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Campo profughi abusivo. Ma il comune di Roma fa finta di niente

Di Sara Dellabella

Alla Parrocchia di Santa Maria del Soccorso, nella periferia Est di Roma, si sta preparando un insolito ferragosto. Mentre Roma è deserta, proprio qui a due passi dalla metropolitana di Roma, tra le fermate di Rebibbia, Ponte Mammolo e Santa Maria del Soccorso, si aggirano a gruppetti africani, somali, siriani. Arrivano e vanno via dopo una decina di giorni, tutti diretti verso nord.

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Alcuni sono giovanissimi, 14 – 16 anni, sono soli e stanno raggiungendo familiari “già sistemati” nel nord Europa. Si nascondo dietro ad un canneto, trovano riparo dal sole sotto una pianta del parcheggio della metro, ma non esistono. “Abbiamo chiesto al comune di Roma di mandarci brande, qualche doccia da campo per dare un’assistenza più dignitosa a questa gente che non fa altro che chiederci vestiti e da mangiare. Ma dal Gabinetto del Sindaco non abbiamo ricevuto nessuna risposta perchè pare che il delegato alla sicurezza abbia paura che con questi aiuti si ufficializzi un campo profughi che sulla carta non esiste. Eppure si potrebbero montare qui nel campetto della Parrocchia solo per questi mesi di emergenza, abbiamo circa duecento persone che ogni giorno ci chiede una mano. Hanno lasciato soli loro e noi”. Racconta una delle poche volontarie che insieme al Parroco Don Mario cerca di dare una mano a questi disperati.

Mentre il comune di Roma in pieno agosto si occupa dell’emergenza dehors nelle strade del centro, si fa finta che in questo quadrante della città non stia succedendo nulla. Voltando le spalle anche a donne incinta e bambini che strascinano un triciclo sull’asfalto rovente della città. La Caritas ha mandato decine di scatoloni di pasta che però senza cucine da campo attrezzate rischiano di essere inutili. Così l’idea di organizzare una cena proprio stasera, alla vigilia di Ferragosto, nel piazzale della Chiesa. I volontari hanno chiesto alle parrocchie vicine di fare cintura come possono, dirottando la raccolta di vestiario e di generi alimentari presso questo presidio che quasi senza mezzi, se non la buona volontà, sta affrontando da sola questo esercito di disperazione.

What’s your name? “Michel” che arriva dall’Eritrea come tanti qui, ha 14 anni e non aspetta che andare in Germania da suo fratello che fa il cameriere. Ma poi non parlano. Restano zitti. Il viaggio è una parentesi inenarrabile. Qualcuno si lascia scappare solo che è arriva dalla Sicilia. Stop, tutto il resto è tabù. Quando le domande si fanno più dirette, fanno finta di non capire. Hanno solo imparato a dire fame, doccia e vestiti. Le necessità primarie nella calura di agosto.

“E’ difficile saperne di più, vanno e vengono in continuazione, c’è un giro continuo di persone. Come facciano a sapere di questo campo non si sa. Qualcuno ha detto di essere arrivato in pullman. Come se ci fosse un’organizzazione che organizza i transiti”.

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Intanto, ci si organizza come si può. La Asl Roma B e alcune associazioni si occupano dello screening sanitario anche perchè sono molti qui ad avere la scabbia e nelle scorse settimane si è registrato anche qualche caso di tubercolosi. Ma la cura della scabbia in queste condizioni igienico sanitario è impossibile. Con i materassi buttati per terra, la profilassi normale che dura 48 ore, a base di docce, saponi particolari e qualche antibiotico per bocca sarebbe del tutto inutile. “Basterebbero le brandine igienizzate della Protezione Civile e invece si preferisce far finta di nulla. Con l’aggravante, anche comprensibile, che in assenza di bagni chimici queste persone vadano ad utilizzare i bagni pubblici della metropolitana. Come biasimarli. Hanno una dignità anche loro”. Continua la volontaria che è un fiume in piena, sembra volersi scaricare un po’, lei che in un inglese stentato risponde in prima persona all’emergenza, mentre le istituzioni sono “a mollo” da qualche parte, “se non fosse per qualche consigliere municipale che ci ha dato sostegno anche materiale saremmo completamente soli”.

Eppure per quanto si cerchi di fare finta di nulla, la Croce Rossa ha inviato all’indirizzo dell’assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini e alla delegata alla sicurezza del Gabinetto di Ignazio Marino, Rossella Materazzi una nota dettagliata sullo stato dell’insediamento in cui scrive “uomini e donne, spesso minori non accompagnati trovano accoglienza nella comunità in attesa del passaggio verso l’ultima o penultima meta del loro viaggio, dopo essere fuggiti dall’Eritrea e dopo essere passati attraverso il Sudan, la Libia, il Mediterraneo e l’Italia meridionale, spesso nelle mani delle organizzazioni criminali di traffico di esseri umani. Questi migranti di transito, ben consapevoli della normativa europea sul diritto di asilo e del Protocollo Dublino, sono determinati ad evitare ad ogni costo di essere identificati in Italia, oltretutto le organizzazioni di traffico mantengono uno stretto controllo sulle persone in viaggio e sulle famiglie nei paesi di provenienza ed impongono ai transitanti di evitare ogni contatto sul territorio. I transitanti provenienti dal Corno d’Africa arrivano a Ponte Mammolo con diffusi problemi sanitari, spesso denutriti e disidratati, portano con se solo un cellulare per comunicare con i familiari”.

Perché quello che i volontari chiedono è soprattutto dignità e sicurezza per tutti, romani compresi. Mentre sui social spopolano le foto delle vacanze, c‘è chi in una periferia di Roma si è preso carico di un’emergenza umanitaria. Non sono più le vacanze romane di una volta e anche Ferragosto ha un sapore più amaro. Santa Maria del Soccorso, non poteva chiamarsi in altro modo questa parrocchia ai bordi della città tra palazzoni di cemento grigio che tutto l’anno fa fronte come può ad una periferia problematica e ora anche alla periferia dell’Europa. “Ci vuole pane e coraggio” canterebbe Ivano Fossati, ma qualche volta non basta neppure quello.