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Anime nere: il film di Munzi che meritava il Leone d’Oro

Lo ha recensito anche Roberto Saviano su Facebook. Una ventina di righe, per sottolineare la bellezza, l’importanza, la forza di un film come Anime nere. E in quelle parole ispirate, c’era molto di un’opera che ha la fluidità e la capacità di intrattenere di un gangster movie e la profondità di quel cinema d’autore che sa trovare il lato oscuro della nostra società. Francesco Munzi ci ha messo tanto per riuscire a fare questo film: dopo averlo visto a Venezia (e dopo il suo arrivo in sala, giovedì 18 settembre), lo dobbiamo ringraziare per la sua tenacia. Senza quella caparbietà, infatti, ci saremmo persi un lungometraggio straordinario. Quello che avrebbe meritato il Leone d’Oro al Lido.

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‘NDRANGHETA ON THE ROAD– Amsterdam, Milano, Africo, il mondo visto attraverso una famiglia criminale che replica in sé i modelli delle nuove organizzazioni internazionali, ma ancora radicate in territori antichi. Quelle che fanno scorrere e confluire fiumi di denaro, sangue e droga senza soluzione di continuità. Tutti hanno le loro colpe, ma ognuno i suoi metodi. Munzi ha la capacità di farci entrare nello squallore epico ed etico di un provincialismo violento e di ambizioni sfrenate, ma anche di disegnare un ritratto d’insieme che in un nucleo prettamente patriarcale – il padre è un mito e un peso, i figli, i fratelli e i parenti rappresentano reazioni diverse a quell’icona consumata – ci svela come modernità e tradizione possano mischiarsi dentro il nostro lato oscuro. Per capire l’Italia, le sue logiche, devi aprire le finestre di Africo, guardarla da quell’angolazione che rivela molto di noi. Munzi sa farlo con la decisione di un Coppola, nel tirare le fila di una saga familiar-criminale, ritrovando facce come Marco Leonardi, talento schiacciato dal film di Risi su Maradona, ma anche con la potenza antiretorica dei Taviani de L’uomo da bruciare, anche se qui siamo dal lato sbagliato.

L’ITALIA CHE DELINQUE – La fotografia desaturata, movimenti di macchina mai banali, una sceneggiatura che mette insieme realtà dure da accettare e ipocrisie quotidiane, una storia semplice (anche nel senso del film di Emidio Greco), secca e sorprendente, soprattutto sul finale. Sono tanti gli ingredienti di un lavoro che meriterebbe, forse, di essere candidato per l’Italia all’Oscar. Perché, forse, oltre oceano ne intuirebbero il valore, saprebbero comprendere a pieno la capacità di Francesco Munzi – con questo film entrato nel novero dei grandi “giovani” moderni (Sorrentino, Garrone, Vicari) – di unire cinema di genere e d’autore in un matrimonio felice, quanto ruvido e doloroso nei contenuti. Non si concede alla retorica, non perdona alcun personaggio, ma non cade neanche nella tentazione di condannarli. Li osserva. Li riconduce all’avidità che li porta a fare affari che non immagineremmo e all’atavicità di comportamenti medievali, assurdi. Munzi ci fa stare lì, nella testa di un adolescente letalmente superficiale, in quella di un giovane capo che sembra tanto il Sonny de Il padrino, ma più misurato, nelle teste e nei cuori di due fratelli che sono su sponde diverse, ma più vicine di quello che vorrebbero ammettere.
Guardate Anime nere. Rimarrete col fiato sospeso, in attesa di sapere cosa, e come, succederà. E sarete stupiti dal talento di un regista straordinario. Capace di una misura straordinaria, nelle parole e nelle immagini, ma anche di rischiare molto, nella narrazione come nelle sue visioni. E non fatevi mettere paura dai sottotitoli – il lungometraggio è in dialetto calabrese -, perché come nelle opere di Scorsese, ve ne accorgerete a fine film che avete letto e non solo ascoltato.