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I vincitori e gli sconfitti della nuova Europa

Il percorso di rinnovo delle istituzioni UE iniziato con le elezioni europee del 25 maggio scorso si è quasi concluso. La designazione dei commissari da parte di Juncker ha rimarcato il progressivo spostamento degli equilibri comunitari verso l’Est, così come la supremazia del centrodestra. Nonostante il calo dei voti e la perdita di capi di Stato e di Governo all’interno del Consiglio Europeo il Ppe è ancora la forza di riferimento delle istituzioni comunitaria, con Angela Merkel indiscussa leader dell’UE.

 

Jean-Claude Juncker presenta la nuova Commissione, Photo/Geert Vanden Wijngaert
Jean-Claude Juncker presenta la nuova Commissione, Photo/Geert Vanden Wijngaert

 

UNIONE EUROPEA: LE NUOVE ISTITUZIONI – A circa quattro mesi dalle elezioni europee del 25 maggio scorso il processo di rinnovamento delle istituzioni comunitarie può dirsi praticamente concluso. Qualche sorpresa è ancora possibile nelle audizioni davanti al Parlamento europeo dei commissari che affiancheranno Jean-Claude Juncker, ma gli equilibri complessivi usciti dalle trattative di questi mesi non muteranno. Le cariche politiche apicali dell’UE, pur con un peso molto diverso tra loro, sono state assegnate a due popolari ed ad due socialisti: Jean-Claude Juncker, Donald Tusk, Martin Schulz e Federica Mogherini. Verso la fine del 2016 l’esponente della Spd lascerà però il suo incarico, per la consueta rotazione della presidenza del Parlamento Europeo. La guida dell’assemblea legislativa UE passerà ad un esponente del Ppe, e vista la penalizzazione della Germania nella Commissione Juncker, non è da escludere che Schulz passi il testimone ad un connazionale. Un’ipotesi potrebbe essere l’attuale capogruppo del Ppe, Manfred Weber. La prevalenza del centrodestra nelle cariche apicali si riflette anche nella composizione della Commissione, che ha rapporti politici non dissimili rispetto al precedente esecutivo europeo guidato da José Manuel Barroso. Ulteriore guadagno del Ppe dovrebbe essere la presidenza dell’Eurogruppo, che dovrebbe passare dal laburista olandese Djisselbloem al conservatore spagnolo De Guindos. L’avanzata del Pse, per quanto contenuta, all’interno del Consiglio Europeo non ha portato ad un significativo rafforzamento dei rappresentanti socialisti all’interno delle istituzioni comunitarie. La conferma dell’alleanza con il Ppe e i liberali dell’Alde, che sostengono la Commissione Juncker, ha così confermato gli equilibri a favore delle formazioni di centrodestra. L’unico gruppo politico europeo al di fuori della maggioranza Juncker sono i conservatori di Ecr, rappresentati grazie all’esponente dei Tory britannici Jonathan Hill.

 

 

UNIONE EUROPEA: LA VITTORIA DELL’EST – Il rinnovo delle istituzioni comunitaria ha evidenziato il rafforzamento del peso dei paesi dell’Est Europa, che in maggioranza avevano aderito all’UE nel 2004. Il rinnovo delle cariche apicali ha rimarcato come i tradizionali assi europei, in primis quello Francia e Germania che ha guidato il processo di approfondimento di integrazione comunitaria degli ultimi decenni, non può ormai più decidere in contrapposizione al blocco orientale. L’accordo tra Germania, Francia e Berlino trovato sul nome del ministro degli Esteri Federica Mogherini è stato sottoposto ad un significativo ripensamento che ha portato alla trasformazione della presidenza del Consiglio Europeo. La guida del motore politico delle istituzioni comunitarie è passata da un premier piuttosto oscuro e marginale come Herman Van Rompuy ad uno dei leader più rilevanti d’Europa, che guida il sesto paese dell’UE per popolazione. Il rafforzamento dell’Est si è tanto rispecchiato nelle nuove nomine, quanto dalla rottura con la Russia seguita all’annessione della Crimea e alla crisi ucraina, che ha riavvicinato le posizioni dell’Unione Europea alla maggior aggressività verso Mosca richiesta dalla Nato. La maggior centralità dell’Est è stata riconosciuta anche da Juncker, che ha affidato la maggioranza delle vicepresidenze ai paesi del blocco orientale, che saranno rappresentati da ben tre ex primi ministri. Una svolta nei confronti delle istituzioni comunitarie, probabilmente favorita dalla dimensioni relative di queste nazioni, ma che comunque indica un’Europa meno renana rispetto al passato. Ai tempi della guerra in Iraq il presidente francese Jacques Chirac criticò in modo stizzito l’autonomia dei paesi dell’Est rispetto all’asse francotedesco che aveva deciso per il no alla guerra degli Stati Uniti. Più di dieci anni dopo Berlino e Parigi hanno seguito, smorzandole, le posizioni delle nazioni orientali nei confronti del più importante dossier di politica estera europea.

 

Jean-Claude Juncker e Angela Merkel, Photo/Geert Vanden Wijngaert
Jean-Claude Juncker e Angela Merkel, Photo/Geert Vanden Wijngaert

 

UNIONE EUROPEA: LA VITTORIA DEL PPE E DELLA GERMANIA – Nonostante la flessione alle elezioni europee il Ppe è riuscito ad aumentare la sua rappresentanza all’interno delle istituzioni comunitarie. Il tandem Juncker-Tusk alla presidenza di Commissione e Consiglio Europeo è ben più autorevole rispetto al duo Barroso-Van Rompuy che aveva preferito assistere al predominio del metodo intergovernativo utilizzato per contrastare la crisi della moneta unica. Una modifica della traiettoria dell’integrazione europea coinciso con l’affermazione della Germania, diventata paese egemone dell’eurozona. Il 2014 ha riportato in auge la pulsione federalista, che era stata accantonata dopo la bocciatura dei referendum per il sì alla Costituzione europea. La nomina di Juncker ha tolto ai governi la parola decisiva sulla nomina del presidente della Commissione, che è passata all’unica istituzione democraticamente legittimata, il Parlamento. Una spinta che è stata subita all’inizio ma poi rivendicata dalla Germania di Angela Merkel, che ha imposto la presidenza Juncker a vari capi di governo propensi a soluzioni più confacenti ai loro interessi nazionali. All’interno del nuovo esecutivo UE il Ppe può contare su un commissario in più rispetto alla legislatura 2009-2014, esprimendone l’esatta metà, 14. La squadra popolare è la più orientata verso l’Est: Tusk alla presidenza del Consiglio Europeo, più 2 vicepresidenti e 2 commissari di Ungheria e Polonia. Varsavia è la cancelleria uscita più rafforzata dal rinnovo delle istituzioni UE, ed appare evidente come Angela Merkel abbia mitigato l’alleanza con la Francia socialista intrecciando un forte legame con il secondo paese per popolazione ai confini con la Germania. All’interno del Ppe la linea del rigore rimane indiscussa, come evidenziano i commissari economici appartenenti al centrodestra europea. Angela Merkel è stata criticata in patria per il declassamento subito da Günther Öttinger, il commissario tedesco retrocesso all’Economia digitale. La cancelliera però si è mossa da vera leader europea, sacrificando un portafoglio più importante per ottenere rassicurazioni sugli equilibri politici delle nuove istituzioni europee.

 

Matteo Renzi e Angela Merkel, AP Photo/Geert Vanden Wijngaert
Matteo Renzi e Angela Merkel, AP Photo/Geert Vanden Wijngaert

 

UNIONE EUROPEA: MATTEO RENZI E IL PSE – Il Partito socialista europeo aveva un peso politico di poco superiore ai liberali dell’Alde nella precedente Commissione Barroso, nonostante una forza elettorale ben più consistente. In questa Commissione i numeri, 8, non sono cambiati di molto, anche se il Pse potrà contare su un vicepresidente in più come Frans Timmersmann. Il guadagno appare però modesto, sopratutto perché la linea di superamento dell’austerità è stata sostanzialmente bocciata. A differenza di Angela Merkel, i due più importanti leader di goveno socialisti, Matteo Renzi e François Hollande, hanno ottenuto le nomine che si erano prefissati, Federica Mogherini come Alto rappresentante per la politica estera UE e Pierre Moscovici come commissario agli Affari economici e finanziari. Questo successo è stato però scontato dall’affermazione di linee politiche diverse da quelle espresse dal Pse. Una considerazione che vale sopratutto per quanto riguarda l’economia, dove Juncker, su probabile indicazione della Merkel, ha sostanzialmente commissariato Moscovici, sottoponendo alla supervisione di due ex primi ministri del Ppe come il finlandese Kaitanen e il lettone Dombrovskis, strenui difensori del rigore. Federica Mogherini avrà un’agenda di politica estera che sarà supervisionata da Donald Tusk. Il primo premier polacco riconfermato dall’elettorato alla guida di un paese così rilevante ha un altro peso specifico rispetto ad un ministro degli Esteri con pochi mesi di incarico, e nelle settimane successive alla sua nomina il futuro presidente del Consiglio Europeo non ha risparmiato valutazioni molto nette sulla crisi ucraina e i rapporti dell’UE con la Russia, richiamando il dramma della sua città natale, Danziga, simbolo dell’aggressione hitleriana. L’indicazione di un laburista olandese come primo vicepresidente di Juncker rappresenta una parziale sconfitta per il partito che si contrappone al rigore europeo. Timmersmann è stato designato da uno dei governi più vicini all’austerità di matrice berlinese, così come l’assegnazione dell’Antitrust ad una liberale progressista evidenzia quanto la nuova Commissione abbia voluto frenare le annunciate svolte economiche dei socialisti. Il Pse appare il partito che ha subito le maggiori delusioni nel rinnovo delle istituzioni europee, così che solo un’accentuata dialettica tra Parlamento e Commissione, contando sulle divisioni della destra, potrebbe favorire il raggiungimento degli obiettivi annunciati durante la campagna elettorale.