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Qarabag e le altre, il calcio esiliato dalla guerra

Nel calcio europeo del terzo millennio fatto di sponsor, pubblicità, marketing e stadi di proprietà, esistono squadre costrette a giocare fuori dal proprio stadio e lontano dalla propria città a causa della guerra. Guerra che ha cancellato legami, strutture, stadi, passioni ma che non ha scalfito i ricordi di coloro che, nel nome dei loro colori, sognano un giorno di poter tornare a casa.

Una di queste è il Qarabag, o meglio, il Futbol Klubu Qarabağ Ağdam, prossimo avversario dell’Inter in Europa League. I cavalieri, così soprannominati per via dello stemma con il cavallo Karabakh, è il club dei rifugiati azeri. Si tratta della squadra di calcio della città di Ağdam, in Azerbaigian, costretta ad abbandonare il proprio stadio, l’İmarət stadionu, a causa della guerra del Nagorno-Karabakh. Nel gennaio 1992 il parlamento della piccola enclave a maggioranza armena ma appartenente all’Azerbaigian, sulla base di una legge dell’Urss allora vigente che venne sfruttata anche da Baku per separarsi dall’Unione Sovietica, dichiarò la nascita della Repubblica del Nagorno-Karabakh o Repubblica di Artsakh. Un organismo autoproclamatosi e tutt’ora esistente, anche se riconosciuto solo dall’Ossezia del Sud, dall’Abkhazia e dalla Transnistria.

Dopo una querelle diplomatico-giudiziaria, il 31 gennaio 1992 l’aviazione azera diede il via ai bombardamenti della capitale, Step’anakert. A pagare maggiormente fu però Ağdam, unica città azera all’interno dell’enclave del Nagorno-Karabakh che venne abbandonata dagli abitanti ed occupata dalle forze locali, sostenute dall’Armenia. La guerra finì nel 1994 con l’accordo di Biškek del 5 maggio ma intanto Ağdam, letteralmente «città bianca», venne distrutta. Gli azeri lanciavano dalla città i razzi contro le truppe armene che dal canto loro diedero vita ad un bombardamento sistematico che distrusse tutto. Per anni Ağdam venne usata per trafugare materiali destinati all’edilizia ed oggi, a 20 anni dal conflitto, non resta più niente, a parte la vecchia moschea, ormai malridotta.

Ciò significa che anche l’İmarət stadionu non esiste più, in quanto venne demolito nel 1993. E da allora la squadra gioca in esilio dalla città in cui venne fondata, nel 1951. Gurban Gurbanov, allenatore del Qarabag, spera di tornare un giorno nella città ormai svanita. Tuttavia restano i ricordi, ricordi che hanno visto anche una delle bandiere della squadra, Allahverdi Bagirov, ex giocatore ed allenatore del Qarabag, morire in battaglia il 12 giugno 1992. E da quel giorno ogni vittoria è dedicata a lui. Ed anche le parole di Gurbanov suonano quasi malinconiche:

Ogni volta che sento le domande su Agdam mi rattristo perché non auguro a nessuno una sorte così ma so anche che questo interessamento significa molto per noi. Vuol dire che all’estero si sono informati sulla nostra storia. È un buon inizio

E di quella storia restano le maglie, bianconere. Bianche come la città e nere come le montagne del Nagorno-Karabakh che la cingevano in un’epoca di pace. E dopo aver giocato dal 1993 al 2009 anni a Baku, la squadra si è avvicinata a casa stabilendosi a Quzanlı, in quel che resta nel distretto di Ağdam, a confine con l’autoproclamata repubblica.

L’Inter è protagonista anche di un’altra storia che riguarda una seconda squadra costretta all’esilio per colpa della guerra. Era la Champions League 2008-2009 ed a Nicosia i nerazzurri pareggiarono 3-3 con l’Anorthosis Famagosta, squadra della serie A cipriota. La squadra biancoazzurra venne fondata nel 1911 ed è la terza più titolata del Paese dopo Omonia Nicosia e Apoel. Dal 1974 gioca a Larnaca, a seguito dell’invasione turca di Cipro Nord, invasione che ha interessato la città di Famagosta.

Il 15 luglio 1974 un colpo di stato militare greco che aveva lo scopo di annettere Cipro alla Grecia portò al governo Nicos Sampson, noto per le sue posizioni contro i turco-ciprioti. Ankara dopo cinque giorni a seguito di consultazioni con Londra decise l’intervento militare nell’isola, ufficialmente a sostegno della comunità ed a tutela della garanzia riconosciutale dai Trattati di Zurigo e Londra del 1959 e del 1960 che sancivano come Inghilterra, Grecia e Turchia avrebbero mantenuto l’indipendenza dell’isola. I turchi occuparono il versante nord e costrinsero i greci a spostarsi verso sud. Tra le città occupate c’era anche Famagosta, i cui abitanti greco-ciprioti vennero costretti alla fuga con nessuna possibilità di ritorno a casa. Buona parte della città divenne zona militare, furono abbandonate numerose costruzioni e venne creata una zona militare non accessibile che oggi è conosciuta come una città fantasma.

Tra coloro che dovettero abbandonare la città ci furono anche i dirigenti ed i giocatori dell’Anorthosis, squadra greca, che giocò a Nicosia fino al 1986, anno in cui a Larnaca venne costruito lo stadio Antonis Papadopoulos, ex capitano della squadra che dopo la cacciata dalla città si prodigò per dare una mano ai colori biancoazzurri. A Famagosta esiste ancora il vecchio stadio dell’Anorthosis, l’Evagoras Gymnastic Association Stadium, usato sia dai biancoazzurri sia dalla seconda squadra della città, il Nea Salamis FC, un impianto che giace in stato d’abbandono dal 1974. La speranza per i ciprioti è quella di poter tornare un giorno a giocare a casa propria. La realtà invece dice che bisognerà aspettare ancora molto.

La storia di Anorthosis Famagosta, del Nea Salamis e del Qarabag potrebbe presto diventare la realtà delle squadre di calcio dell’est Ucraina, come lo Shakthar Donetsk. I combattimenti hanno danneggiato la Donbass Arena, giustificando quindi il trasferimento della squadra a Leopoli insieme ai cugini del Metalurg, mentre i giocatori e lo staff vivono a Kiev. I giocatori dello Shakthar temevano per la propria incolumità ma la dirigenza li ha spinti a restare, garantendo la loro sicurezza. Ma non è stato possibile. E la lista delle squadre in esilio per colpa della guerra è aumentata.

(Nella foto di copertina, uno scorcio di quello che resta di Ağdam. Photocredit Wikipedia)