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Le paure degli americani e l’ignoranza degli italiani: il sondaggio Ipsos Mori

Un sondaggio esteso su paure, credenze e timori degli americani, rivela alcune sorprese e illumina meccanismo già noti, ma ancora poco indagati, relativi a come l’opinione pubblica percepisce e reagisce, o non reagisce affatto, allo stimolo della paura. Un altro sondaggio, questa volta su scala globale conferma come la realtà percepita sia spesso molto distante da quella certificata dai numeri.

 

Il sondaggio del Chapman Institute è ambizioso, perché si propone di fotografare credenze e paure degli americani e di tracciare la loro evoluzione attraverso gli anni. Il sondaggio ha fatto molto rumore negli Stati Uniti per via delle molte curiosità che ne sono emerse, ma ha anche attirato l’attenzione di sociologi ed esperti, attirati dalla descrizione di fenomeni già evidenti quanto poco ponderati. Fenomeni che, una volta assodati e misurati, dovrebbero essere presi in considerazione da molti tra quanti si occupano di politica, sociologia e comunicazione.

I risultati emersi si prestano indubbiamente a considerazioni pessimistiche, perché molti americani appaiono decisamente staccati dalla realtà, ma anche da un set di conoscenze che invece dovrebbe essere patrimonio comune in una società nella quale le possibilità d’informarsi abbondano. E non è il caso di ridere degli americani, perché la quasi contemporanea del sondaggio globale Ipsos-Mori, condotto in 14 paesi, assegna la prima posizione nel suo «Index og Ignorance» proprio agli italiani, che piazzano il paese proprio davanti agli Stati Uniti.

Il sondaggio del Chapman Institute ha scavato nelle credenze degli americani e vi ha trovato un elevato grado d’irrazionalità, ugualmente diffuso tra repubblicani e democratici, che semmai si distinguono per scegliere credenze irrazionali diverse. Così se i democratici sono inclini a credere di più che i pensieri positivi abbiano influenza sul mondo fisico (75,6% contro 68,6%) o credono più della loro controparte politica nell’astrologia o nella divinazione del futuro, restano staccati dai repubblicani che in maggio numero sono convinti che il diavolo sia la causa -reale- della maggior parte dei mali del mondo. Non ci sono differenze di partito invece per quanto riguarda credere nell’esistenza di Atlantide, degli UFO o di Bigfoot, una credenza in crisi da anni, ma che ancora persiste nelle menti degli americani. Il Washington Post ha preparato un grafico nel quale si paragona l’adesione alle credenze rilevata dal Chapman con la conoscenza di di «cose che sono reali», che fa il suo effetto e non solo perché quanti credono correttamente che l’età del pianeta si misuri in miliardi di anni sono molto meno di quelli che credono nell’esistenza di Atlantide come una civiltà avanzata o negli spiriti che infestano le case o ancora nel potere dei pensieri positivi o nei sogni premonitori.

paure americane

Quando s’arriva alle paure sembra chiaro che gli americani siano convinti di vivere in un paese che fa paura e che farà ancora più paura. Percezioni clamorosamente sbagliate, ad esempio il 54,8 degli interrogati è convinto che i rapimenti dei bambini sia aumentata, così come il 62% pensa della violenza delle gang. Sbagliandosi clamorosamente, visto che questi due tipi di reati si fanno sempre meno frequenti da anni e che per le forze dell’ordine non costituiscono un particolare motivo d’allarme. In generale gli americani credono, in gran numero, che il crimine sia in aumento da tempo, anche se è vero il contrario e se le statistiche criminali segnano semmai dati che avvicinano ai minimi storici.

Una grande preoccupazione degli americani è legata ai pericoli che vengono da internet, i timori per il furto d’identità, la sorveglianza del governo e delle aziende sulla rete e simili occupano più metà della top five delle «paure personali» e di quelle legate a «governo e immigrazione», per il resto tra le prime svetta il camminare da soli nella notte, seguito dopo le paure legate all’uso della rete da quella di rimanere vittima di un mass shooting, una strage come quelle di Columbine o del cinema Aurora. Il timore del furto d’identità su Internet batte persino quello di rimanere senza soldi in futuro o quello della malattia, decisamente il segno di un mondo che cambia, ma anche di un discorso pubblico che si sviluppa in rete e che pone i problemi correlati all’uso della rete in grande evidenza.

A complicare le cose c’è poi che molti tra quanti sono convinti che negli ultimi 20 anni il crimine sia aumentato costantemente, si mostrano refrattari a rivedere le loro credenze e reagiscono aggressivamente nei confronti di quanti provino a presentare loro l’evidenza dei numeri. Un fenomeno sottolineato dagli autori del sondaggio americano, che molti però hanno potuto toccare con mano anche in Europa, dal sondaggio Ipsos-Mori ad esempio sembra che molti italiani siano convinti che il paese sia stato invaso dagli immigrati e in particolare dai musulmani. Gli italiani sentiti dal sondaggio credono che nel paese ci sia il 30% della popolazione composta da immigrati (sono invece il 7%) e che il 20% dei residenti sia musulmano, mentre i musulmani sono appena il 4%. Se si prova a correggere i portatori di queste credenze, come di quelle che parimenti sovrastimano ancora di più il numero di Rom, Sinti o variamente nomadi, è facilissimo ricevere risposte poco educate e molto aggressive da chi su quelle false credenze coltiva le sue paure, o diffonde allarmi e chiamate alle armi.

Quelli del Chapman Institute hanno trovato altri dati interessanti che illuminano aspetti poco indagati, ad esempio quello per il quale tra chi ha paura dei disastri naturali in realtà ce ne sono pochissimi che abbiano poi approntato difese o materiale per le emergenze, anche tra quelli che vivono in aree dove i disastri naturali non sono infrequenti. La paura quindi in molti casi non agisce come stimolo a prepararsi, resta per molti un’inquietudine appena espressa e non ha effetti benefici. Il che mette in discussione ad esempio le campagne d’informazione che cercano d’indurre giovani e meno giovani a comportamenti più salutari agitando lo spettro della paura, com’è negli Stati Uniti per il fumo o per i rapporti sessuali tra adolescenti, che per ridurre il fenomeno delle gravidanze adolescenziali si tendono a demonizzare facendo del vero e proprio terrorismo psicologico, che in effetti non ha mai funzionato.

La paura però ha anche effetti sociali decisamente venefici, la paura di girare per strada al buio svuota le strade rendendole davvero meno sicure, la paura di un serial killer (non così numerosi) fa dire a molti intervistati che non soccorrerebbero la vittima di un incidente stradale in una zona isolata per il timore di trovarsi attirati in trappola da un assassino seriale. Che i risultati dei due sondaggi al di là dei campanilismi e delle facili ironie, risultino preoccupanti è fuor di dubbio e la ricerca delle cause ha subito impegnato una pletora di commentatori, in genere lesti a mettere sotto accusa il sistema dell’informazione e a gettare la croce su quei politici che su quelle paure e quella errata percezione della realtà costruiscono le loro fortune, com’è nel caso di quelli che cavalcano la paure della «invasione» d’immigrati o la presunta minaccia posta della presenza, sovrastimata, di musulmani o variamente nomadi.

Il dibattito è giunto presto nei pressi del dilemma dell’uovo e della gallina, a chiedersi se cioè l’informazione crei questa forma d’ignoranza del mondo o se invece non alimenti un loop cercando di soddisfare il mercato rappresentato da evidente questa massa di creduloni. Un dilemma che si estende alla politica, dove in effetti abbondano molto di più gli esempi di politici che cavalcano certe forme d’ignoranza di quanti non s’impegnino invece per la crescita culturale e civile della società nei loro paesi. Viene in mente quella che in Francia agli inizi di questo secolo hanno definito «la guerra all’intelligenza» intendendo con il termine la tendenza all’eliminazione della complessità dal discorso pubblico e la progressiva deriva a scontri più consoni ai tifosi che a persone istruite e civili che si confrontano si temi di grande rilevanza pubblica.