Alfredo è un nostro connazionale di origini italo-eritree. Uomo di forte tempra e grande coraggio, ha speso gran parte della sua vita a combattere, senza mai perdersi d’animo, convinto che anche gli accadimenti più negativi abbiano un loro perché.
Con questo articolo comincia una serie di “Ritrattistorie”, racconti veri di gente di strada che Gloria Demo ricostruisce con lo stile che la contraddistingue.
“I miei amici erano deboli e loro, indegni di quelle vesti religiose, li violentavano… Carogne! Ma con me no, non ci sono mai riusciti. Mi hanno picchiato, bastonato, ma non c’è stato verso”. Sbotta a piangere mentre richiama alla memoria i ricordi più rudi, quelli della sua infanzia. Si alza dal tavolo e va verso il bancone. Cerca di difendersi dalla lacrime. Fa male sempre, ogni volta che ci pensa – dice – eppure si contiene. E’ un uomo duro. Beve un sorso e torna a parlare con noi (io che mi perdo spesso nelle sue parole e Massimiliano, che scatta qualche foto). L’uomo che abbiamo davanti si chiama Alfredo Andorlini ed oggi, 16 gennaio, è il suo compleanno. E’ primo pomeriggio e siamo a Parma, seduti nel bar che gestisce da tre anni. Ci sono tornata qualche sera fa, per la seconda volta dopo tanto tempo, ed ho ritrovato quel profumo di spezie sconosciute che mi era rimasto impresso. Intenso, forse anche troppo, come quel chiacchiericcio confuso dei clienti, e quei suoi occhi, grandi e scuri… Gli stessi che ora, illuminati da un sole tenue che si affaccia dalla vetrata, si socchiudono, si bagnano, si sgranano, accompagnando il suo racconto.
L’INFANZIA E GLI ABUSI - Nato a Massawa, un grande porto sul Mar Rosso, nel 1950, Alfredo è figlio di un’avventura tra una ragazza del posto ed un signorotto italiano. Lo stato dell’Eritrea allora non esisteva ancora. Quella terra, che un tempo era stata una colonia italiana, in quegli anni era sotto protettorato britannico. Si preparava, per quel posto, come per il protagonista di questa storia, un destino singolare, tumultuoso a tratti. A 4 anni Alfredo venne portato in un orfanotrofio gestito da frati francescani italiani, in un paesino di campagna vicino ad Asmara, dove nel frattempo si era trasferito con la madre. I soldi non bastavano. Il padre li aveva abbandonati. Non c’era altra scelta.
Da quel momento impara a cavarsela da solo, a resistere alla violenza, a combattere, ad ingegnarsi per sopravvivere. Era un inferno lì dentro. Pochi i religiosi degni della veste che indossavano – venivano da Bergamo e da Brescia - ricorda. Salvo qualcuna, nemmeno le suore si comportavano meglio. Suor Prassede, eritrea, era una carogna. Come gli altri. “Maiali! Hanno abusato dei più fragili”, riesce a dire. “Io no, io ero duro, resistevo. Mi sono fatto percuotere a sangue piuttosto…“
I PIRATI - Per questo Alfredo era diventato un po’ un leader, il capo degli “irriducibili”, dei “pirati”. Quattro ragazzini dei quali ricorda ancora i nomi. Uno era suo cugino Franco - per il quale la vita riservava percorsi meno complessi – e poi Italo ed Enzo. Spesso affamati raccoglievano le bacche in giardino e cercavano tra gli avanzi dei pranzi succulenti dei direttori dell’ospizio. La brodaglia in mensa non bastava. Ci sarebbe voluto forse anche un po’ di latte a colazione. Ed invece sempre il solito thè con panino (ne avrebbero nascosti alcuni al chiodo sotto il tavolo per la prima fuga). Così un giorno misero in atto un piano studiato da tempo: “Abbiamo iniziato a fermare i ragazzini che portavano i vassoi del pranzo ai religiosi. Li prendevamo alle spalle, sollevavamo il coperchio, prendevamo le pietanze, lo riabbassavamo e li lasciavamo andare”.
LA TORTURA - Chi è stato? – avevano chiesto severi i loro bastardi tutori. – Io! – aveva riposto sfrontato Alfredo. Tanto già era abituato alle percosse, tanto già lo sapeva: “stavano sospettando comunque di me”. Come in un film, tanti bambini del collegio, tutti in fila avevano poi alzato la manina e fatto come lui, il solo, però, che quella volta subì la punizione, la sua ennesima tortura. Picchiato, legato con la corda per mani e piedi ad un vecchio finestrone e lasciato sospeso per ventiquattrore al buio, senza mangiare e dormire. Eppure è sopravvissuto ed ora parla con noi. Chi l’avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe riuscito a scappare da quell’inferno e a viaggiare per terra, per mare, dall’Africa all’Italia, dall’Italia all’America, quella del Nord, quella del Sud e poi ancora Libia, Iran, Iraq, Spagna - qui, sì però qui solo per vacanza – sorride.
LE SCARPE - Tanta strada. Eppure aveva solo tredici anni quando ha indossato per la prima volta il suo paio di scarpe, fuori di lì… Le sue, come quelle dei suoi compagni, in orfanotrofio stavano stipate in grandi armadi, insieme ai vestiti migliori. Tutto tirato fuori solo all’occorrenza, quando qualcuno andava a trovarli. Così sua madre non credette alle sue confidenze disperate, il giorno che venne a fargli visita. Era insieme al suo nuovo compagno, quello che, dopo qualche anno, sarebbe diventato il suo odiato padre padrone. Lo rimproverarono: “Sei un disgraziato, qui ti trattano bene e tu ti inventi queste storie”. Peccato fossero vere invece.
LA FUGA E LA MADRE - Difficile il rapporto di Alfredo con la mamma, anche dopo essere riuscito a fuggire per sempre dal collegio, insieme ai quattro irriducibili amici, al terzo tentativo. “Quella volta ci provammo di notte. Scappammo nei boschi. I lampioni ci fecero da guida per portarci a cercare riparo, in un seminario. La mattina seguente i nostri ospiti ci tradirono: denunciarono la nostra presenza. Quella volta però l’ospizio non volle riprenderci. E fummo portati in città dove si decise di rispedirci a casa. Quando entrai nel bar di famiglia trovai mia zia. Passarono quattro giorni prima che lei mi dicesse: non la saluti? E’ quella tua madre”. Era passato del tempo dal loro ultimo incontro. Ora sua lei aveva un lavoro, un altro bambino ed un marito. Un mostro, prepotente e violento. Picchiava, e forte, anche lui. “Scegli, o lui o me!” le intimò Alfredo, disperato, una volta. E fu cacciato di casa. Ci tornò poi… Del resto non aveva dove andare ed ancora non gli era stato detto chi fosse veramente suo padre. Sua mamma non poteva che averne un cattivo ricordo. Non era stato carino nemmeno con lei. Non lo era anche allora che viveva ancora nei dintorni, con una nuova famiglia, a gestire un locale sul porto, un posto di gran lusso. Alfredo non poté che entrarci pagando sempre il biglietto però, anche quando, finalmente, si erano incontrati e scontrati più di una volta.








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gran bel pezzo, bravissima Gloria.
Bel pezzo, vero. E anche belle foto!
ringrazio Alfredo per essersi raccontato a due completi estranei e mi scuso per non aver potuto scrivere tutto e per eventuali imprecisioni-
Il fotografo è Massimiliano Losini
Un pezzo bellissimo. Una conclusione che mi vede (sapete che sono un po’ così, io…) con gli occhi lucidi.
Chapeau!
C.
“Quel papà tanto ricco quanto in conflitto con le proprie emozioni, cercava di parlargli con i regali, come il primo orologio…”
Mi hai emozionata, brava Gloria!
@Lucia: in quella frase c’è un po’ il sunto del rapporto con il padre che mi ha raccontato e che non sono riuscita ad inserire. Meriterebbe un racconto a parte forse
brava gloria per come hai saputo raccontare con semplicità e senza enfasi la storia di Afredo: tanti auguri a lui e a te per la neonata rubrica!:-)
Bel pezzo, grazie e entrambi.
bello … no comment sui preti