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Gaza – Israele, la guerra ai tempi di Facebook

Gaza – Israele 2014 sarà ricordata, forse, come uno dei primi conflitti armati in cui la comunicazione politico-bellica, in sostanza la propaganda militare, sarà veicolata attraverso i social network. Abbiamo già visto emergere Facebook e Twitter come luogo di diffusione di informazioni durante episodi particolarmente critici della storia recente – si pensi alle primavere arabe o ad Occupy Wall Street – ma stavolta ci troviamo di fronte ad un fenomeno completamente diverso.

GAZA-ISRAELE 2014, LA GUERRA E I SOCIAL – Primo, perché in quei casi non c’era un esercito regolare come la Tsahal che aveva bisogno di spiegare al mondo perché da giorni piovono su Gaza i raid aerei e le azioni più o meno chirurgiche della Israeli Air Force; secondo, perché è negli ultimi anni, con la diffusione degli smartphone, che la comunicazione sociale è diventata un vero e proprio fenomeno di massa, ha iniziato a coinvolgere sistematicamente le nuove generazioni e a diventare un veicolo primario di condivisione di contenuti e informazioni davvero per tutti. Basti pensare che la Tsahal, l’esercito israeliano, ha un profilo Facebook, un profilo Twitter, persino un profilo su Instagram: dai quali condivide e invita a diffondere delle semplici infografiche che tentano di spiegare al mondo le ragioni dell’operazione Protective Edge.

“COSA FARESTE VOI?” – Intanto a Gaza l’azione militare non si ferma. Mentre scriviamo arriva a 172 il conto delle morti da parte palestinese, nessun decesso da parte israeliana, ci sono 1230 feriti ed oltre 17mila profughi. L’esercito israeliano, dal punto di vista della comunicazione, è agguerrito quasi quanto nei raid aerei, e si sente in dovere di pubblicare delle grafiche che spieghino nel dettaglio i motivi e le modalità d’azione dell’operazione Protective Edge. Perché Israele sta attaccando gli obiettivi nella striscia? Quali sono le ragioni?

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La risposta di Israele è un’altra domanda: cosa fareste voi se ci fossero batterie di missili puntate e costantemente a far fuoco contro casa vostra? Il tutto in declinazioni più o meno apocalittiche.

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Israele si trova così a dover ricordare ai suoi concittadini e al mondo che, a suo modo di vedere, lo stato della Stella vive sostanzialmente con una pistola puntata alla tempia.

MORTI CIVILI? COLPA DI HAMAS – L’azione militare, comunica la Tsahal, è pensata dunque per difendere Israele dai costanti attacchi di razzi da parte della striscia di Gaza. Ma allora, perché ci sono così tanti morti fra i civili palestinesi? L’esercito israeliano risponde anche a questo: la colpa è di Hamas.

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L’organizzazione islamista della Striscia di Gaza utilizza le case dei civili come magazzini per missili e rampe di lancio, dice la Idf, per cui è Hamas stessa che si fa scudo dei propri civili, e dunque le perdite di vite umane a Gaza, secondo la Tsahal, sarebbero da attribuirsi alla stessa organizzazione islamista che invita la popolazione civile ad “ignorare” gli inviti di Israele a sgomberare le aree prima del bombardamento.

gaza-israele-guerra-facebook-7Che fareste voi, dicevamo, se il 70% del vostro territorio nazionale, cari americani, britannici e francesi, nonché inglesi, fosse sotto il fuoco costante dei missili che arrivano a Gaza e vengono rimontati e lanciati dai palestinesi che vogliono soltanto distruggere lo stato di Israele?

GAZA – ISRAELE, IL DIBATTITO – In calce ad ogni immagine e contenuto diffuso dalla Idf, decine e decine di commenti di utenti che prendono posizione e dicono la loro sulla nuova ondata del conflitto israelo-palestinese. Ad esempio qui, dove Israele prova nuovamente a spiegare i motivi per cui ci sono “più vittime civili” a Gaza che in Israele.

Seguendo a ritroso il flusso delle immagini pubblicate si torna all’origine della crisi recente, l’uccisione dei tre giovani coloni israeliani che ha dato il via alla rappresaglia di Israele. Grazie ai profili social network il governo di Tel Aviv sta facendo di tutto per lasciare traccia delle sue azioni e per spiegarle con una strategia comunicativa a largo raggio. Ma a chi?

GAZA – ISRAELE 2014, IL SONDAGGIO – Un po’ a tutti, in effetti. Prima di tutto ai propri cittadini, e il primo ad essere interessato è il primo ministro Benjamin Netanyahu, in cerca dell’effetto “tutti stretti intorno alla bandiera”: è normale, scrive Jerusalem Post, che durante i momenti di crisi nazionale la popolarità dei leader salga. Dagli unici sondaggi per ora pubblicati risulterebbe che il partito conservatore Likud, quello di Netanyahu appunto, prenderebbe cinque seggi in più se si votasse oggi, ma al contempo il Primo Ministro stesso è piuttosto in calo come popolarità personale nei sondaggi di opinione. A beneficiare dell'”effetto bandiera” è sopratutto la destra estrema di Naftali Bennett, ministro dell’Economia del governo Netanyahu e leader del partito estremista Bayit Yehudi. Bennett, dice il Jerpost, ha avuto “una buona settimana”, passata nel sud di Israele a scagliarsi contro Hamas chiedendo la morte dei suoi leader e nelle reti internazionali di tutto il mondo: ha quasi aggredito un ospite in una trasmissione di Al Jazeera che gli chiedeva perché “Israele stesse uccidendo civili”.

ISRAELE, I RAGAZZI CHE VOGLIONO GLI ARABI MORTI – Insomma, le immagini della Tsahal parlano ad una popolazione israeliana sempre più di destra e sempre più insofferente; lo dimostra il piccolo studio sociologico autogestito che ha effettuato David Sheen, giornalista di Muftah: ha inserito su Twitter in israeliano la parola “arabo”, è venuto fuori che un sacco di teenager israeliani si fanno dei selfie invocando la morte di tutti i cittadini di Gaza e della CisgiordaniaLe percentuali, d’altronde, parlano chiaro: un sondaggio effettuato dall’università di Tel Aviv a fine maggio mostra che quasi il 90% degli ebrei intervistati ritiene che la Forza Armata Israeliana sia “in grado di affrontare le sfide di sicurezza del paese”. Un attaccamento alla bandiera che va alimentato da una propaganda battente, che serve anche, dicevamo, a convincere l’opinione pubblica straniera. 

ISRAELE – GAZA, COSA NE PENSANO GLI AMERICANI – Tre giorni fa è uscito in America un prestigioso sondaggio Rasmussen che certifica: gli americani, principali alleati di Israele, vogliono tenersi ben lontani dal nuovo picco del conflitto arabo-israeliano. “Il 42% degli interrogati afferma che la colpa del conflitto è dei palestinesi, contro il 15% che incolpa israele. Ma il 43% degli interrogati non sa rispondere alla domanda. Tuttavia, il 54% di chi risponde è d’accordo nel dire che gli Usa dovrebbero evitare qualsiasi coinvolgimento nel conflitto attuale”. Non solo: “Un elettore su tre pensa che i rapporti americani con Israele danneggino quelli con altri paesi”. Insomma, la Tsahal ha tanti cittadini da mantenere carichi e tanti alleati da convincere delle sue ragioni; e i social network sono solo un altro campo di battaglia.