“E’ una decisione serena, presa per assicurare la continuità, perché a fine anno compio 75 anni”. Non può non generare una qualche ironia che nel paese con la classe dirigente più anziana del mondo, l’ingegner Carlo De Benedetti lasci le cariche operative delle sue aziende adducendo come motivazione unicamente le ragioni dell’età: “Mi rendo conto del tempo che passa e, pur godendo di ottima salute, ho deciso di lasciare la presidenza di tutte le società che ho fondato”, dice in una conferenza stampa convocata nella sede della Borsa, e ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalle scarpe: “Ho avuto eventi che hanno
danneggiato la mia carriera per ragioni politiche: la condanna per il crac del Banco Ambrosiano, che mi ha tanto amareggiato, la Sme e la Mondadori”. Aveva appena fatto in tempo a prendere le ultime, fortunate, decision: nel week-end, la sua Management & Capitali, ha annunciato di aver ceduto lo scorso 22 gennaio azioni Tiscali, società dove era il secondo maggior azionista, passando dal 6,9% a una quota inferiore al 2%. Si inquadra invece nel quadro dell’allocazione di risorse private la fortunata uscita di De Benedetti dai fondi di Bernard Madoff (riferita dal sito internet Dagospia) circa 20 giorni prima del crac da 50 miliardi di dollari del finanziere newyorkese.
La scelta di ieri lascia molti perplessi, soprattutto nell’editoria. Ben 3.400 dipendenti su attività come il quotidiano “La Repubblica”, il settimanale “L’espresso”, 16 quotidiani locali (gruppo Finegil), tre emittenti nazionali Radio Deejay, Radio Capital e M2O, la rete televisiva nazionale All Music e tanti siti internet, tra cui Kataweb. Solo due settimane fa, incontrando il Comitato di Redazione de L’espresso, il capo del personale Roberto Moro aveva tranquillizzato tutti, rassicurando che l’ingegnere considerava il giornalismo la sua passione, e non avrebbe mai venduto. Ma chi lo conosce bene lo descrive come ormai nauseato dall’attualità italiana, sia dal berlusconismo che dal suo contraltare, il Partito Democratico in salsa veltroniana del quale aveva a suo tempo reclamato la tessera numero uno: De Benedetti è sempre stato uomo di grandi scenari, tanto da mettersi spesso in contrasto con altre forti personalità (come Massimo D’Alema), e poi ricucire solo a distanza di anni. Ma l’attuale impasse dei DemocRats, e il cul de sac nel quale sembrano essersi infilati, spiana il campo secondo l’Ingegnere a un’era berlusconiana che durerà almeno dieci anni. Insomma la sua grande passione, la politica, gli ha riservato delusioni su delusioni. “Per l’Italia ormai non c’è più nulla da fare”, confessava qualche tempo fa agli amici rivelando l’intenzione – tra il serio e il faceto – di ritirarsi per andare a vivere in Svizzera. Negli ultimi tempi alle delusioni per la politica si erano aggiunti gli attriti con il figlio Rodolfo, rigido e deciso fautore dell’addio alla “militanza” in campo editoriale, e, possibilmente, alla dismissione delle attività meno remunerative. Come l’editoria. Tanto che oggi, si sussurra, con l’addio dell’Ingegnere è pronta una svolta moderata (c’è chi, scherzando, la definisce “berlusconiana”) per viale Cristoforo Colombo, che potrebbe vedere l’abbandono delle posizioni “militanti” e da giornale-partito anche per i prodotti editoriali della galassia l’Espresso.
Resta aperta, alla luce delle nuove decisioni, la questione dell’avvicendamento al timone di Repubblica. Nell’ammiraglia del gruppo L’espresso è ritenuto ormai da tempo esaurito il tempo di Ezio Mauro, ma non c’è ancora pieno accordo per la successione. Le ipotesi Ferruccio De Bortoli e Giulio Anselmi restano sul tavolo, ma in questi mesi si sono cercate soluzioni “interne” più consone e gradite all’interno. Massimo Giannini, a cui è stata lasciato virtualmente il bastone del comando negli ultimi tempi, ha deluso l’ingegnere visto il calo delle vendite registrato da Largo Fochetti; e allora ha preso piede l’ipotesi di una diarchia Federico Rampini – Mario Calabresi, con il primo destinato a fare da “chioccia” per qualche tempo al secondo, prima di lasciargli la direzione. Ma erano decisioni di De Benedetti. La dipartita dell’ombra di Anselmi e l’arrivo di una accoppiata tutta interna alla casa e alla ditta, molto nel cuore di Carlo De Benedetti, venivano interpretati come un segno del fatto che l’Ingegnere non intendeva cedere il passo. Non intendeva cioè disinteressarsi del suo impero di carta, se non di sinistra, e magari cederlo a Murdoch o al miglior offerente come invece in molti giurano non veda l’ora di fare suo figlio Rodolfo. Il quale ha capito anche lui che la lunga partita editoriale-politica-finanziaria, o se si preferisce finanziaria-politica-editoriale, con Berlusconi è ormai bella che persa. Era iniziata long time ago con l’Ingegnere che “compra un terzo del Belgio“, molto infelice titolo cortigiano di Repubblica, era esplosa con la “guerra di Segrate” e ora, con lui fuori (anche se ha detto in conferenza stampa che mantiene il potere di nomina dei direttori di Repubblica e de L’espresso), tutto torna in gioco. “Una svolta moderata per la proprietà è l’ideale per le mire di Berlusconi alla Repubblica intesa come Quirinale“, dice qualcuno ancora oggi. Fantascenari. Almeno per ora.
(vignetta di Mauro Biani)























Anche l’industria elettronica era la sua passione…
non mi parrebbe idea azzardata proporre quale direttore dell’ espresso o di repubblica il dott. Alessandro d’ Amato
peccato che l’ ing. non legge Giornalettismo (forse)
Eh, ma non so se Repubblica riesce a garantirmi il clamoroso stipendio che mi passa Giornalettismo, sai?
Se D’Amato prende il posto di Ezio Mauro, io voglio Carta canta 2-la vendetta.
io posso andare al posto di Michele Serra? *-*