Cultura

Il calore del sangue

15 gennaio 2009

Questo libro è una grande scoperta. Si fa leggere tutto d’un fiato. In un paio d’ore. Una storia come tante, nella Francia del secolo scorso, ambientato nelle campagne vicino a Issy-l’Eveque. Dove i boschi contengono specchi d’acqua inaccessibili agli sguardi, racchiusi da alberi e protetti da perimetri di giunchi. Il calore del sangue è la storia di quattro donne. Due mamme e due figlie. In qualche modo sorelle. In qualche modo legate allo stesso uomo. Sylvestre, il protagonista. Fronte alta, naso all’insù, le orecchie a punta, gli occhi che ridono. E’ lui la voce fuori campo, che srotola il gomitolo di stoffa in cui sono annotati gli accadimenti. Una storia di sentimenti e di passioni. Passioni tanto più urgenti e tracimanti, quanto più controllate e misurate in ossequio all’ingombrante edificio sociale piccolo-borghese della piccola provincia contadina francese. Una storia di provincia. Senza tempo. Come un grande classico ci fa interrogare sulla vita, sui rapporti umani, sulle relazioni. Su noi stessi. Punto. Sulla scia dei grandi del 900, Marai, Musil, Camus, Irène Némirovsky scrive questo racconto tra il 1937 e il 1938, prima di morire ad Auschwitz nel 1942. Irène Némirovsky è assai abile nel periodare e nell’aggettivazione. Corre lungo i poderi confinanti, sopra i ponticelli che oltrepassono i ruscelli, cogliendo i colori della natura e delle anime che quei luoghi abitano. Sbozza, con malizia, i personaggi svelandone le ipocrisie e la complessità d’animo. Non esiste felicità che non sia il frutto effimero di un precario e momentaneo istante di equilibrio. La vita borghese, fatta di abitudini e della osservanza delle regole, retta dal rispetto e dalla discrezione, passa, lungo le pagine del libro, sotto la lente di ingrandimento della scrittrice. Bisogna riconoscere che i nostri contadini possiedono un talento innato per vivere nella maniera più dura e impossibile. Per quanto possano essere ricchi, respingono con implacabile fermezza il piacere, e persino la felicità, forse perchè nutrono scarsa fiducia nelle loro ingannevoli promesse. E’ attraverso Sylvestre, lo zio Silvio, che Irène Némirovsky vive le gioie della vita, incontra gli altri personaggi, assiste alle storture della rinuncia borghese che non sa assecondare il proprio cuore. Irène Némirovsky osserva e giudica. E condanna. Con una penna che è una lancia acuminata. Vivere vuol dire emozionarsi, vuol dire celebrare sulle papille gustative ogni singolo momento della vita. Quando si è giovani, quando, dentro di sé, le forze e le energie fisiche e mentali ci sorreggono e ci spingono a desiderare il meglio, il bello, tutto ciò che infiamma il cuore. L’urgenza, l’immanente esigenza di vivere la vita cibandosi della natura, delle grazie del sesso, dell’amore, cozzano contro quello che è l’edificio sociale tradizionale del tempo. Quello della provincia contadina e piccolo borghese. Dove conta farsi una famiglia, godere della rispettabilità degli altri concittadini, dove contano i quattrini. Il grano accumulato. La redditività del mulino. La prosperità dell’allevamento. Niente grilli per la testa. Per sogni e desideri non c’è spazio, se non nelle notti ed all’interno del rettangolo del cuscino. Luogo di fortuna in cui, di tanto in tanto, i sogni trascorrono la notte. Il giorno seguente la vita vera, l’unica che ha senso vivere, è lì fuori dalla porta di casa che ci aspetta. Come i nostri padri prima di noi. Immaginate un campo al momento della semina, tutto quel che ha in sé un chicco di grano, i raccolti futuri… La vita borghese è l’unica che il buon senso ci invita a vivere. L’unica che ci dona quella tranquillità, quella che è stampigliata negli uomini tra i 40 e i 60 anni. Una felicità ammantata dal routinario osservare abitudini e precetti. Compiti e mansioni che l’organizzazione della comunità ha previsto per tutti. Anche se, sotto sotto, nessuno li tollera fino in fondo. Anche se, sotto sotto, la natura umana scava, come un fiume carsico, il letto del suo destino. Il ricordo degli anni passati raffiorirebbe più spesso, se solo volgessimo lo sguardo verso la sua sublime dolcezza. Invece gli permettiamo di restare sopito in noi, o peggio, di morire, di deteriorarsi, tanto che gli slanci di generosità che proviamo a vent’anni in seguito li bolliamo come ingenuità, dabbenaggine… Ciascuno di noi preferisce indossare per tutta la vita una o più maschere senza mai interporetare sé stesso. L’Io, Il fanciullino, Il super-io rimangono il personaggio più difficile in cui entrare. Forse perchè più che sforzarci per entrarci dovremmo essere capaci di lasciare che sia lui ad uscire.

3 commenti a Il calore del sangue

  1. cordapazza

    Non l’ho ancora letto. Dalla presentazione che ne hai fatto, chissà perché, la mia mente evoca subito un altro grande romanzo che forse ne condivide ambienti e ribellismo: “Le diable au corps” di Radiguet.

  2. “Ciascuno di noi preferisce indossare per tutta la vita una o più maschere”

    il grande Eduardo diceva: io con la gente ho sempre parlato così, dalla ribalta, fuori mi sento nudo e nudo non mi piace!
    …si indossa una maschera per non svestirsi! ;)

    Gran bel post!

  3. Tutto ‘sto parlare di maschere mi fa venire in mente Il Folle di Khalil Gibran…

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