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#LostinLeopolda, cronaca di un alieno nella kermesse renziana

Il direttore qui lo salutano tutti. I miei due colleghi si muovono come pesci d’acqua dolce in un lago che conoscono bene. Per me, invece, è la prima volta. Arrivato a Firenze, sospetto che la mia unica utilità per questo gruppo di professionisti che stimo molto sia fare lo sherpa tra le strade di questa città vezzosa. La conosco, anche se normalmente scendo a Campo di Marte. I tifosi trasfertisti sanno perché.

Renzi apre secondo giorno Leopolda

Riesco a portarli a piedi dove dobbiamo arrivare e almeno così mi sono guadagnato il primo pernottamento. Ma neanche il tempo di cambiarsi ed eccoci catapultati in un’altra stazione. Quella di Porta al Prato, che davanti ha la mitica Leopolda. La culla del renzismo, il luogo in cui Pif è diventato il Nanni Moretti dell’audiovisivo 2.0, dicendoci che con questa classe dirigente, quella dell’allora sindaco, si poteva vincere eccome. Di Zoro e di Fabio Volo. Quella in cui Baricco riuscì a essere un oratore appassionato e vibrante e non (solo) compiaciuto e altezzoso. Il mito vuole che in questa stazione – sì, è stata la prima costruita a Firenze – l’autore di Castelli di Rabbia, Seta e Oceanomare (lo so, gli ultimi due sembrano nomi che si danno nella famiglia Elkann), si sia pure prodotto in una parolaccia liberatoria.

Sono emozionato, non lo nego. Riempio Marco Esposito di domande, chiedo lumi e dritte ai miei colleghi Stefania Carboni e Alberto Sofia. Sanno tutto.
Entro.
Mi rifugio nella sala stampa, non sono ancora pronto. Loro stringono mani, sorridono (ri)conoscendo tutti, io sembro Bersani al tavolo con la Lombardi. Dissimulo sicurezza, ma sono sulla difensiva.
Il mio animo gregario – geniale definizione dell’inviato dell’RSI Lorenzo Buccella (in Svizzera vogliono sapere tutto del renzismo)  -, mi spinge a seguire la corrente. Avete presente quando in un acquario metti il mangime per pesci? Su quelle briciole si avventano tutti gli inquilini di quel mezzo metro quadrato d’acqua. Così succede alla Leopolda. Decine di persone, molte con videocamere corrono avanti e indietro. Li seguo. A un certo punto li sento che dicono “è arrivato il presidente”. Annuisco, fingendo di sapere. E mi chiedo? Parlano di Renzi, con la tipica esagerazione che si deve a chi comanda? Di Orfini, che presidente del Pd lo è davvero? Di Napolitano, che in fondo sarebbe l’unico meritevole di un’affermazione così perentoria, senza specifiche? O magari Della Valle? In fondo la Fiorentina gioca solo domenica sera. Il presidente, lì, non è mai arrivato. E io ancora mi arrovello.

Arriva però, sul palco, Maria Elena Boschi. Apre la manifestazione. In mezzo a dei ragazzi che mi fanno sentire vecchio. Veloce, sintetica, entusiasta, bellissima. Soprattutto bellissima. Tutti fanno foto come se fosse arrivata Madonna. Ok, le faccio anche io, lo ammetto. Lei va come una macchinetta, non sbaglia nulla, non si inceppa. Fa quasi paura. L’ho già detto che è bellissima?

Renzi apre secondo giorno Leopolda

Pausa. Parte What is Love. Ed è subito Blair. O Blur come ha argutamente notato il collega Francesco Albanese. Anni ’90 a go go. Anzi, a Go West, perché non potevano mancare i Pet Shop Boys. Siamo della stessa generazione, ma io non è che mi riconosca tanto in Haddaway. Ma non lo dico, gli altri addirittura canticchiano. Mi sento solo. E non voglio disturbare i miei colleghi, anche se il direttore affettuosamente mi invia sms segnalandomi quelli che potrei conoscere persino io. Mi presenta tutti. Ma loro lo vedono che io non sono dei loro. Sono cortesi, alcuni persino dolci. Ma in loro c’è la condiscendenza che si deve a un emarginato. Al brutto delle feste. Faccio tappezzeria. Non mi succedeva dal liceo.

Parla Matteo Renzi, finalmente. Apre lui. Questa la so.
Standing ovation: per iniziare a parlare deve fare come Guccini ai concerti quando sta per cantare La locomotiva, far sedere tutti. “Che manifestazione politica è quella in cui tutti vogliono stare in piedi? Si sa che i politici dove c’è non dico una poltrona, ma anche una seggiola, la occupano”. Risate, è partito alla grande. Ci siamo pure dimenticati di quel video zeppo di aforismi rock da Silicon Valley in cui piazza anche il regista David CroneMberg (con la m, già, sic). Commento su twitter la sua performance da perfetto stand up comedian. One man show divertente ed emozionante, anche se mi chiedo perché con un palco sotto i piedi e un microfono sotto mano gli venga la voce del Dj Albertino.
Va bene lo stesso, con La ricerca della felicità e Will Smith mi ha conquistato. Dice che vuole parlare solo di Leopolda e non di politica. Che qui è Matteo e non il premier. Poi nel giro di dieci minuti rivendica il patto del Nazareno, dà una piccola carota e una grande bastonata a Civati, se la prende con l’Europa (il nuovo arcinemico, con lui è sempre come nei fumetti Marvel), Cgil. E i sondaggi che li danno e lo danno alle stelle.
Dice che proprio qui, qualche anno fa l’Italia era “scalabile”. E mi chiedo se ora stia concludendo l’Opa sul nostro paese. Poi con piglio da leader continua “qui dentro abbiamo capito che tutto era possibile: ci siamo presi il partito e il governo del paese”. Ci manca solo un tié.
Chiude dicendo “ricominciamo da capo, resettiamo senza salvare”. Ricordo l’ultima volta che ho dovuto farlo al mio pc. Non fu bello. Ma se lo dice lui sarà giusto così.

Apertura della quinta edizione della Leopolda a Firenze

E’ partita la prima Leopolda di lotta (e di Lotti?) e di governo. E lui la apre, sapeva di non poter evitarlo. Lo fa in una scenografia che replica un garage (si fa fatica giusto a capire perché in un box auto italiano dovrebbero esserci due birilli da bowling). Non capisco del tutto se è un suggerimento per una nuova soluzione abitativa – in effetti alcuni ne trovi in affitto anche a 80 euro al mese – o se vuole replicare il mito americano degli adolescenti che inventano in quei pochi metri quadri novità che li rendono miliardari.
Parole alla Obama, location alla Steve Jobs, battute del miglior Leonardo Pieraccioni. E la capacità, che ti piaccia o no, di parlare a te. A te precario, anche se lui non lo è mai stato. A te giovane che comincerebbe a essere vecchio, con la sua età, in qualsiasi altro paese. A te generazione fantasma e scippata. Rifletto sul fatto che Renzi, per me, sia come Vasco Rossi: lo sfotto, non di rado mi sembra poco credibile, è troppo pop. Poi vado a un concerto del Blasco e salto per due ore urlando le sue canzoni. Queste profonde riflessioni le faccio mentre mi avvicino al buffet preso d’assalto da tutti. Sono un po’ basito dalla scena un po’ bestiale e fuori dallo show di Renzi, mi trovo in quell’ala della Leopolda, con migliaia di persone, da solo. Di nuovo. Tutti sono a loro agio. Io no. Tutti sanno perché sono lì. Capisco che ho colleghi troppo bravi per essere loro realmente utile. Poi una mano alzata. Un sorriso. Uno mi chiama. Ho trovato qualcuno anche io. Vado, in un piccolo capannello. Gli altri, accanto a me, si tranquillizzano. Lo vedo, non sono più un parìa. Nessuno mi guarda più come se fossi Bersani. Sorrido. E’ fatta.

E invece no. La mattina dopo (oggi) c’erano i tavoli. Tutti a risolvere i problemi della nostra penisola in tre ore scarse. Si svegliano tutti presto, pure i cinematografari. Ma io un tavolo non ce l’ho. Giro. Vorrei almeno dei bicchieri e delle tartine per sentirmi utile. Servirli a Serra, alla Serracchiani, alla Concia, a Valsecchi e Brizzi. Magari pure Pif e Volo che si incontrano e si sfottono su quanto i loro operatori telefonici siano migliori di quello di cui l’altro fa il testimonial. Immagino che arriverà presto anche Panariello, che poi è pure toscano.
Sono di nuovo un outcast. Ora mi guardano come se fossi Civati. Mi rifugio dentro twitter. La Leopolda è un altro pianeta. Io per loro ho sei braccia e quattro gambe. Datemi almeno una sedia. Non un tavolo, ma una sediolina sì. E qualcuno mi aiuti a riconoscere quelli che gli altri salutano con tanto deferente affetto.

#LostinLeopolda (continua…? Forse)