Cultura

Viviamo male, parliamo peggio

20 gennaio 2009

Si usa una lingua grondante aggettivi inutili, quando non sono dannosi. Le parole, nel loro semplice significato, vengono ormai giudicate insufficienti. Siamo circondati da arditi dell’imperativo esortativo, avventurieri del risaputo ed esploratori dell’ovvio.


Parliamo male perché viviamo male o viviamo male perché parliamo male? Nello sfogo appassionato del supporter la sconfitta della Sinistra Arcobaleno viene così spiegata: “c’è mancata la capacità di entrismo nelle pieghe più frastagliate della realtà zigzagante“. E volevano anche sopravvivere… Presi in mezzo tra una burocrazia legislativa che ha fatto dell’incomprensibilità il tratto distintivo e la propria forza (in Sicilia vige una legge che a Palermo viene considerata ultimativa contro gli abusivi della Valle dei Templi e ad Agrigento una sorta di condono tombale) e una lingua plasmata dalla televisione, la semplicità delle parole non ci basta più. Nutriamo la costante ossessione di andare oltre, di pronunciare affermazioni che abbiano in sé qualcosa di definitivo. Così abbiamo inventato il supervertice (dimenticando che vertice è già il punto più elevato), la super top model e la classifica dei dieci super top manager (benché top in inglese significhi cima). Non esiste oramai una tragedia che non sia vera, una strage che non sia cruenta, un trionfo che non sia autentico. L’abitudine dell’aggettivo rafforzativo si è talmente radicata da aver creato una nuova scala di valori: l’incidente automobilistico con un morto e tre feriti è stato definito nel tg una strage. La sciagura ferroviaria non presuppone più la presenza di vittime, basta una semplice ammaccatura di lamiere. Tramonta la buona usanza di rispondere sì o no a una domanda. Peste lo colga chi non premette l’avverbio assolutamente, il quale sta dilagando nell’eloquio giornaliero peggio della rucola nei ristoranti milanesi d’inizio anni 80. Fanno persino sorridere le battaglie stilistiche condotte da Montanelli contro taluni modi di dire – nella misura in cui, i ragionamenti che potevano stare a monte e a valle – i quali, a suo avviso, ingarbugliavano il corretto uso dell’italiano.

PAGLIACCI O PAVONI? – Oggi voliamo molto più in basso con la trasformazione dello scontato in traguardo ambito. Dunque l’accordo sull’Alitalia dev’essere alto; il dibattito sulle riforme costituzionali ampio; il governo funzionante; gli assassini condannati; i corrotti e i corruttori puniti. Eppure ognuna di queste banalità è pronunciata con la stessa solenne compostezza usata da Churchill quando nel 1940 promise agli inglesi lacrime, sudore e sangue. A meno che il degrado nel quale sprofondiamo non costringa a ricominciare da zero, smentendo persino la felice intuizione di Troisi: ricomincio da tre. D’altronde Fulvio Collovati, straordinario centromediano di Milan, Inter, Roma, campione del mondo nel 1982, da commentatore televisivo va avanti per assonanze fonetiche, insensibile al significato stesso dei termini che usa. Siamo circondati da avventurieri del risaputo (Casini: “in parlamento faremo un’opposizione repubblicana”) e da esploratori dell’ovvio (Colaninno: “l’accordo si farà se i patti saranno chiari e i conti trasparenti”). Dietro di essi si muovono gli arditi dell’imperativo esortativo, sempre pronti a ricordarci le basi della convivenza civile: non si guardi in faccia a nessuno; chi ha sbagliato, paghi; si accerti la verità; chi sa, parli. Mentre a loro stessi riservano una prima persona che cerca di mescolare autorevolezza e modestia: non sottovaluterei; non passerei sotto silenzio; non mi crogiolerei. Nella nostra epoca infelice anche la cultura può arrecare danni e senza fare distinzioni tra il maestro e l’esordiente. I titoli di un capolavoro di Garcia Marquez (Cronaca di una morte annunciata) e di un’azzeccata autobiografia di Marina Lante della Rovere (I miei primi quarant’anni) hanno assunto il ritmo e la frequenza di una persecuzione. Da un quarto di secolo ogni calamità, ogni sventura sono, a posteriori, annunciate. Abbiamo cancellato il Caso, Dio, la Natura nella sicumera che tutto sia prevedibile. Peccato che a noi mai riesca di prevederlo e di scongiurarlo. Da un quarto di secolo non esiste genetliaco che, in pubblico o in privato, non sia preceduto dall’immancabile “primi”, alla faccia dei confini anagrafici. Per cui, passi per i primi cinquant’anni di Madonna, ma in televisione sono stati appena festeggiati i primi ottant’anni dell’artista che davanti alla telecamera appariva molto più di là che di qua.

 

13 commenti a Viviamo male, parliamo peggio

  1. “D’altronde Fulvio Collovati, straordinario centromediano di Milan, Inter, Roma, ”

    ricordo male – ero piccolo all’epoca! – o faceva lo stopper?

  2. Quest’articolo mi ha fatto riaffiorare alla mente uno dei capolavori del grande Totò: la famosa lettera in “Totò, Peppino e la malafemmina!”:
    Signorina,

    veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, che scusate se sono poche ma 700 mila lire ;a noi ci fanno specie che quest’anno, una parola, c’e’ stata una grande moria delle vacche come voi ben sapete . : questa moneta servono a che voi vi consolate dei dispiacere che avreta perche’ dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimi di persona vi mandano questo perche’ il giovanotto e’ uno studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioe’ sul collo . ; . ;

    salutandovi indistintamente

    i fratelli Caponi(che siamo noi)

    …assolutissimamente un gran bel post! :)

  3. cordapazza

    …e la priorità che è sempre acquisita; la temperatura, percepita; il tempo, invece, reale;
    l’impatto? sostenibile; le stragi, sfiorate; il valore? aggiunto!
    Ma quello che mi fa impazzire è il “piuttosto che” usato a spoposito(dire “mi piace il mare piuttosto che la montagna” ma non riuscire mai a sapere se proprio ci piace il mare piuttosto che la montagna) e, soprattutto, “DEVASTANTE”: ormai tutto è devastante, dalla piscia del gatto all’orgasmo della formica.

  4. cordapazza

    ehm, visto il tenore del post, per favore togliete quella virgola tra “grondanti” e “aggettivi”? è meraviglioso e raro quel participio usato in funzione verbale col suo bravo complementino oggetto!:-)

  5. Sigpar

    ma perchè vogliamo parlare di tutti i termini inglesi che si usano oggi? Io dico sempre che chi parla con “troppi” termini inglesi è perchè non conosce la propria lingua..
    :-)

  6. cordapazza

    Secondo me non è un problema solo di scelte lessicali: anche la lingua latina usava grecismi, gallicismi (ed è questo il destino fisiologico di ogni lingua). Ma questo serviva a dare ulteriori sfumature di significato e precisione o, al contrario, di ricercata indetrminatezza, a quello che si voleva dire. Tutto sta, anche in questo caso, a non servirsi banalmente e stancamente dei termini stranieri entrati nell’uso, ma a conferire loro intensità nell’affascinante dimensione di ogni espressione del pensiero, soprattutto scritto.

  7. AG

    ““D’altronde Fulvio Collovati, straordinario centromediano di Milan, Inter, Roma, ”

    ricordo male – ero piccolo all’epoca! – o faceva lo stopper?”

    Somaro, nel WM il centromediano è quello che in inglese si chiamava stopper. Portiere, terzini, centromediano, mediani, mezze ali, ali, centravanti.

    Vabbè tifi Roma, checcevoifà che manco Liedholm ti ricordi? :P

  8. @ cordapazza:

    errore corretto (è stato nostro, non dell’autore :D )

  9. AG

    Vedi la differenza fra me e cordapazza? Io conosco il centromediano e il WM, lei l’italiano. Perchè ti ostini a volermi fare scrivere? :D

  10. La sensibilità nell’utilizzo degli aggettivi nasce dalla pratica e dalla cultura letteraria che una persona possiede.
    Gli aggettivi rafforzativi di cui sopra sono tipici della cultura del sensazionalismo da cui siamo circondati (tv, radio, stampa, internet).
    Dalle mie parti (provincia di Milano) c’è un vecchio detto che dice: “Chi vusa püsé, la vaca l’è sua!” (Chi urla più forte, sua sarà la vacca) ma se nessuno può alzare il volume di ciò che scrive e non si possono urlare le notizie in tv (oddio, nei sommari poi lo fanno ugualmente) come bisogna fare? Ingrossare le notizie ed i fatti con gli aggettivi per creare un impatto maggiore.

    Onestamente non capisco perché tanto stupore per quello che, alla fine dei conti, si fa da quando furono stampati i primi quotidiani: urlare le notizie per venderle meglio (si vedano gli strilloni di novecentesca memoria).

    Sta poi all’intelligenza di ognuno di noi capire come, quando e perché utilizzare degli aggettivi rafforzativi e quando no.

  11. cordapazza

    ag: vive la difference!:-)
    grazie greg!

  12. giuspe

    >> “c’è mancata la capacità di entrismo
    >> nelle pieghe più frastagliate della realtà zigzagante“

    …é vera?!? [stupore]

    …o come quando trovano delle armi nella cantina di qualcuno si tratta sempre di “un vero e proprio arsenale” (mica come la volta prima, che c’erano i mitra di legno e le pistole di sapone…)

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