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«Io, in pensione a 52 anni senza aver mai lavorato»

Dimenticate l’immagine dell’operaio stanco e con un corpo segnato dal duro lavoro. Qualcuno è riuscito a svolgere il duro mestiere di minatore senza rimanere vittima della fatica che esso comporta. È la storia quasi surreale di Carlo Cani, 60enne del Sulcis che al quotidiano La Nuova Sardegna ha raccontato di essere andato in pensione a 52 anni praticamente senza aver mai lavorato.

 

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«ANDAVO DAI MEDICI E MI ACCONTENTAVANO» – «Nel 2006 sono andato in pensione con 35 anni di anzianità, ma praticamente non ho lavorato mai», ha affermato l’uomo, spiegando di essersi servito di escamotage come generosi certificati medici per giustificare le assenze ai suoi superiori. In sostanza, il tempo sarebbe trascorso tra finti malori, cassa integrazione e mobilità verso la pensione. «Quasi mai, là sotto – ha aggiunto Cani parlando delle miniere – stavo troppo male. Sin dall’inizio io e il carbone non abbiamo mai legato». «Andavo dai medici – ha continuato – chiedevano cure, capivano, mi accontentavano. Fino alla cassa integrazione. Era il 1993, una liberazione. Poi la mobilità e l’addio». Insomma, le assenze erano molto numerose, ma «per ragioni certificate». E guai a parlare di minatore lavativo. Per Cani il termine è «inappropriato». «Possiamo dire – ha spiegato ancora – che alla miniera ho sempre preferito musica jazz e corse in salita».

«LA MINIERA NON ERA PER ME» – I numeri sono pesanti. Ventisei (trascorsi tra malattie di ogni genere, cassa integrazione e mobilità) sarebbero gli anni di servizio del minatore alla Carbonsulcis, al pozzo di Seruci, dopo i quali è arrivato il diritto alla pensione, quello con lo scivolo lungo, destinato a chi ha compiuto un lavoro usurante. Si tratta di una vicenda anomala vissuta dentro i confini della legittimità. Il lavoro è pesante? Allora è meglio dedicarsi alle proprie passioni, avrà pensato migliaia di volte l’intervistato. «Il sottosuolo, non ci avevo mai pensato… – ha raccontato ancora l’ex minatore a La Nuova Sardegna – No, no, per me era impossibile farcela quel buio, mi mancava il respiro». Sembrava necessario dunque la corsa all’ambulatorio. «Mi inventavo di tutto, amnesie, dolori, emorroidi, camminavo sbandando come fossi ubriaco. O forse, a pensarci bene, qualche volta lo ero davvero. Mi capitava di urtare la parete con un pollice, impossibile lavorare con un pollice gonfio. Altre volte mi finiva la polvere in un occhio, avevo un occhio pieno di polvere. E il collo, mesi passati con il collare per tenere a bada una maledettissima cervicale. Ma la verità è che non ce la facevo, la miniera non era roba per me». Ridere o piangere? «Io ci scherzo su perché la mia è stata una storia strana – dice – ma laggiù, sotto terra, c’è gente che si è spaccata la schiena per anni e anni, gente che il salario se l’è guadagnato col sudore. Io li rispetto ma sono diverso, sono un minatore-jazz…».

(Foto di minatori da archivio LaPresse: AP Photo / Emre Tazegul)