Inchiesta “molesta” su Gomorra in arrivo

21/01/2009 - La parabola ascendente del successo di Roberto Saviano e del suo romanzo potrebbe essere terminata. Un libro di prossima uscita, infatti, potrebbe segnare il declino gettando ombre sul lavoro dello scrittore C’è un blog molto avaro di visitatori, uno come

     
 

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La parabola ascendente del successo di Roberto Saviano e del suo romanzo potrebbe essere terminata. Un libro di prossima uscita, infatti, potrebbe segnare il declino gettando ombre sul lavoro dello scrittore

C’è un blog molto avaro di visitatori, uno come tanti altri milioni di blog sparsi nel mondo, dalla grafica semplice e un layout poco articolato: una pagina web col minimo indispensabile. L’autore, però, è più autorevole e le parole sono più pesanti di quanto si possa immaginare a prima vista. Chi parla è Simone Di Meo, un giovane giornalista delle Cronache di Napoli, già autore di L’impero della camorra, vita violenta del boss Paolo Di Lauro, e vecchia conoscenza del gruppo di Giornalettismo, in fondo, che lo intervistò alla fine del 2007 mentre pietiva attenzione dai media inascoltato. Era troppo presto allora, l’onda critica su Saviano era ben lungi dall’essersi sollevata. Oggi è pronto per la pubblicazione di un ulteriore scritto, una inchiesta su Gomorra, un’opera che si pone come obiettivo quello di svelare i segreti del successo di Roberto Saviano e del “fenomeno culturale” Gomorra. “Vorrei ribadire un concetto: il mio non è un attacco a Roberto Saviano, finalizzato a dimostrare che ha scritto cose inesatte, o inventate, per ottenerne pubblicità. Ma un tentativo di riportare una discussione culturale e di civiltà giuridica su un assunto fondamentale: nessuno ha il diritto di presentarsi, in virtù delle proprie capacità (commerciali, di marketing, dialettiche, di intuizione, di investigazione, narrative) come il custode giudiziario della società tutta”, si legge nell’ultimo post risalente al 19 gennaio che ha tutta l’aria di un chiarimento.

EGOCENTRISMO LETTERARIO - Il riferimento delle frasi di oggi è, infatti, alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Di Meo in un’intervista all’agenzia giornalistica Il Velino qualche settimana fa e riportata sullo stesso blog. “Saviano – diceva Di Meo parlando del suo prossimo libro – si è inventato molte delle cose scritte e come tante altre, dopo averle prese dai giornali, se le è attribuite attraverso una spregiudicata operazione di egocentrismo letterario. Gli appunti che muovo a Saviano, oltre a essere provocati da una vicenda che mi ha coinvolto personalmente la quale mi ha spinto a fargli causa, riguardano anche una valutazione complessiva di natura culturale e giornalistica sul valore del personaggio e sul valore del lavoro da lui scritto”. Saviano, secondo Di Meo, si sarebbe avvalso di stralci di inchieste condotte dal collega per il giornale Cronache di Napoli, senza averlo mai citato. Solamente all’undicesima ristampa, su sua segnalazione l’ufficio Legale della Mondadori avrebbe imposto l’inserimento del suo nome. Il giornalista racconta nello specifico qualche episodio di “furto” compiuto da Saviano: “Io e lui ci siamo frequentati quando occupandoci entrambi di camorra, come succede ai giornalisti che trattano questa tema, era facile che ci incontrassimo e avessimo scambi di opinioni e di valutazioni. Io gli ho raccontato episodi che erano capitati a me e li ho ritrovati in Gomorra come se fossero accaduti a lui. Emblematica la parte dell’arrivo del boss Paolo Di Lauro in tribunale quando fece l’occhiolino a un affiliato seduto nel pubblico in aula. In quella occasione c’ero io e lo possono testimoniare i colleghi di altre testate. Questa storia l’ho raccontata a Saviano e nel libro viene riportato che era capitato a lui di stare seduto quel giorno in aula”.

NIENTE ANTICAMORRA - Gomorra inquadra nella giusta dimensione il fenomeno camorra? Le accuse non vanno solo nel merito del metodo di indagine utilizzato da Saviano: “In tutto il volume non c’è un nome di un magistrato, di un poliziotto, di un carabiniere, di un finanziere, di un vigile urbano che abbia con il proprio lavoro contrastato il fenomeno malavitoso. La procura di Napoli in tre anni ha smantellato le organizzazioni criminali più pericolose non certo perché le ha denunciate Saviano, ma perché ci sono informative di reato e c’è stato un efficace e profondo lavoro delle forze dell’ordine, dell’intelligence e della magistratura che ha permesso questo risultato. Gomorra, al contrario di quello che si pensa, è assolutamente sbilanciato dalla parte della camorra che invece non è così imbattibile come la dipinge Saviano”. Tasti dolenti: “egocentrismo letterario” di Saviano e romanzo “sbilanciato dalla parte della camorra”, dunque. Si era espresso in questi termini anche Paolo Barnard qualche mese fa dal web rispondendo ai commenti dei lettori al suo articolo “Perché Saviano è stato condannato a morte?” pubblicato sul suo sito ufficiale: “E’ un egregio divulgatore, ma non certo un nemico delle mafie. Perché vi sembra possibile che in una terra che ha partorito centinaia di eroi antimafia morti incaprettati senza mai essere apparsi su un giornale, e dove proprio oggi vivono cronisti in pericolo, senza scorte, che più neppure un foglio locale vuole pubblicare, seppelliti nell’anonimato e rifiutati da qualsiasi editore perché, loro, i nomi li hanno fatti e sono nomi di politici e avvocati e finanzieri collusi, vi sembra possibile dicevo che da quei posti possa di colpo sbucare un giovane che per aver rivelato nulla di destabilizzante per l’Azienda Camorra viene da essa condannato a morte, poi passa dalla sua lambretta alla Mondadori di Berlusconi direzione Academy Awards di Hollywood sul tappeto rosso della presidenza della Repubblica e del comitato dei Nobel? Non vi chiedete un macroscopico ‘Ma che significa?’, non stride qualcosa? Da Cosimo Cristina a Mario Francese fino a Peppino Impastato, da Mauro Rostagno a Giancarlo Siani, chi di loro prima di morire fu Superstar?”.

PRESAGIO – Proprio quel Giancarlo Siani, molto prima che Barnard e Di Meo rilasciassero queste dichiarazioni, era venuto in mente a Vincenzo Ricchiuti (e lo aveva scritto): su Giornaettlismo aveva posto il problema di cosa si pensasse di Saviano, e lo aveva fatto senza tra l’altro interpellare alcun intellettuale, ma chiedendo agli “interessati ai fatti”. Raccogliendo le impressioni per strada gli interrogativi che venivano sollevati sul fenomeno Gomorra erano gli stessi di oggi. “Quelli lì sono i cosiddetti fogli di camorra. I giornali locali di cronaca, va. – testimonianza che si leggeva nell’articolo – Quelli li comprano tutti quanti, specie nel Sistema, perché riportano fedelmente tutte le spiate dal sottosuolo. Le veline di camorristi, camorristi veri, camorristi spie. Saviano che ha fatto ? Ha preso tutta questa merda si ma secca, senza sostanza. In bianco e nero. E l’ha ricacata facendone di tutti i colori”. Non è roba di questi giorni, dunque, lo spettro del Saviano copiatore. “Non era un giornalista, non era un cronista, nessuno se lo ricorda nei mille posti dove dice sia stato. A Napoli la stampa locale, che lui da casa ha attinto, si è autoribattezzata “Siamo tutti Saviano”, intendendo proprio alla lettera, che sono tutti coautori di Gomorra. Piglia la prima edizione del libro e le successive: l’ufficio legale della Mondadori ha dovuto apportare più fonti lui che la Madonna a Lourdes. E’ un continuo di riattribuzioni a questo o quel collega sconosciuto”, recitava una delle dichiarazioni raccolte a fine settembre tra le strade di Napoli.

     
 

93 Commenti

  1. ricchiuti scrive:

    In passato lo Sharon di Sabra e Chatila …
    Vabbè, lasciamo spazio all’immaginazione sennò rientriamo nei topoi.
    Comunque, modestamente, sono molto meglio di Platinette. La doppio (in tutti i sensi).

  2. ricchiuti scrive:

    Ps
    E scroccando una cena abbiamo anche per oggi finalmente dato un tornaconto pratico agli affari di cuore. Con buona pace di vdp.
    Adesso mi dite come s’esce da ‘sto thread perché non lo reggo più.

  3. ricchiuti scrive:

    Concludendo, come diceva Bongiorno.
    Saviano ha fatto come fecero i Beatles col White Album. Con la scusa dell’arte e della purezza del bianco, non fecero manco un nome di quelli che avevano “collaborato”. Per cui alla fine pulito tutto restano un barbuto vate che in una campagna spoglia dall’urbe di pasoliniana memoria corre come nei film di Nino D’Angelo ad abbracciare frigoriferi, gridando non mi avete ammazzato, non mi avreta (con la a) mai.
    Secondo me aiutare quelli che vogliono scalare questa piramide di consensi per vedersi riconosciuti i meriti è cosa buona e giusta anche perché ci dà più info su come funziona la costruzione dei miti e del consenso in questo paese.
    Per quanto mi riguarda, e voglio finalmente rispondere alla domanda postami da Ag anche per ringraziarlo perché offre lui sennò non vengo, e in questo m’appello a un maestro come Pino Nicotri, non scriverei Gomorra. O qualcosa anche di lontanamente simile.
    Quel libro è scorrevole da leggere e l’editing ha fatto miracoli, l’importanza civica per carità, siamo apposta qui per smontarla altro che letteratura. Ma non fa per me. Probabilmente non dovrebbe fare per nessuno se volessimo proprio guardarci in fondo in fondo, nell’ambiguità ove riposiamo la nostra profonda essenza.
    Gomorra è un affresco in bianco e in nero, il tema a casa di un ragazzino. Che dà del degrado al degrado e non anche la vita dentro il degrado, fior da letame e retoriche varie.
    Se ho capito qualcosa della vita che ho attraversato è che la pietanza che ingolliamo la capiamo solo se non abbiamo fame. Se sei giovane hai troppa fame e troppi denti, ingoi.
    Per descrivere il bene che diventa male e il male che fa anche bene ci vuole un uomo che mastichi e sbocconcelli.
    Non dico Sciascia ma solo perché non opero ancora resurrezioni.

    Sipario.

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