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NBA: Belinelli, Datome, Bargnani e Gallinari, i quattro moschettieri alla conquista dell’America

Come in un film partiamo subito con un flashback.

10 Giugno 2014, NBA Finals, Gara3.

San Antonio Spurs e Miami Heat sono 1-1 dopo che in Texas i padroni di casa hanno dominato Gara1 grazie anche all’afa dell’AT&T Center (è la famosa partita dell’aria condizionata rotta e dei crampi di LeBron…) e gli ospiti hanno pareggiato grazie a un sanguinoso 0/4 ai liberi di Duncan e Parker nei minuti finali.

Tim Duncan, Photocredit Andy Lyons/Getty Images,
Tim Duncan, Photocredit Andy Lyons/Getty Images,

Nella prima partita giocata all’American Airlines Arena di Miami proprio non sembra esserci storia. I vecchietti incredibili di San Antonio giocano un basket perfetto, con delle spaziature che sembrano calibrate col compasso. Solo che dall’altra parte ci sono sempre James, Wade, Bosh, Allen e un branco di tiratori scelti, così succede che più o meno a metà del terzo periodo gli Heat rimontano fino al -7. Ed è a quel punto che gli Spurs con un’altra delle loro esecuzioni prodigiose liberano Marco Belinelli per un tiro da tre che non si può sbagliare. Si torna a +10 e la squadra di Gregg Popovich non si volta più indietro, non solo per Gara3 (chiusa 111-92) ma fino al quinto titolo.

In conferenza stampa l’allenatore degli Spurs – uno che coi giornalisti preferirebbe parlare di astrofisica nucleare piuttosto che dei singoli giocatori – conferma che il canestro di Marco è il momento in cui si è decisa la partita. E col senno di poi, la serie.

Dopo cinque stagioni passate a capirci qualcosa e una invece memorabile come notevole uscita dalla panchina a Chicago, Marco Belinelli con gli Spurs è stato il primo giocatore italiano a vincere un titolo NBA. Ha scritto la storia di questo sport, e l’ha fatto a lettere maiuscole. Cubitali.

È certamente un punto d’arrivo, ma allo stesso tempo anche una sfida clamorosamente affascinante. I campioni di San Antonio sono oggettivamente “vecchi” (Duncan 38, Ginobili 37, Parker e Diaw 32), ma allo stesso tempo sembrano essere intramontabili. Hanno vinto cinque anelli ma non sono mai riusciti a ripetersi per due anni di fila. È davvero l’ultima occasione per provarci, e Belinelli sarà un tassello fondamentale per la riuscita dell’impresa. Difensivamente è cresciuto tantissimo a Chicago e lo ha confermato in Texas. Non è più solo un’arma tattica col tiro da dietro l’arco, ma è ormai un giocatore a tutto tondo, di quelli silenziosi ma che magari ti mettono quei dieci punti che alla fine pesano come macigni. Popovich lo ha integrato nel suo sistema alla perfezione, e Marco lo scorso anno ha risposto da giocatore ormai maturo. Le premesse per confermare di essere un cestista di livello mondiale ci sono tutte.

Per quanto riguarda gli altri italiani, l’incognita è ahinoi pressoché totale. E non (del tutto) per loro demeriti. Danilo Gallinari viene da un anno e mezzo di inattività. Il talento cristallino e la cattiveria cestistica per tornare a essere un top player a Denver dovrebbero esserci ancora, ma non gioca da un’eternità e l’infortunio al ginocchio che l’ha fermato è di quelli che inquietano. Ci vorrà del tempo, e parecchio, per capire se il Gallo può farcela a recuperare al 100%. Di sicuro i Nuggets non sono la squadra scintillante di un paio di stagioni orsono. Arrivare ai playoff sarebbe già un buon risultato per la stagione alle porte. Magari appunto con Gallinari da protagonista.

Il primo anno ai Detroit Pistons, Gigi Datome l’ha passato ad ammuffire in panchina. E, lo scriviamo senza il minimo campanilismo, proprio non se lo meritava. Perché se c’é un giocatore che coniuga dedizione, senso del sacrificio, duttilità, intelligenza cestistica e senso della partita, quello è lui. Non sarà forse il più dotato degli italiani che giocano in America (anche se il talento non gli manca, eh? Neppure un filo…) ma a nostro avviso è il più completo. È quello che legge meglio degli altri un match, nel suo complesso e nelle varie fasi che lo attraversano. E soprattutto quando sposa una causa lo fa sul serio, al 110%. Lo dimostra ogni volta che veste la maglia azzurra ma soprattutto negli anni in cui ha indossato quella della Acea Roma, da vero e proprio eroe. Già, perché a livello sportivo secondo noi un eroe è chi resta anche quando non dovrebbe, quando verso altri lidi lo attenderebbero successi e ingaggi sontuosi. Poteva eccellere in Europa o tentare l’NBA anni prima Gigi, invece ha scelto di restare e lottare per Roma portandola a una finale scudetto che è valsa quanto cinque titoli. Datome ha un cuore grande come uno stadio, e con l’arrivo di coach Stan Van Gundy a Detroit speriamo abbia la possibilità di dimostrarlo quest’anno. I Pistons vengono da una stagione deludente, potevano centrare i playoff e hanno fallito. Soffia dunque aria di cambiamento a Detroit, e partire dalla completezza di Datome potrebbe essere davvero una mossa vincente. A livello sia fisico, tecnico e mentale lui è pronto.

La nota più dolente dell’armata italiana negli States è Andrea Bargnani. Inutile girarci intorno con le parole: il romano ha deluso, e parecchio. Dopo il bel primo anno ai Toronto Raptors l’ala grande/centro s’è perso quasi del tutto, fino a diventare un sostanziale incompiuto. Sfortuna e infortuni a ripetizione? Certamente. Ma c’è anche una mancanza di carattere che ormai è impossibile da nascondere. Bargnani è un lungo che non prende rimbalzi, cartina di tornasole a nostro avviso fondamentale per capire la “cattiveria” di un giocatore. Ci sono parecchi playmaker o guardie che di media ne prendono più di lui, e pure parecchi. Non è il suo compito specifico obietteranno alcuni, e magari è anche vero. Ma quelle cifre a rimbalzo per uno così alto sono comunque improponibili. Significano che Andrea non va sul pallone, punto.

L’anno scorso poteva essere la rinascita a New York, invece è stata l’ennesima débâcle. La nota positiva di quest’anno è che ai Knicks sono arrivati due veri e propri geni del basket come il Guru Phil Jackson e il neo-coach Derek Fisher. Se il problema di Bargnani è (anche) mentale, nessuno come Jackson ha saputo negli anni lavorare sulla psicologia di un talento. Coach Zen potrebbe fare l’ennesimo miracolo, e sinceramente ce lo auguriamo. I Knicks hanno tutte le carte in regola per tornare ai playoff. Di più sarà difficile fare, ma le premesse per gettare basi importanti ci sono tutte.

E poi ci sarebbe anche quello che non gioca, ma siede in panchina. Ettore Messina. Come dire: la storia del basket europeo. L’esperienza come esperto di difesa di qualche anno fa ai Lakers è stata rivedibile. Perché i Lakers già non hanno nel loro DNA storico la difesa (verità che magari un giorno smentiremo in un articolo apposito…), e poi QUEI Lakers proprio non sapevano cosa fosse giocare nella metà campo dove il pallone a spicchi ce l’hanno gli altri. Però adesso Ettore è approdato alla corte di Popovich, uno che del “sistema” di gioco ha fatto una religione. Addirittura a prescindere (o quasi) dai giocatori. Fatica, rigore, applicazione degli schemi e un’idea di basket sempre chiarissima. E’ la filosofia del “sergente” degli Spurs, come lo è sempre stata di Messina. Sono due personalità forti a essere eufemistici, potrebbero stridere un pochino venendo a contatto. Di certo però posseggono un sostrato comune fatto di professionalità e conoscenza enciclopedica di cosa significhi il basket contemporaneo, che sanno interpretare come pochissimi altri al mondo. Entrambi hanno vinto tantissimo eppure ancora non sono sazi. Né di trofei né soprattutto della voglia di imparare ancora qualcosina in più riguardo questo gioco inimitabile. Che poi è ciò che distingue un buon allenatore da un grande coach. Come sono Gregg Popovich e Ettore Messina.