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Internidi Pietro Marmo (marblestone)
pubblicato il 22 gennaio 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Il paese del buco della serratura e del buocostume un tanto al chilo non smette mai la pessima abitudine di nascondere la pornografia e tutto ciò che lo riguarda (tasse comprese) dentro il giornale della domenica. Forse perché in questo caso, come in tanti altri, è meglio non far vedere come si scrivono certe leggi

Nell’era pre-internettiana chi si recava a comprare la bibbia dei giornali porno, ehm il giornale porno per eccellenza “Le ore” (di cui si trova una piccola citazione solo nel wikipedia inglese ma tanti cari ricordi nei le ore 1 Il governo incarta il porno nel giornale di Skylettori meno giovani) soleva incartarlo in un quotidiano o, un po’ per sicurezza e un po’ per sfregio, addirittura nell’ultimo numero di Famiglia Cristiana. Il governo italiano, che degli italiani incarna i peggiori usi e costumi, ha usato lo stesso criterio incartando una tassa del 25-30%, sui redditi da materiale pornografico nel famoso decreto dell’innalzamento dell’IVA sugli abbonamenti Sky.

VERGOGNA UN TANTO AL CHILO – Così quando Sky, nonostante la irresistibile Ilaria D’Amico, ha perso la sua battaglia contro questa legge gli italiani si sono ritrovati nel cartoccio la tassa sui loro bassi istinti. La realtà della pornotax però è ben diversa da quella dell’incremento dell’IVA su Sky: il governo ha incartato un provvedimento fasullo, già inutilmente presentato nel passato, un “le ore” fatto da vecchiette senza nemmeno un nudo.

PENSIERO STUPENDO (E VECCHIO) – L’idea di una tassa sul porno era già passata come legge nel 2002 e nel 2005 (perorata da un’altra feroce paladina del bene comune, Daniela Santanchè) ma non è stata mai applicata perché non sono mai stati varati i decreti attuativi (quelli che dovrebbero dire qual è questo materiale pornografico). Per non parlare del fatto che su tutta la vicenda pende il rischio di un contenzioso con l’Unione europea (come riferito dall’Aduc).

THIS IS THE QUESTION – Ora quindi riparte alla carica con la promessa che entro 60 giorni si varerà l’atteso decreto attuativo che dovrà risolvere due problemi:

1. Come individuare e tassare i profitti in un mercato che è molto frammentario e molto mutevole. Come indicato dal Sole24ore il mercato è caratterizzato da bassi costi di produzione del porno che quindi permette la presenza di un numero elevato di piccole case produttrici (ben 35). I film si cominciano a girare sempre di più all’estero dove è disponibile materia prima recitativa (chiamiamola così) anche a 200 euro per film. Il costo complessivo di produzione quindi può essere anche di soli 5000 euro. Il giro di affarils pornografia Il governo incarta il porno nel giornale di Sky invece è di tutto rispetto (1 miliardo di euro nel 2004) spartito dai vari canali commerciali in maniera molto diversa: 30% internet, 25% diritti televisivi (difatto provenienti per lo più da SKY dove generano a loro volta la stragrande maggioranza del mercato pay per view non calcistico) 15% da videocassette e DVD, 15% contenuti multimediali sui cellulari e il resto hotline e riviste porno. E’ evidente che molti di questi canali sono difficili da monitorare e tassare.
2. Come individuare il materiale pornografico. Se infatti il decreto parla di “«ogni opera letteraria, teatrale e cinematografica, audiovisiva o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico o telematico in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti” è evidente la necessità di stabile se sussistono le condizioni di simulazione o meno. Secondo diverse fonti sarà il ministero della Cultura guidato da Sandro Bondi a dover scindere (novelli Mosè davanti al mare Rosso carne) il porno dal soft, il simulato dal reale.

LA SOLUZIONE CHE NON C’È – La pornotax quindi resta di difficile attuazione ma se la struttura del ministro riuscisse effettivamente a fare un elenco dei materiali tassabili (ma velocemente se no, ad esempio, quelli su internet cambierebbero immagine sito ragione sociale) si porrebbe il problema dei costi di una simile struttura gravata da tali pesanti compiti. Tali costi non potrebbero non essere ripagati dalla pornotax per cui si avvererebbe l’analisi (non troppo raffinata ma efficace) di un sito che spiega che il “duro” lavoro dei “nuovi censori” della Cultura sarebbe finanziato dagli istinti più bassi della gente che acquista materiale pornografico. O, in altri termini, seghe che finanziano seghe.

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