europee, è perché hanno riconosciuto la bontà di interventi come il bonus 80 euro o il taglio dell’Irap», ha replicato alle critiche interne. Così come sul Jobs Act: «Vero è che la legge delega può essere migliorata, che si possono trovare più risorse per gli ammortizzatori sociali. Ma trovo insopportabile che non si riconoscano i meriti della riforma, a partire dalla volontà di disboscare la selva dei contratti atipici e quella di rendere più conveniente il contratto a tutele crescenti», ha continuato.

SE FOSSE RENZI A STRAPPARE… – Sarà proprio la legge delega il prossimo terreno di scontro tra renziani e minoranze. E l’impressione è che alla fine un compromesso si potrebbe trovare recependo nella stessa delega quanto deciso e votato in Direzione. «Ma non sono sicuro che Renzi sarà d’accordo. C’è chi la interpreterebbe come una sconfitta, una retromarcia. Senza contare i malumori di Ncd», replicano a Montecitorio i “dissidenti”.

Quel che sembra chiaro è che nessuno (o quasi) voglia spingersi fino a uno strappo. Anche se non manca chi teme le urne: «Se Renzi ci porta ad elezioni anticipate, saranno loro a gestire le candidature. Per noi sarà la fine. E se volessimo pensare a un altro progetto, ci farebbero passare come coloro che vogliono soltanto tenersi la poltrona», azzardano a Montecitorio i più insofferenti. Ma convincere l’ala bersaniana e cuperliana per ora resta un’impresa. Soprattutto in assenza di un leader credibile (non convince l’ipotesi Landini, considerato “troppo radicale”, ndr) e senza la sicurezza di risorse finanziarie certe alle spalle («Chi vuole la scissione non venga a cercarmi», ha replicato a Omnibus l’ex tesoriere Ugo Sposetti, che blindò con il sistema delle fondazioni l’ex patrimonio Ds, ndr). Al massimo, si punterà a costruire una corrente unica. E a provocare Renzi: «Deve essere lui a commettere un errore». Magari, se si lascerà convincere dai più intransigenti ad adottare misure disciplinari verso chi dirà no alla fiducia sul Jobs Act a Montecitorio. In attesa, niente accelerazioni. La scissione resta “congelata” in cantiere. Accantonata. Almeno per ora.