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Pil 2014 e governo Renzi: Gli effetti della crescita assente

La prospettiva della crescita zero oppure di una lieve recessione è sempre più concreta, e rappresenta un rilevante problema per i conti pubblici del nostro paese. Il governo guidato da Matteo Renzi aveva stimato nel Def un aumento del Pil dello 0,8%, correggendo al ribasso la stima del precedente esecutivo all’1,1%, che però si può già considerare eccessivamente ottimistica, come ha fatto intendere lo stesso premier qualche ora fa. Senza la cosiddetta flessibilità in merito ai parametri europei lo sfondamento del tetto del 3% di deficit appare un’ipotesi piuttosto probabile.

 

©Lapresse
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L’ITALIA E LA CRESCITA CHE MANCA – Il 2014 avrebbe dovuto essere l’anno del ritorno del segno + per quanto riguarda la crescita economica, dopo due anni consecutivi di recessione. Il 2012 ed il 2013 si erano conclusi con una flessione del Prodotto interno lordo di circa due punti percentuali, -2,4% nel 2012 e -1,9% nel 2013. Nell’ultimo trimestre dell’anno scorso il Pil era aumentato, per quanto di solo lo 0,1%, e le stime dei governi indicavano un ritorno alla crescita. L’esecutivo di Enrico Letta aveva indicato nella legge di Stabilità approvata a fine 2013 un incremento del Prodotto interno lordo pari all’1,1%, mentre il governo di Matteo Renzi aveva abbassato allo 0,8% questa stima alla luce di una congiuntura non così favorevole. Come capitato più o meno con regolarità dell’inizio della crisi, la crescita è stata sovrastimata, dato che diversi autorevoli istituti, a partire da Banca d’Italia, in queste settimane hanno rivisto le loro proiezioni, stimando un incremento del Pil compreso tra lo 0 e lo 0,2% del Pil. Un dato più chiaro sarà fornito dall’andamento del secondo trimestre del 2014 che l’Istat diffonderà ad inizio agosto. L’istituto nazionale di statistica ha già anticipato che dopo il meno 0,1% del primo anche il secondo trimestre potrebbe concludersi con un segno negativo, così da rendere probabile una correzione del Def da parte del governo. Al momento il Centro studi di Confindustria ha diffuso una stima di aumento del Pil 2014 pari allo 0,2%, così come Banca d’Italia, mentre l’istituto Ref ha previsto la più inquietante crescita zero.

 

 

L’ITALIA E IL GETTITO ERARIALE CHE MANCA – La contrazione del Prodotto interno lordo produrrà degli effetti rilevanti sulla finanza pubblica. Una minore crescita del Pil significa minori introiti dall’imposizione diretta sui redditi così come un parimenti inferiore gettito dalla tassazione indiretta. Allo stesso modo il mancato incremento del Prodotto interno lordo determinerà un aumento dei rapporti di indebitamento. Il deficit, il disavanzo che lo Stato registra tra entrate e spese, così come il debito pubblico viene sempre rapportato al Pil nominale. Nel 2013 l’Italia ha speso quasi 800 miliardi di euro, con entrate pari a 742. Il disavanzo complessivo si è assestato intorno ai 47 miliardi di euro, pari al 3% del Pil 2013, ovvero 1560 miliardi di euro. Un po’ di sollievo per il bilancio 2014 arriverà dalla diminuzione della spesa per interessi, una delle voci che più penalizza la finanza pubblica del nostro paese. Nel 2013 l’Italia ha speso 82 miliardi per il servizio del nostro debito, e il calo dei rendimenti favorirà un risparmio che al momento viene stimato tra i 3 e i 4 miliardi di euro. Il Pil nominale 2014 ipotizzato dal Def del governo Renzi è pari a 1587 miliardi di euro, e data la contrazione osservata in questi mesi e la perdurante disinflazione, è probabile che rispetto a questa somma mancheranno sicuramente più di 10 miliardi, e poco meno di 15 se la flessione dovesse assestarsi attorno alle stime ipotizzate da Banca d’Italia. Considerando una pressione fiscale pari al 44% del Prodotto interno lordo, è presumibile aspettarsi una contrazione del gettito superiore ai 5 miliardi, a seconda di quanto sarà marcato il calo del Pil rispetto alla stima del Def allo 0,8%.

 

 

L’ITALIA E LE VOCI DELLA NON CRESCITA – Il dato dell’andamento del Pil nel secondo trimestre del 2014 determinerà probabilmente l’aggiornamento del Def alle nuove condizioni di finanza pubblica, passo necessario prima dell’elaborazione della legge di Stabilità che dovrà essere licenziato entro la fine dell’anno. Il Bollettino economico di Banca d’Italia spiega alcune delle motivazioni della mancata crescita. I dati finora arrivati dalla produzione industriale non segnalano alcuna ripresa, anche se pare essersi fermata la tendenza al crollo che ha caratterizzato il 2012 ed il 2013. Il dato rilevato a maggio è stato particolarmente negativo, – 1,8% a livello tendenziale, ovvero rispetto all’anno scorso, e -1,2% nel dato congiunturale riferito ad aprile. Per depurare questi valori dalle oscillazioni tipiche mese su mese è opportuno osservare la media da inizio 2014 . Nella media dei primi cinque mesi dell’anno la produzione è aumentata dello 0,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un andamento fiacco, che ha scontato tra le varie debolezze il calo della produzione energetica, segnalato da Banca d’Italia come uno dei motivi della crescita assai modesta. L’edilizia continua a non dare segnali di ripresa, mentre il contributo più importante alla crescita del Pil è arrivata dalla domanda estera netta. Il nostro export dà un traino piuttosto rilevante, che però non genera una crescita complessiva alla luce della debolezza della domanda interna. La spesa per investimenti – dopo il rialzo segnato nel quarto trimestre del 2013, riconducibile anche agli incentivi fiscali e alle nuove normative ambientali nel settore dell’autotrasporto – si è contratta dell’1,1 nei primi tre mesi del 2014. Dopo dieci trimestri in calo sono però tornati a crescere gli investimenti in macchinari ed attrezzature. Una simile dinamica si è registrata anche nei consumi della famiglia, che sono incrementati per la prima volta dopo 3 anni, anche se in modo quasi impercettibile, + 0,1%.

 

Screenshot del Documento di Economia e Finanza 2014
Screenshot del Documento di Economia e Finanza 2014

 

L’ITALIA, L’UNIONE EUROPEA E  LA FLESSIBILITÀ – La crescita più deludente del previsto e gli impegni finanziari assunti dal governo Renzi con il decreto Irpef, la riduzione di 80 euro mensili per i redditi medio-bassi, rendono davvero arduo rispettare l’Obiettivo di medio termine fissato dalla Commissione UE per il nostro paese. L’Italia deve rispettare l’indicazione di ridurre il deficit strutturale dello 0,5 ogni anno, al fine di raggiungere il pareggio di bilancio, sempre strutturale, ovvero al netto del ciclo economico, nel 2015. Il governo Renzi nel Def aveva chiesto il rinvio del pareggio di bilancio strutturale al 2016, proposta bocciata dall’Ecofin, il Consiglio dell’UE competente in materia di economia e finanza. Oltre al mancato raggiungimento della riduzione strutturale del deficit, la contrazione economica rischia di non far rispettare il vincolo di bilancio fissato dal Patto di stabilità e crescita dell’UE ad un disavanzo massimo del 3%. Il Def 2014 stima un deficit a -2,6% del Pil, con un indebitamento netto di circa 42 miliardi di euro. La contrazione  gettito rende plausibile un incremento dell’indebitamento netto, così come una crescita del rapporto sul Pil data la contrazione di questo valore. Il possibile sforamento del tetto del deficit al 3% potrebbero riportare il nostro paese sotto la procedura per disavanzo eccessivo, Edp l’acronimo inglese. La flessibilità chiesta dal governo Renzi alla nuova Commissione Juncker riguarda da una parte un controllo meno rigido sui bilanci nazionali, come consentito dal Two pack che permette alla Commissione un intervento per la correzione della legge di Stabilità, dall’altra l’utilizzo dei fondi comunitari in modo tale da non farli pesare sul calcolo del deficit. I miliardi a disposizione dei fondi europei sono utilizzabili solo con il cofinanziamento dei singoli paesi UE,  e costituiscono spese per investimento che poi gravano sui bilanci. Nei giorni scorsi il nuovo commissario agli Affari economici e finanziari, il finlandese Jyrki Katainen ha ribadito come l’impostazione più flessibile chiesta da Italia e Francia non verrà garantita, una presa di posizione che ha riaperto il dibattito tra le diverse cancellerie continentali. Il presidente della Commissione Juncker ha garantito sul «miglior uso della flessibilità» nel rispetto delle regole di bilancio, ma il vero aiuto al nostro paese arriverebbe da una crescita che ancora non si materializza.