Anche un treno, uno spazio così piccolo, può farti conoscere il mondo. Attraverso gli occhi di chi è venuto da lontano a lavorare e vivere in un posto che non conosceva. E…
“Ritrattistorie”, racconti veri di gente di strada che Gloria Demo ricostruisce con lo stile che la contraddistingue.
Youssef è un trentenne che non ha paura di nulla, eccetto che dei suoi genitori. E’ in Italia da 5 anni perché vuole
lavorare, costruirsi una famiglia, senza dare fastidio a nessuno. Lo abbiamo incontrato sul treno, insieme alla madre venuta da Marrakech a fargli visita
KOUCHIA E YOUSSEF- E’ la seconda volta che la signora Kouchia viene nel nostro Paese. La noto appena salgo sul treno. Pochi minuti al fischio, è ancora fermo sui binari. Mi avvicino e le chiedo se posso farle qualche domanda, se possiamo chiacchierare un po’, io, lei , ed il ragazzo che le siede di fronte. Nessuna incertezza. Sorridono, spostano le valigie, ed eccomi qui, accomodata affianco ad Youssef, suo figlio. Milano-Casal Pusterlengo. Poco più di 40 minuti di viaggio da percorrere insieme.Facciamo le presentazioni e poi si parte.Kouchia deve scrivermi da sé il suo nome sul blocknotes perché io non ci riesco. Viene dal Marocco, da Marrakech. Si tratterrà per qualche giorno in casa del figlio, a Casal Pusterlengo, in provincia di Lodi. E’ una simpatica signora sotto i cinquantanni. Uno shador bianco le incornicia il viso tondo e paffuto, lasciandolo scoperto. Indossa un elegante ed ampio abito bianco, abbellito da sfiziosissime rifiniture in verde. Le si intravvedono appena le piccole mani, che si tengono strette tutto il tempo, muovendosi un po’. E’ leggermente intimidita forse. Non conosce bene la nostra lingua, un po’ meglio il francese, ma preferisce lasciar parlare Youssef. Questo ragazzo stasera alle nove riprenderà il treno per tornare a Milano a lavorare. Fa le pulizie, un turno notturno di sei ore. Da due settimane, finalmente, ha un posto “sicuro“.
IL PERMESSO DI SOGGIORNO- Proprio ieri ha sentito del contributo per il rilascio ed il rinnovo del permesso di soggiorno. Sarebbe addirittura disposto a pagare duecento/trecento euro, ma solo se gli venissero garantiti tempi burocratici di rilascio brevi. Deve trattarsi di qualcosa di prezioso per lui. Per anni ha fatto senza, saltando da un lavoretto ad un altro, di quelli incerti, malpagati,“facili da trovare”. Non aveva paura. Questo ragazzone di trent’anni, alto e robusto, non ha timore di nulla-mi dice-salvo che dei suoi genitori. C’è passato tante volte: “i carabinieri ti prendono, ti portano in caserma, ti scattano le foto e poi ti rilasciano. Non ho mai rubato, non dico le bugie, evito i casini. Una persona intelligente sa come stare tranquilla ed evita le cattive compagnie. Non bevo, non fumo…Non hanno mai potuto trattenermi per alcunché.”
DIO?-Youssef è musulmano.Praticante. Oggi non ha pregato solo perché non c’era posto in aeroporto, dove ha atteso la madre per qualche ora. Appena arrivata ha tranquillizzato al telefono il padre, Milud. Lo sente una volta o due ogni settimana, a seconda delle possibilità. Ha un gran rispetto nel parlare dei suoi genitori, così come della sua condizione di immigrato.Crede che tutto nella vita sia stato già scritto, che il suo Dio abbia scelto un re per fare il re ed i poveretti per fare i poveretti, “quelli come me“-ironizza. Gli faccio notare che è venuto da noi però, che ha abbandonato la sua Marachech e quel “santo“ governo monarchico. Più bella di Milano la sua città-così la descrive-meravigliosa, piena di colori, profumi, cibo buono, gente di ogni parte del mondo, anche Italiani. In quel paradiso, ahimé, non ha trovato lavoro. Mi racconta che un buon stipendio fisso mensile, dalle sue parti, è di trecento euro, ma che il costo della vita è uguale al nostro. Un giorno ha lasciato tutto e si è avventurato nel nostro Paese. Il gusto dell’avventura. C’è anche questo nella sua fuga dal Marocco. Non c’è più tornato da allora. Lì ha lasciato gli affetti: i suoi genitori, i suoi parenti. E basta…
LA FAMIGLIA ED IL PALLONE- Per Youssef la famiglia è importante. Vuole sposarsi, avere dei figli. E’ il suo sogno. Non gliene vengono in mente altri. Per lavorare e mettere dei soldi da parte non si allena nemmeno più. E’ anche un giocatore di calcio. E’ modesto ma capisco che con il pallone ci sa fare. Prima giocava nella nella squadra di San Martino, un comune vicino Lodi. I suoi ex-compagni di squadra ci si ritrovano ancora di sera, proprio mentre lui è sul treno, diretto a Milano. Ma il campetto può aspettare. Tornerà a giocare, ma solo nel momento in cui troverà un’ occupazione stabile di giorno. Ha fiducia. Mentre parla sua madre continua ad osservarci. Sembra intuire tutto quando parliamo di lei. A Kouchia non piace stare qui in Italia. Ci è tornata solo per trovare il figlio, approfittando di un volo low cost che lui è riuscito a prenotarle via internet. L’altra volta è rimasta chiusa in casa. Non sapeva dove andare, con chi parlare. I vicini di casa di Youssef sono diffidenti e non le rivolgevano la parola. A Marachech nessuno può tenerla chiusa. Adora andare in giro per i mercati, ad esempio, o a trovare i parenti, sempre protetta dal suo shador, che-tenta di assicurmi il figlio-non le pesa affatto. E’ la loro usanza, la loro religione, la loro moda anche. “Come voi in Italia, anche noi abbiamo i nostri “stilisti“, mi sorride Youssef.


Complimenti! scrivii molto bene, bell’articolo interessante.