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La carneficina sociale silenziosa di un’intera generazione

Probabilmente è colpa anche di noi giornalisti e operatori dell’informazione. Non ci sono altre possibilità. Perché altrimenti non è spiegabile questo disinteresse diffuso per il destino di una generazione intera. Sono anni che periodicamente, ogni qual volta escono i dati sulla disoccupazione giovanile, ci si indigna. E via al fuoco di fila di dichiarazioni di politici, sindacalisti, industriali. Poi, nuovamente, torna il silenzio. Si va avanti così da anni.

Nel paese dei “sacerdoti del no” e dei camaleonti, non cambia mai nulla. I giovani di questo paese, che ormai tanto giovani non sono più, continuano ad essere carne di macello di una società gerontocratica ed egoista. Di una società familistica che, in quanto tale, vede ogni nucleo familiare occuparsi e preoccuparsi soltanto dei propri figli, cercando di assicurare il benessere della propria prole con i classici metodi italiani. Segnalazioni a conoscenti, raccomandazioni, spintarelle. Rinunciando così ad una soluzione organica, di sistema al problema della “generazione perduta”.

Anche oggi i dati Istat sulla disoccupazione ci forniscono numeri sconcertanti: i giovani disoccupati sono il 43,7%. Ma il dramma di una generazione, di questa generazione di under 40, va oltre questo dato. Un dramma che consiste in una classe dirigente che fino ad oggi si è occupata solo di chi ha più di 40 anni, scaricando sui più giovani tutti i costi sociali di una vita al di sopra delle possibilità dell’Italia. Baby pensioni, pensioni d’oro, assegni previdenziali calcolati con il metodo retributivo invece (come accadrà per noi) che con il metodo contributivo. Contratti di lavoro faraonici che chi entra oggi in azienda è costretto a scontare sulla propria pelle con contratti iperprecari. E’ come se la mia generazione fosse arrivata ad una festa quando il buffet era ormai stato già preso d’assedio.

Eppure, questa che in molti chiamano “la generazione perduta”, ha comunque “diritto ai diritti”. Ha il diritto ad avere un lavoro, magari a termine, ma che non sia sottopagato e senza protezioni. Ha diritto a non essere un lavoratore con i doveri di un dipendente e i diritti di un lavoro autonomo. Ha diritto a vivere in una casa, e non in una stanza. Ha diritto a farsi una famiglia, potendosi permettere di mantenerla come hanno fatto i nostri padri. Ha il diritto – prima o poi (abbiamo già capito che sarà poi) – di andare in pensione. Ha il diritto alla felicità. Ha il diritto – soprattutto – all’autonomia. Ha il diritto di fare una carriera universitaria senza portare la borsa ad alcun barone per tutta la vita. Ha il diritto a trovare un lavoro all’altezza della propria preparazione anche in Italia.

Lo diciamo chiaramente a tutti. Anche e soprattutto ad un Presidente del Consiglio che di quella generazione è espressione. Classe 1975, Matteo Renzi dovrebbe avere chiaro che, probabilmente, è lui l’ultima speranza per questa generazione. Perché avere un premier con meno di 40anni, non risolve automaticamente i problemi di gerontocrazia di questo paese, e non risolve i problemi pratici dei più giovani. Ma – sicuramente – almeno in teoria, nessuno come chi si è fatto avanti a colpi di “rottamazione”, dovrebbe conoscere questi problemi e adoperarsi per superarli.

Per questo a lui, soprattutto su queste tematiche, non possiamo fare alcuno sconto.