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«Sono un imprenditore che offre lavoro. Ma nessuno lo vuole»

So bene che non si tratta di una grande cifra, ma è pur sempre un inizio. Sarà poca cosa, ma è un lavoro con delle prospettive: certo bisogna rimboccarsi le maniche. Non voglio dire che tra i giovani non c’è la voglia di impegnarsi, ma dopo tutto questo tempo non so che altro pensare

Emilio Langhi è perplesso e anche un po’ deluso: da mesi sta cercando collaboratori per la propria attività imprenditoriale ma, nonostante i tanti curriculum ricevuti e i tanti giovani incontrati sono proprio loro, i giovani, a rifiutare l’offerta di un lavoro. Nonostante l’Italia si dibatta ormai da anni nella morsa di una disoccupazione giovanile sempre più spietata. Langhi è un artigiano piemontese, che gestisce un piccolo lanificio in provincia di Biella. Alla base della sua attività imprenditoriale c’è un’idea innovativa e una forte spinta alla valorizzazione del territorio, ma questo aspetto non sembra fare presa sui giovani di una regione dove, l’anno scorso, la disoccupazione giovanile aveva toccato il 40,2%.

AP Photo/Andres Kudacki
AP Photo/Andres Kudacki

«OFFRO LAVORO, MA TUTTI RIFIUTANO» –  Langhi ha raccontato la propria storia a La Stampa: il suo lanificio si chiama The Wool Box Company e si occupa di raccogliere e filare le lane provenienti sia da allevamenti locali che dal resto d’europa, lane prodotte da pecore allevate per la loro carne e il loro latte, e quindi che producono un filato “poco interessante” per i lanifici tradizionali: 

«Il nostro lavoro consiste nel trasformare un materiale di scarto in un oggetto di valore – spiega Langhi -. Le lane delle pecore allevate per carne e latte sono destinate allo smaltimento e classificate come rifiuti: noi ci occupiamo di raccoglierle, smistarle e filarle. Non solo: parte della nostra attività consiste nel creare corsi di “alfabetizzazione tessile”, così da diffondere la cultura della lana e recuperare una tradizione che con il tempo si è perduta».

Insomma, un progetto complesso e appassionante. Tutto da costruire. Così The Wool Box Company ha cominciato a cercare i suoi «ambasciatori della lana», collaboratori destinati al trattamento della lana, alla filatura, alla tintura, ma anche alla vendita del prodotto finito e alla realizzazione di corsi di formazione per insegnare le tecniche lavorazione e i segreti della lana. Ma, continua Langhi, la maggior parte dei candidati – a parte quattro persone, di cui tre biellesi – hanno rifiutato l’offerta una volta capito di cosa si trattava:

Le motivazioni sono le più disparate: c’è chi dice che l’impegno richiesto è troppo per il compenso, chi che l’assortimento dei prodotti in vendita non è abbastanza vario. Insomma l’interesse c’è, ma nulla più.

«RICEVIAMO TANTE RISPOSTE, MA POI NON SE NE FA PIÙ NULLA» – Langhi riconosce che lo stipendio offerto non è altissimo, circa 400 euro al mese per un impegno non a tempo pieno ma, assicura, si tratta di una stima al ribasso per un progetto che «ha tutte le carte in regola per crescere» e che sta per espandersi e sbarcare in Sicilia. Oltretutto rappresenta una possibilità di guadagno e di crescita professionale per chi un lavoro ancora non ce l’ha, disoccupati o giovani studenti che siano:

[…] Non troviamo nessuno disposto ad appassionarsi al nostro progetto. La retribuzione è stimata al ribasso e indicativa: se troviamo qualcuno che sa fare bene il lavoro di distributore, saremmo ben contenti di non parlare solo di un’integrazione al reddito, ma di assunzione. Purtroppo però, passata la prima ondata di entusiasmo, tutti rinunciano. […] In tutta Italia sono moltissime le lane autoctone che potrebbero essere recuperate, ma non siamo riusciti a concludere nulla, nemmeno nelle grandi città. Pubblicato l’annuncio, riceviamo decine di risposte nel giro di qualche ora, poi non se ne fa mai nulla.

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È SUCCESSO ANCHE A RYANAIR – Si potrebbe pensare che il progetto del signor Langhi abbia difficoltà a trovare collaboratori per via delle piccole dimensioni del suo business, e che una simile situazione difficilmente si verificherebbe se, in ballo, ci fossero nomi molto più “grossi” e più famosi. Eppure non è sempre così: basti pensare a quanto accaduto lo scorso agosto a Bologna, la città scelta da Ryanair per tenere un primo “casting” per il reclutamento di nuovi stewart. A quella selezione si presentarono soltanto una ventina di candidati: uno scenario molto diverso dai precedenti “recruitment days” della compagnia aerea irlandese, di solito molto frequentati.  «Siamo sbalordite, di solito c’è la fila fuori: non abbiamo mai visto presentarsi così poca gente» – avevano poi commentato stupite le receptionist dell’albergo dove si svolgevano le selezioni.

«UN SEGNO DI INEFFICENZA» – Anche in questo caso ci si era chiesti cosa avesse scoraggiato gli aspiranti assistenti di volo, se i tanti prerequisiti richiesti da Ryanair (inglese eccellente, bella presenza, ottime capacità natatorie e buona vista) o, magari, qualcos’altro. All’indomani di quel casting di Ryanair era stato Andrea Ichino, professore di economia del lavoro nell’Università di Bologna, a osservare che, forse, i giovani bolognesi in cerca di lavoro potevano aver vagliato e poi scartato a priori la possibilità di lavorare per Ryanair:

[…] dobbiamo dedurne che ai giovani disoccupati bolognesi (e non solo) la possibilità di lavorare per Ryanair non merita di essere esplorata (non dico nemmeno accettata) in quanto comunque meno attraente del rimanere disoccupati in attesa di un posto migliore. E questo a maggior ragione quando, per esplorare questa possibilità, tocca perdere un giorno di mare o una serata in discoteca! […] Nessuna riprovazione morale: se i giovani disoccupati preferiscono così, buon per loro. Come dicevo, quando le cose stanno così la disoccupazione italiana non sembra costituire un problema di disagio sociale. Ma resta ugualmente un segno di inefficienza del nostro sistema produttivo che spreca risorse utili.

(Photocredit copertina: Christopher Furlong/Getty Images)