QUELLO CHE I SINDACI NON DICONO – I Sindaci della linea del Piave che attaccano il patto di stabilità hanno delle ragioni, soprattutto riguardo alla deroga inspiegabilmente concessa a Roma e a Catania. Ma dovrebbero, ad onore di verità,
aggiungere anche che questa situazione si deve anche soprattutto perché, rispetto al 2007, agli enti locali con la legge 126/2008 è stata tolta un’arma fondamentale per poter manovrare la loro finanza pubblica. Con quella legge, primo provvedimento urgentissimo del Governo Berlusconi agli enti locali fu tolta non solo la loro principale fonte di entrata, l‘ICI ma, soprattutto, fu sospeso il potere di deliberare aumenti dei propri tributi e aliquote. Quindi, i comuni italiani possono rispettare il patto di stabilità solo agendo sul versante delle riduzioni di spesa. E siccome non è stata fatta alcuna distinzione tra spesa corrente e quella per investimenti, e siccome il limite vale sia per la competenza (impegni programmatici) che per la cassa (spese effettive), può accadere che un comune virtuoso, pur avendo in cassa i soldi per finanziare un’opera necessaria alla sua collettività, debba rispettare il Patto di stabilità e quindi ridurre il proprio saldo finanziario, non spendendo soldi di cui dispone.
MASANIELLO VENEZIANO – I sindaci veneti sono simpatici e hanno anche alcune buone ragioni. Ma oltre che tuonare contro il Governo ladro che toglie i soldi ai veneti potrebbero raccogliere firme per la reintroduzione dell’Ici e lo sblocco della loro autonomia impositiva. Forse meno popolare, ma molto più “federalista“. Perché chi vuole il federalismo fiscale vuole l’accountability, cioè la responsabilizzazione dell’amministratore locale che decide programmi di spesa finanziandoli con tributi propri chiesti direttamente ai cittadini, non chiede trasferimenti indifferenziati da “Roma” finanziati con tasse pagate dal cittadino a qualcun altro. Ricorda giustamente Franco Manzato, vicepresidente del Veneto e leghista, che la proposta dei sindaci dell’Irpef, così com’è stata stilata, è l’esatto contrario rispetto al federalismo: è piuttosto l’accentramento esasperato della leva fiscale nelle mani del governo, che sarebbe libero di gestire l‘Irpef come vuole, ritornandone ai Comuni una percentuale variabile di anno in anno. I sindaci del Piave potrebbero anche tagliare le spese correnti: magari anche lungo il Piave ci sono un po’ di sprechi. Certo è meno popolare, ma funzionerebbe: l’assessore regionale Vendemiano Sartor di Forza Italia, ricorda che azioni come queste possono rivelarsi un’arma a doppio taglio. Bisogna lavorare per giungere ad un
principio uguale per tutti in tutta Italia, che dia autonomia a seconda dei meriti.
LA PEREQUAZIONE – La Lega Nord, a cui appartengono diversi degli amministratori locali in rivolta, è in imbarazzo: perché di solito è abituata a cavalcare queste uscite demagogiche, e stavolta è costretta a difendere le scelte fatte dal governo Berlusconi e il ddl Calderoli. Ma non dovrebbe essere sola in questo imbarazzo. Infatti, è inammissibile che si continui a promettere un federalismo fiscale per il domani mentre oggi si continuano a prendere provvedimenti sbagliati e di segno contrario (abolizione Ici, blocco autonomia impositiva, Patto di stabilità troppo rigido e poco premiante per i virtuosi). Ed è vero come ripete ancora Flavio Zanonato che non è giusto premiare chi dilapida le risorse pubbliche, penalizzando chi invece si dimostra responsabile nei confronti dei propri cittadini e di tutto il Paese. Ma è anche vero che limitarsi a tuonare contro “Roma ladrona” non fa onore neppure ai sindaci veneti del Pd. Perché chiedere a gran voce che il 20% dell’Irpef resti in Veneto non è solo popolare e indolore. Ma è soprattutto una richiesta che non tiene minimamente in conto che quel miliardo e mezzo di euro verrebbe “tolto” a qualcuno. Al Sud, per esempio. Alla faccia della perequazione. Su questo punto la Lega – che nel ddl Calderoli si è fatta carico del tema della perequazione – fa bene a prendere (seppur con qualche ambiguità) le distanze da questo movimento. Spiace che lo stesso non facciano i sindaci veneti del Pd.




La Lega sta scoprendo a sue spese che a Nord interessa poco del Dio Po o del federalismo e molto della pressione fiscale.
Per molti elettori, il rientro del 20% dell’Irpef non è il prodromo ad un aumento della spesa locale,ma ad una riduzione del carico fiscale: i politici rubano tutti, quindi meno si lascia ai politici, meglio è.
La classe politica locale leghista è invece impegnata nella trasformazione in una piccola burocrazia elettiva a livello locale, per la quale è essenziale rimanga elevato il tasso di intermediazione delle risorse e quindi il proprio potere.
Per i PD come Zanonato, cavalcare la tigre è invece l’unica speranza di sopravvivere all’annichilimento elettorale.
Bravo Carlo! Mi hai anticipato.
Siamo su un piano inclinato molto pericoloso. Che può farci scivolare in un baratro.
pino
@Falkenberg:
Un’analisi sulla quale non c’è molto da aggiungere.
Se non che – com’è ovvio per te, ma evidentemente non per tutti gli amici del nord est – difficlmente un politico è “migliore” sempliceemnte perchè è “locale”. Solo un po’ più vicino. Meglio di niente, si obietterà. Sì, ma sempre un po’ troppo poco…^_^
@Pino:
Grazie.
Sì, siamo su un piano inclinato, perchè le spinte “egoistiche” sono tanto miopi quanto più forti proprio in tempi bui come quelli che arrivano: ne è un esempio il “protezionismo” strisciante che tutti – chi più chi meno – stanno “sposando”
@tutti:
Il politico locale ha un vantaggio: con un po’ di fortuna l’elettore ci mette di meno a conoscerlo personalmente. Chi non si libera del “primato della politica” dopo aver conosciuto da vicino qualche politico politicante, si merita certi politici
Disclaimer: ho fatto politica, quindi mi sto anche insultando da solo
semplicemente, non credo nel “primato” necessario di una forma di organizzazione collettiva.