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Morte di Pantani: due tesi a confronto

Dubbi e certezze. Circostanze poco chiare e verità già ampiamente accertate. A dieci anni dalla morte di Marco Pantani si ritorna a parlare delle circostanze che portarono alla morte del Pirata, il campione romagnolo di ciclismo che aveva saputo con le sue imprese in salita emozionare gli sportivi di mezzo mondo, e riemerge, più forte di prima, l’aspro contrasto tra le posizioni di chi sostiene che in realtà non ci sia nulla più da scoprire e chi invece chiede che s’indaghi a fondo, ancora una volta, per far emergere fatti che frettolosi accertamenti avrebbero inavvertitamente ignorato.

 

marco pantani 2(Foto di pasquale Bove da archivio LaPresse)

 

L’IPOTESI DELL’OMICIDIO – Da una parte la famiglia Pantani, che, assistita dall’avvocato Antonio De Renzis, ha presentato un esposto denuncia alla Procura di Rimini sostenendo la tesi dell’omicidio. Dall’altra chi al contratio ritiene corrette le indagini cominciate quel febbraio del 2004 sulla stanza del Pirata, i segni sul suo corpo, i contatti stabiliti nelle ultime ore di vita. In mezzo un pm, Elisa Milocco, che da oggi avrà il compito di lavorare sodo per aiutare tutti a scoprire da quale parte della bilancia pende l’ago della ragione. Già, da quale parte? La risposta non è semplice, non è scontata. «Voglio la verità, voglio sapere cosa è successo a mio figlio. Da subito ho detto che me l’hanno ammazzato e, infatti, me l’hanno ammazzato», ha ripetuto in questi giorni la signora Tonina, madre di Pantani. Mentre l’avvocato parlava di «mancanze», «lacune», «incongruenze», «anomalie», «accertamenti non fatti» nei giorni e nelle ore immediatamente seguenti la disgrazia, e mentre Andrea Rossini, uno dei giornalisti che ha seguito il caso della morte del Pirata fin dall’inizio, metteva nero su bianco  i motivi per i quali sarebbero da considerare irrealistica la tesi dell’omicidio. La famiglia Pantani sostiene che il Pirata può essere stato indotto a bere da altre persone una grande quantità di cocaina disciolta nell’acqua, che il campione di ciclismo può aver aperto la porta al suo assassino con il quale avrebbe avuto una lite trasformatasi poi in aggressione.

LA PORTA CHIUSA DALL’INTERNO – Rossini invita a pensare invece al contrario, ovvero che può essere considerata senza ombra di dubbio attendibile l’autopsia sul cadavere che ha collocato la morte di Pantani tra le 11.30 e le 12.30 del 14 febbraio. Si tratta di un’autopsia che parlava di un Pirata rimasto vittima di un vero e proprio delirio da cocaina, di morte per «intossicazione acuta da cocaina agevolata, nel suo estrinsecarsi a livello cardiaco e successivamente polmonare, dalle preesistenze patologiche miocardiche indotte da un prolungato abuso della stessa sostanza». Insomma, Rossini ricorda che l’omicidio venne escluso fin dalla prima ispezione sul corpo senza vita di Pantani da ben due medici legali intervenuti sul posto. E non solo. Il giornalista ricorda che, secondo la testimonianza del portiere del residence Le Rose di Rimini che scoprì il cadavere, la porta della stanza (al quinto piano) del campione era chiusa dall’interno con le finestre serrate. Il Pirata in altre parole si era barricato come faceva di solito quando stava male e si drogava, ad esempio nella sua casa di Saturnia, e nessuno dei dipendenti ha riferito di aver sentito voci di litigi o discussioni provenire dalla camera il giorno della scomparsa. E ancora, i segni sul corpo. Pantani aveva sul collo due piccoli segni all’altezza della giugulare identificabili però solo come macchie cadaveriche e non certamente come conseguenza di una colluttazione. Testimoni a lui vicini hanno poi confermato che, oltre che sniffarla o assumerla sotto forma di crack, il campione romagnolo negli ultimi tempi ingeriva direttamente la sostanza stupefacente. Comportamento questo, che ricorda proprio l’assunzione per via orale che oggi ha conquistato la ribalta della cronaca. Il dibattito è aperto.

(Foto copertina da archivio LaPresse. Credit: AP / Peter Dejong)