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Sinodo della Famiglia, se alla Chiesa manca l’autocritica

Il Sinodo della Famiglia è stato definito dagli addetti ai lavori un evento innovativo e rivoluzionario e che ha dimostrato, nel susseguirsi dei giorni e delle conferenze stampa, che la Chiesa Cattolica su questi temi è davvero in cammino, che si divide, che litiga.

Il convocare, da parte di Papa Francesco, un assemblea straordinaria a pochissimo tempo, solo un anno, da quella ordinaria sullo stesso tema – quello della famiglia – è di per sé un segno di novità: il Papa vuole che le divisioni escano fuori, vuole che tutti sappiano che la Chiesa non è un blocco monolitico capace solo di usare frasi come “situazioni di oggettivo peccato”, “valori non negoziabili”, “condizione intrinsecamente disordinata”. I temi su cui i vescovi si sono confrontati sono fra i più spinosi e seri della società moderna: perché la gente non si sposa? Perché sempre più coppie divorziano? Cosa fare delle famiglie saltate per aria? Bisogna cambiare il tradizionale approccio riguardo le persone omosessuali?

In molti diranno che sono questioni che la società laica ha già affrontato e superato da tempo, ma la Chiesa cammina col suo passo, cammina tutta insieme e sopratutto cammina al passo del più lento; secondo i più attenti analisti, bisognerà attendere “i frutti nel lungo periodo” perché Francesco ha “chiaramente messo la Chiesa su una strada nuova” – e non va dimenticato quel che i sondaggi dimostrano, ovvero che sui temi in ballo i fedeli cattolici si dimostrano sempre più aperti delle altre confessioni cristiane. Il fatto che l’intera discussione non venga semplicemente liquidata ribadendo i temi tradizionali della dottrina ma chiedendosi se essi siano ancora praticabili nel mondo moderno non è un fatto che possa essere archiviato come irrilevante, a meno di non voler tagliare le situazioni con l’accetta e di applicare alla Chiesa categorie parlamentariste e politiche che non le appartengono e che non funzionano.

La discussione sopratutto sulla stampa e sui giornali si è concentrata sulle situazioni pastorali difficili: coppie di fatto, unioni civili, divorziati e risposati, omosessuali. Chi sostiene che siano stati i media a pilotare il Sinodo in questa direzione sbaglia: il tema è stato posto con forza da una parte dell’episcopato e, va detto, ribadito in maniera quasi ossessiva in tutte le Congregazioni. Ben poco spazio, rispetto alla rilevanza del problema, hanno invece ricevuto i temi economici: il tema fa capolino soltanto in uno dei paragrafi della Relatio Finale, in cui si afferma che “si è sottolineata la necessità di una evangelizzazione che denunzi con franchezza i condizionamenti culturali, sociali, politici ed economici, come l’eccessivo spazio dato alla logica del mercato, che impediscono un’autentica vita familiare, determinando discriminazioni, povertà, esclusioni, violenza”. Temi su cui la gerarchia cattolica non sembra però fare una sufficiente autocritica.

Le persone che non si sposano per scelta o per puntiglio sono davvero poche: la gran parte dei giovani, alla domanda “ma vi sposate?”, risponde “se ci date i soldi, volentieri”. Su questo da parte dei vescovi non sembra arrivare un esame di coscienza: la dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum  in poi, è sempre stata ferma nel denunciare gli eccessi del mercato, della precarietà e del capitalismo. Ma oltre i principi ci sono la politica e la vita quotidiana, e proprio qui fin dal pontificato di Giovanni Paolo II le Chiese locali e le conferenze Episcopali non hanno mai fatto mancare il loro sguardo più benevolo alle parti politiche in questi anni più sostenitrici delle liberalizzazioni, delle precarizzazioni, del neoliberismo economico e del capitalismo più distruttivo. In Italia, ad esempio, il sostegno offerto al ventennio del centrodestra di Silvio Berlusconi, fino a che ai vescovi ha fatto comodo, non può essere ignorato; ignorati sono stati, invece, i laici che già da anni chiedevano che sul sostegno alla figura e alla politica si facesse una sincera autocritica. 

Sono molti i libri, gli studi, gli interventi in tema: c’è chi si è affaticato nel dimostrare che la crociata anti-sindacale di Margaret Thatcher fosse perfettamente congruente con la Rerum Novarum, c’è chi ha sottolineato la profonda cattolicità insita nella presidenza di Ronald Reagan e ha accomunato lui e Giovanni Paolo II per l’anticomunismo sempre professato, chi ha inserito i tre – il Papa, il Presidente, la Lady di Ferro – in una triade di comunione di intenti. Ebbene, cosa hanno da dire vescovi e cardinali riguardo il mondo che le politiche degli ultimi vent’anni hanno generato? E’ o non è vero che i rappresentanti della Chiesa hanno sostenuto questi uomini e dunque queste politiche, anche rinunciando, nel concreto operare dei vescovi, a porre un limite agli eccessi “alla logica del mercato”, mentre i Papi si affannavano nel ribadire le linee della dottrina sociale (sia Giovanni Paolo che Benedetto su questo non hanno mancato)? Ed è vero o non è vero che tutto ciò è accaduto perché questi soggetti continuavano a dare più garanzie sui temi che alla gerarchia sono sempre più interessati, ovvero scuole cattoliche, finanziamenti, bioetica, temi sensibili e quel residuo di anticomunismo che è servito fino a che è servito?

In breve, cosa hanno da dire i vescovi a ai giovani che oggi tentano di vivere e di costruire in quel mondo della precarietà al quale proprio i prelati, al di là delle lodevoli iniziative assistenziali, non si sono mai opposti in una vera prospettiva di sistema, negando il proprio sostegno a chi creava una società in cui i progetti di lungo respiro sono diventati nel migliore dei casi demodé e nel peggiore semplicemente impossibili? Perché non sono stati indicati come modelli quei laici che ogni giorno si impegnano in maniera volontaria e gratuita per correggere le storture, e ai cattolici in politica è stato sempre e solo chiesto di non trascurare “i valori non negoziabili” in bioetica e politiche familiari, e mai riguardo l’economia e il lavoro? Insomma: Papa Francesco vuole trasformare la Chiesa in un ospedale da campo per curare le ferite di tutte le persone del mondo: di quante di esse la Chiesa, oltre a poter essere cura, dovrebbe considerarsi corresponsabile?