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Il fantasma del neo-imperialismo russo

Ci fu un tempo, che sembrava non finire mai, in cui i sovietici e i loro numerosissimi amici occidentali di fede comunista avevano l’ossessione dell’accerchiamento. E per convincere la numerosa truppa dei perplessi prendevano in mano una carta geografica o il vecchio e caro mappamondo indicando a dito ai miscredenti che qui, e qui, e poi qui, e poi ancora qui, ai confini dell’Urss, stavano in bellicosa attesa i nemici del popolo sovietico, includendo senz’altro nella nefanda lista perfino i compagni cinesi. Era evidente che per questi bei tomi, professionisti della propaganda o candidi allocchi che fossero, solo col raggiungimento delle sponde dell’oceano Atlantico e dell’oceano Indiano l’Unione Sovietica avrebbe potuto considerarsi in uno stato di ragionevole sicurezza. Salvo poi scoprire, naturalmente, che anche degli impenetrabili oceani non era poi il caso di fidarsi ciecamente.
In quel tempo, qui in Occidente, parlare di “Impero Sovietico” era sommamente sconveniente: chi lo faceva passava, lui sì, agli occhi del bel mondo “progressista”, per professionista della propaganda o candido allocco, ossia per cripto-fascista o servo degli amerikani; ma anche agli occhi dello spaurito mondo “moderato” il povero disgraziato sarebbe quantomeno passato, con il suo vocabolario da villano, per uno spirito da dirozzare.
Col crollo del comunismo l’Unione Sovietica propriamente detta perse il Kazakistan, il Turkmenistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, il Kirghistan, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian, la Moldavia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Bielorussia, l’Ucraina e forse qualche altra zolla di terra che non ricordo al momento. L’Impero Sovietico perse inoltre la Polonia, la Cecoslovacchia, la Germania Est, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Di questi stati la Russia cosiddetta neo-imperialista non ne ha riconquistati manco uno. Oggi la Russia è rientrata nei suoi più stretti confini “naturali”, e nella sua pur sempre sgomentevole vastità mi sembra – a naso – la Russia più piccola dai tempi di Pietro il Grande, quando San Pietroburgo era ancora allo stadio palafitticolo. Rimessosi a stento in piedi, il pachiderma russo col tempo ha ricominciato a camminare con qualche sicurezza e oggi cerca di esercitare la sua influenza sulla vasta zona turco-asiatica che ha perduto. Ma non si capisce cosa ci sia di oltraggioso in questo: dovremmo forse chiedere ai francesi di non mettere becco sulle questioni riguardanti il loro ex impero coloniale africano? E di non romperci le scatole con la francophonie nel continente nero? Si offenderebbero a morte!
Eppure oggi, qui in Occidente, parlare di “neo-imperialismo russo” è diventata una moda tirannica che non lascia scampo: chi non si piega passa, agli occhi della società civile più salottiera, per un fiancheggiatore del dispotismo e dell’autocrazia, per un campione della reazione, ossia per un servo di Putin.