“Come tutte le mattine si alzò, si guardò allo specchio e si vide bruttissima: ci mise un’ora a farsi brutta” (Ennio Flaiano)
“Farfallina” è il nome che veste quel pupo biondo apparso d’improvviso in quella famiglia. E’ il secondogenito, presto rotto il ghiaccio ne seguirà un’altra d’improvvisazioni. Il padre che non lo vuole, come nel Medio Evo, per non spartire l’eredità, lo chiama per vezzo o per punizione come una star del film muto. Un nome da vamp che maschilizzato lo ridicolizza già in culla e lo segnerà per sempre. Ne segnerà per sempre, sin dalle presentazioni, l’attendibilità. E’ allegro il fantolino e chiede tenero affetto elargendo subito il suo. Il padre in cambio gli negherà amore, rispetto e soprattutto attenzione: lo sa come ogni animale che se il cucciolo non lo istruisci, insegnandogli come si fa a non morire, per lui sarà ardua cavarsela poi. Farfallina però spera sempre. Cresce tenue, forse imbecille ma chi lo vuol sapere, adorante come tutti del figlio adorato. Vive in provincia, onesta, paurosa e laboriosa. In famiglia, a parte l’essenziale, gli manca tutto ma a lui sembra non manchi mai niente. Fedele al suo posto di eterno secondo, non chiede, non spera, chissà se capisce, sorride.
Il fratello poi muore, di morte violenta ed inaspettata. Il padre di Farfallina chiude perciò la famiglia e congeda per sempre quello che resta. Non vuole vederli, loro dovrebbero essere morti al posto del primo, l’erede. Glielo sbuffa in faccia da subito, come una cosa evidente, normale, così va. Il biondo paffuto va dunque lontano dal desco a lavorare. Soffre ma nessuno gliel’ha chiesto, nessuno se ne preoccupa. Anzi, dicono di no, che non può ora piangere la fine di chi gli stava davanti, una morte che gli è tanto utile dovrebbe anche essergli tanto cara. Niente, lui si è anche sforzato di fare contenti parenti invidiosi e male lingue mostrandosi quieto e contento, distratto alla morte e attento alla vita che potrebbe poi fare. Ci si è messo sul serio, ha fatto pure le prove. Però è più forte di lui, al fratello gli voleva un gran bene ed è strano non poterlo piangere per l’interesse. Anche il padre non approva l’amore fraterno. Lo considera, e glielo fa pesare, un ennesimo indizio della sua stupidità. Il biondino intanto ha finito il militare, l’unico del corso che si sia fatto fotografare mentre fa una smorfia per far ridere i bimbi. Lo considerano una brava e vulnerabile persona con qualche lato oscuro di troppo. Non si capisce perché si scherzi con lui una volta, due e tre e quattro senza mai lasciarlo andare anche quando non si sta divertendo e gli venga poi il nervoso. Che tipo strano, asociale, forse è matto, meglio lasciargli questa definizione. Muore il padre, un altro dolore, il più grande. Farfallina s’accascia, la sorella col kaiser. C’è il caso che ammattisca sul serio stavolta. Come fanno a non capire che ha perduto per sempre ogni possibilità di dirgli, Papà ti voglio bene, com’è che gli stringon la mano e fanno il gesto dei soldi, non ci arrivano proprio. L’eredità è cospicua ma indivisa, l’ultimo sfregio del babbo.

Il tuo racconto è in perfetta sintonia con la maschera di Pierrot: farfallina rappresenta la tristezza, non evidente, ma nascosta e mascherata da mille sorrisi!
Bravo Ricchiuti