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Asia Bibi: la donna condannata a morte per aver «offeso Maometto»

Condannata a morte a causa di una discussione accanto a un pozzo. Accusata di aver «offeso il profeta Maometto» e per questo arrestata, picchiata e violentata per aver aderito a un credo religioso diverso da quello praticato nel suo villaggio. La storia di Asia Bibi è piuttosto nota in Europa e sopratutto in Italia, dove diverse associazioni si sono interessate al suo caso. E, oggi, si torna a parlare di questa donna perché la sentenza che quattro anni fa l’ha condannata a morte è stata confermata anche in secondo grado. Per i giudici, Asia deve pagare con la vita l’offesa che ha arrecato all’Islam.

Asia Bibi con Salman Taseer, governatore della Provincia del Punjab (poi assassinato nel 2011) Foto: AP Photo/LaPresse
Asia Bibi con Salman Taseer, governatore della Provincia del Punjab (poi assassinato nel 2011) Foto: AP Photo/LaPresse

ASIA BIBI: LA STORIA – Asia Bibi è pakistana ed è di fede cristiana. Non si conosce con esattezza la sua età: di lei si sa che ha circa 45 anni, che è madre di cinque figli e che prima dell’arresto lavorava come contadina in un villaggio della provincia di Lahore. In un giorno del giugno 2009, ad Asia viene chiesto di andare al pozzo a prendere dell’acqua per poter continuare il suo lavoro nei campi. Una volta giunta al pozzo, incontra alcune donne musulmane che la accusano di essere “impura” in quanto non musulmana, e di aver “contaminato” l’acqua, semplicemente perché aveva toccato il secchio con le mani. Asia si difende e discute con le donne, prima di andarsene e dimenticare l’accaduto. Qualche giorno più tardi, invece, viene arrestata: si scoprirà che le donne l’hanno denunciata per blasfemia, perché quel giorno al pozzo avrebbe «parlato male di Maometto». A sporgere denuncia, tuttavia, sarà un uomo del suo villaggio che poi, pare, si dichiarerà pentito. Costretta a subire percosse e violenze sessuali, Asia nega ogni accusa e viene rinchiusa nella prigione di Ittanwalai, mentre comincia il processo a suo carico. Un anno dopo la prima sentenza: Asia Bibi è colpevole di blasfemia, un reato che prevede la pena di morte. Mentre la donna resta in carcere, peraltro in condizioni igienico-sanitarie disastrose che mineranno anche la sua salute psicofisica, i suoi avvocati presentano ricorso contro la sentenza.

(AP Photo/K.M. Chaudary)
(AP Photo/K.M. Chaudary)

ASIA BIBI: CONFERMATA LA CONDANNA A MORTE – Passano gli anni, e il caso di Asia Bibi comincia a fare rumore dentro e fuori i confini del Pakistan: molti gruppi cristiani e associazioni per i diritti umani si mobilitano per chiedere la scarcerazione della donna, discriminata e ingiustamente accusata per la sua fede religiosa. Altri chiedono di cambiare la legge sulla blasfemia. Ma, nonostante tutto, Asia resta in carcere, dove riceverebbe anche pesanti minacce di morte. Fino ad oggi: come riportano Avvenire e l’Ansa, questa mattina l’Alta Corte di Lahore, tribunale di secondo grado, ha confermato la sentenza di condanna a morte per Asia Bibi. Secondo il giudice  Anwar ul Haq avrebbe ritenuto «valide e credibili» le accuse delle due sorelle musulmane con cui la donna aveva discusso al pozzo.

Foto: LaPresse
Foto: Mauro Scrobogna – LaPresse

 

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ASIA BIBI COME MERIAM IBRAHIM – Gli avvocati di Asia hanno fatto sapere che faranno ricorso alla Corte Suprema del Pakistan, terzo e ultimo grado di giudizio. Secondo la difesa, il caso di Asia sarebbe viziato da false accuse e «testimoni poco credibili» e si farà di tutto per evitare la condanna definitiva. Avvenire riporta le parole di Naeem Shakir, l’avvocato cristiano che segue Bibi: «La giustizia è sempre più in mano agli estremisti» – ha detto amareggiato. Una storia, quella di Asia Bibi, che non è molto diversa da quella di Meriam Ibrahim, la donna sudanese condannata a morte da un tribunale del Sudan, perché colpevole del reato di apostasia a causa della sua fede cristiana. La scorsa primavera il caso di Meriam aveva fatto discutere il mondo intero, sopratutto perché la giovane donna, che quando è stata arrestata era incinta, era stata costretta a partorire in cella. La ragazza, il cui obiettivo era quello di trasferirsi negli Stati Uniti insieme al marito – cittadino statunitense – era poi stata liberata grazie alle pressioni della comunità internazionale sul governo sudanese. A luglio Meriam era arrivata in Italia, accolta dal premier Renzi e dal ministro Mogherini, che si erano occupati del suo caso, e aveva incontrato Papa Francesco insieme al marito e ai figli.

(Photocredit copertina: AP Photo/LaPresse)