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Il saluto romano e la libertà di espressione

C’è chi sostiene che urlare a braccio teso “presente!” durante un raduno dal chiaro sapore storico sia un’innocente manifestazione di un’opinione, e, in quanto opinione, non punibile.

Non sono in pochi a sostenerlo.
Buona parte del paese si sta convincendo sempre più della liceità di esprimere il proprio pensiero in qualunque modo ciò avvenga, e qualcuno vuole ricondurre e giustificare l’accaduto adducendo proprio questa motivazione.
Se Beppe Grillo dice “ladri” in totale serenità, in fondo, cosa vieta a due militanti di CasaPound di citare il fascismo, se non una legge del ’52 che espressamente ne vieta la rappresentazione o la sua ricostruzione?
Meglio abolire norme antiche e non discuterne più. Ognuno sarebbe libero definitivamente di fare squadra o quadrato attorno a un’idea, più di quanto non lo sia già ora. Tutti potrebbero palesarsi come meglio credono, semplice. Per chi non è d’accordo, a pagamento, esisterebbe sempre l’inflazionato strumento della querela.

Resta solo da chiarire un piccolo dettaglio che cambia però radicalmente la prospettiva e il significato delle cose e dei gesti, soprattutto.
Perché il saluto romano, durante il fascismo, era sinonimo di fedeltà al capi, di esecuzione di ordini, di violenza… anche.

Oggi, cosa significa realmente quel saluto?
Perché, se dietro quel saluto in realtà si nasconde ancora la voglia di ghettizzare, di chiudere la bocca a chi la pensa in maniera differente, di limitare la libertà dell’essere umano e di perseguitarlo per genere, razza, o comportamento sessuale, allora la decisione della Cassazione di condannare i due simpatizzanti è più che condivisibile e non è un ritorno al passato.

Non credo che i fan di questi attori siano così ingenui da voler convincere la platea che dietro quel saluto ci fosse solo un gesto simbolico, innocuo, liberatorio. Che quel saluto romano fosse solo pura libertà di espressione o di imitazione.

In genere, se una persona imita, o sta facendo satira, e non è questo il caso, o sta fomentando altri a imitare, a incitare, a credere…
In cosa? Beh, chiediamocelo.

Gabriele Guarino per Giornalettismo