Riprende. Sul cartello delle riprese come alla boxe “Reprise” c’è scritto.
Pronti via. Canta my way, la canzone della vita di tutte le vite, quella dove dici embè, ho trovato la mia strada all’infelicità come voi altri, sono stato me stesso e dunque infelice come voi e allora. E lo vedo pure io il sole, e dunque. Con tutto quel colore, con tutto quel dolore. La vita che ti va in frantumi. I vetri anche. A tua figlia che ti balena in un
momento le mostri gli occhi: viola pure quelli. Non era un vetro o un filtro, era un’anima. Meraviglioso che ne aveva una, pensa.” Si fanno figli perché almeno qualcuno pianga al tuo funerale. Più di uno, mi raccomando. Così le possibilità aumentano”, strilla in platea. Mia figlia, la donna che ama solo te. (Non è) meraviglioso ?
Poi canta See Emily play pe’ ‘na donna. Un’altra. Si, capito bene, non siete voi, è l’altra.
Parla di una che s’è abbandonata al bosco, tutta sognante. Senza ‘na casa dove tornare, una famiglia, un uomo che le voglia bene. Una che forse l’hanno messa in mezzo ma che ce l’ha un valore, fidati. Una mignotta insomma. E Karin Schubert la vecchia amica, ora più vecchia che un’amica, al tavolo saluta. “Mai far aspettare le donne, perché può essere che le trovi”.
“In un mondo piccolo” la storpia, dice “Canzone della mia infanzia de che, quando mai, affogavo tutto in un piatto misto”, mica solo i dubbi.
C’è Farfallina, l’ultimo (che ha) fregato. Giggino che lo guarda fisso e calmo giacché è morto e manco lui ci crede. Che s’è liberato. Il padre, un’ombra. Meraviglioso ha imparato come, gli vuol bene. E che ci vuole. Sorride e non gli crede.
“La prossima canzone è Amado mio, parla di un usuraio”. E questo è il suo diario. Le registrazioni lo ricordano nel bel mezzo della canzone fermarsi così:
“Devo andare, ancora ‘ste ragazzette sceme, ‘ste trentenni che mangiano l’insalate e vogliono ricevere i complimenti per la magrezza o perché sono eleganti anche spendendo 100 anziché 1000. Che il mercato è come l’amore: pensavo che mi amassi, e quello ti risponde che pensava lo pagassi. Per me sono tutte mancate mignotte ci avessero avuto il fisico. Poiché non ce l’hanno avuto, si sono date alla cultura, ma farebbero diventare antipatico pure l’ultimo dei pensieri profondi e simpatica l’ignoranza più truce. Io sono un romantico. Che neanche lo so perché sto qui. A saperlo lo so. E’ che non so più perché qui continuo a venirci. Mica lo so. Questo non paga. Mica solo me, nessuno proprio. Lui è fatto così, è democratico. L’ultima volta che ci sono cascato è stata l’anno scorso che doveva andare in vacanze con le sue persone e cose. Le cose da casa se le porta apposta appresso per dare valore a quelle quattro persone che gli affollano il vivere. Tu pensa che viene da me, magro ma in forma: smagriti non ce li vogliamo, portano male e non promettono di essere solvibili. Devi essere pure magro ma in salute, allegro, fiducioso e ottimista
per l’avvenire mio e dei miei soldi. Ti presto il giusto, lo sconti con gli assegni, quando è tornato indietro il primo mica mi sono spaventato. Gli ho preso a garanzia la moto, che la moglie proprio non potevo ed i bambini non si toccano con tutta la polizia che poi ti viene dietro. E poi io non sono un macellaio, sono un uomo che fa affari e se ci riesce, i birbaccioni stanno ovunque e mica insultano coi buffi soltanto quelli grandi. Prendi la mia categoria : dissipata da una cattiva immagine quando in realtà è solo intermediazione finanziaria tra frutta e verdura. Mo’ che mi ricordo sono andato pure a scuola. Chiamatemi, e mi ci chiamano, dottore quando di cinque dita ne spezzo una, che l’altre servono, con precisione e portafoglio da chirurgo. Potrei citarvi Shakespeare terrorizzandovi più di un protesto. E si, perché niente vi fa più paura di cultura (a sfregio) e di danaro a strozzo messi insieme. Vi danneggia la letteratura che vi siete faticosamente guadagnati stando al mondo: il modo di leggerlo e di leggervi. Com’è che disse quello: la banalità del libero e consapevole arbitrio. Troppo facile far scegliere il far male a un ignorante. Io, sapeste ed è meglio lo ignoriate, sono stato a scuola di riflessi da Zio Prete e quando voglio imparare a farmi due risate sui diamanti a questo mondo leggo le memorie di mignotte. Esatto, libri scritti da voi, che non sapete chi voi siate ma solo a volte ciò che volete.
Io vi conosco. Io son bravo a farvi il conto in tasca, a sapere ciò che serve e ciò che è inutile, ciò che vi è inutile e quel che invece a voi serve. Ve lo tolgo e ve l’aggiungo.
Vi separo loglio da grana, vi riduco all’osso cioè voi stessi e non torno con il resto”.
Saluta Renatino, mentre scappa co’ la cassa.
Il retro del significato. Meraviglioso.




a volte è meraviglioso leggerti
“parlar di un’altra illudendola sia lei e invece è proprio l’altra.” eheh…vecchie memorie si sollevano d’un tratto!