Tonnellate di carta che traboccano ogni giorno da ciascuna delle 785 cassette della posta degli eurodeputati. Lettere, opuscoli, memorandum, calendari, stampe artistiche, magazine patinati, libretti pocket. Il messaggio delle lobby di stanza a Bruxelles è sempre lo stesso: “Dear MEP (Member of European Parliament), fa’ qualcosa per me”.
Sono più di 2.500 i gruppi di pressione che lavorano ai fianchi parlamentari, funzionari, assistenti, giornalisti e commissari: un totale di 55 mila persone attive in un centinaio di studi legali, oltre 150 società di consulenza (public affairs consulting) e pubbliche relazioni, decine di “think tank“, Ong, sindacati. Senza contare gli innumerevoli uffici di rappresentanza (governi nazionali, regioni, enti locali, industrie, gruppi inter-istituzionali, Camere di commercio, eccetera). Non è facile ricostruire la mappa dell’effettiva presenza delle lobby nella capitale d’Europa. Ad oggi infatti esistono solo una lista di circa 5mila persone che a vario titolo hanno accesso permanente al Parlamento e un
neonato registro volontario degli esperti che gravitano attorno ai commissari europei che è stato boicottato sin dal suo esordio dalle associazioni come la Seap (Società Europea per gli addetti agli Affari Pubblici), che rappresentano gli interessi degli stessi lobbisti.
NOMEN OMEN - Secondo il Ceo, un gruppo di ricerca non profit olandese, il 70% dei 15mila lobbisti di professione rappresenta gli interessi della grande industria. I nomi degli specialisti più quotati? Hill & Knowlton, Burson-Marsteller, Apco, Cabinet Stewart, Gavin! Anderson & Co, Interel. Per non parlare delle potenti associazioni industriali come la Ert (Tavola rotonda degli industriali), l’Unione delle Industrie dei paesi della comunità europea (Unice) e il Forum europeo dei servizi (Esf). In crescita, sul modello americano, i think tank: tra i più attivi e facoltosi ci sono Friends of Europe (Amici dell’Europa), il Foro dell’Europa, la Security & Defence Agenda (Sda), fondata nel 2003 e finanziata dai produttori di armi come Lockheed Martin e BAE System, e TechCentralStation: sostenuto economicamente da case automobilistiche e petrolieri, come General Motors e Exxon Mobile, il gruppo si è particolarmente messo in luce con una battaglia a suon di report e editoriali sugli eccessivi allarmismi riguardo al riscaldamento globale. Obiettivo della campagna? Dimostrare l’inutilità del protocollo di Kyoto.
COME SUCCEDE – A Bruxelles il lobbista è come il prezzemolo: lo trovi dappertutto. Per dirne una: la potentissima Associazione bancaria italiana si è appena trasferita a Place de Meeûs, accanto a Burson-Marsteller: una posizione ideale per frequentare le istituzioni che contano. Stanno tutti lì, appollaiati come cornacchie sui fili elettrici. Molti cercano di accaparrarsi una fetta dell’invitante torta dei fondi europei, 900 miliardi di euro dal 2007 al 2013. Ma industrie e lobbisti professionisti operano soprattutto a un altro livello. Costoro spendono, secondo alcune stime, tra 750 e mille milioni di euro all’anno perché le leggi europee (la metà delle quali diverrà normativa nazionale, con punte dell’80% per energia,
clima e ambiente) non danneggino o, eventualmente, favoriscano il loro business. Per questo il boccone grosso (e quello più a rischio mazzette) è Palais Breydel, sede dei venti Commissari europei: è lì infatti che si decidono le normative, da sottoporre poi al Consiglio e al Parlamento. E allora ecco i super-esperti delle corporation affollare i consulting groups usati dalla Commissione per “farsi un’idea” sui provvedimenti da prendere.
ESEMPI - Prendiamo il caso del Reach il registro obbligatorio delle sostanze chimiche, operativo dal primo gennaio di quest’anno: il colosso tedesco Basf è stato il più attivo a contrastare l’iniziativa dall’interno del Consiglio europeo dell’industria chimica (Cefic) mettendo in evidenza le difficoltà e esagerando i costi della registrazione per le aziende. Risultato? Un depotenziamento sostanziale del progetto originario in nome del sacro principio della competitività esaltato nella strategia di Lisbona. È chiaro che, a parte i fenomeni di vera e propria corruzione, esiste un problema di “pari opportunità”: esperti, convegni, pr costano e non tutti possono permetterseli. Per quanto nei corridoi del parlamento europeo tutti giochino a fare gli esperti strateghi (tra gli italiani si potrebbe definire tale atteggiamento “sindrome del piccolo D’Alema“), il processo per influenzare i decisori spesso non è trasparente neanche per questi ultimi.






















Bellissimo articolo che ci fa capire un po’ come funzionano le cose nei palazzi del potere dove si gestiscono i soldi pubblici.
menomale c’è agnoletto che vigila
Ecco il link ad un pezzo sul mio blog che parla di lobby Bruxellese “all’ italiana”
http://mercatounico.blogspot.com/2008/02/lobby-allitaliana-donne-e-regali.html
TdR
Certo che Google Ads è geniale. La pubblicità per diventare Funzionario Della Comunità Europea è davvero a proposito. E per diventare lobbista?