Anche se la scena è occupata dai tank e dai caccia che continuano la loro opera, possiamo spendere qualche minuto a parlare di un paio di film israeliani che stanno riscuotendo un grande successo. Cosa c’entra? C’entra, fidatevi.
E dunque proprio mentre i cari armati israeliani infuriano a Gaza l’ironia della sorte vuole che il film del regista israeliano Uri Folman “Valzer con Bashir“, dolente narrazione tramite cartoon della mattanza di Sabra e Chatila del 1982 e fresco vincitore in Israele di ben sei Oscar, vinca anche il Golden Globe battendo sul filo di lana il nostro “Gomorra“. Una coincidenza che sembra una allucinazione
collettiva e mescola la follia della Storia e la immobile ciclicità della guerra e della sua sanguinosa inutilità. Questo è il trailer del film, che però a causa delle brevità non rende del tutto l’idea. La rende meglio questo articolo di Natalia Aspesi, giornalista e gentildonna di una Milano che forse non c’è più. Ma giornalista e gentildonna che – oltre a saperne molto di cronaca e inchieste – ha da sempre il grande pregio del gusto dell’osservazione dei costumi e dei riti sociali, visti con occhio soavemente sferzante, fino al sarcasmo. Ari Folman a 18 anni aveva partecipato all’invasione israeliana del Libano per sradicare da quei territori i palestinesi di Arafat, già organizzati militarmente e usi a lanciare missili sul Nord di Israele per gridare al mondo le ragioni della diaspora palestinese. Folman era dunque tra quei ragazzi impreparati e superarmati, così simili ai soldati di oggi a Gaza, che irruppero con i carri armati a Beirut Ovest nel settembre del 1982. Folman era anche tra coloro che circondarono i campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila per controllarli ed era anche tra chi, privi di ordini dei superiori, si voltarono dall’altra parte mentre l’esercito falangista, cioè dei cristiani maroniti, entrava in quel miserabile campo affollato soprattutto di donne e bambini pe
r massacrarne a sangue più o meno 3.000. Più o meno, perché mentre delle vittime delle Twin Towers di New York conosciamo l’esatto numero, quelle di Sabra e Chatila sono uno dei molti buchi neri della nostra informazione. E quindi della nostra coscienza. Dopo avere lungamente rimosso quegli orrori e quel trauma. “Valzer con Bashir” è il modo di Folman “per riprendersi la giovinezza, la memoria, la sofferenza di allora, chiedendo aiuto alla psicanalisi, andando alla ricerca dei suoi ex commilitoni dimenticati, che pur riluttanti, sono tornati per lui a ricordare gli incubi sepolti“. Lo spettatore resterà certamente inchiodato alla poltrona dallo sgomento nel vedere che un commilitone di Folman di quel tempo a Beirut Ovest racconta della telefonata ad Ariel Sharon, detto “Arik“, allora ministro della Difesa, “per segnalargli che correvano voci di un massacro, che gli spari e le grida che provenivano dal campo erano incessanti, e lui risponde educato soltanto «grazie per avermi informato“. Scrive Natalia Aspesi dei testimoni di allora e protagonisti del film di oggi. “C’è chi non può dimenticare il gruppo di bambini e donne terrorizzati che escono dalle miserabili baracche a mani alzate come i piccoli ebrei evacuati dal ghetto di Varsavia, chi di notte è assalito dall’ incubo di una muta di cani feroci che lo assediano e gli paiono quelli che aveva dovuto uccidere perché non abbaiassero durante le manovre. Riaffiorano immagini surreali, ipnotiche, collegate a indecifrabili angosce, una folla di donne velate di nero che corrono piangendo tra le rovine, un soldato israeliano rimasto solo sotto il fuoco palestinese che riesce a gettarsi in mare e immagina di essere salvato da una immensa figura di donna“.
CARTONI INANIMATI – Il pugno nello stomaco arriva quando la realtà irrompe senza i veli onirici dei disegni da cartoon, ma con un paio di minuti di riprese video, spaventose: si vedono le poche donne sopravvissute che “vagano come impazzite, urlando, tra montagne di cadaveri, corpi torturati, fatti a pezzi, uomini donne, vecchi, bambini“. Scene che ci fanno inevitabilmente pensare a Gaza di oggi, così che le vecch
ie immagini di un quarto di secolo fa diventano il replay di un passato che non passa ed è di nuovo presente. E Folman rincara la dose: “Voglio che con queste immagini la gente si convinca che questo orrore è veramente accaduto e che noi israeliani, non impedendolo, ne siamo stati in parte responsabili“. Il massacro durò tre giorni, sempre indisturbato. E si trattò di pura vendetta, perché il sito Internet del film spiega che secondo un ben preciso accordo tra le parti i palestinesi armati erano già stati evacuati in Tunisia da un paio di settimane. Centinaia di migliaia di persone scesero in piazza per protesta anche in Israele, tanto che il governo fu costretto a creare una commissione di inchiesta. Natalia Aspesi ricorda e conclude: “Sharon fu giudicato colpevole di non aver fatto abbastanza per fermare una strage dal momento che ne era stato informato. Dichiarato non idoneo a comandare dovette dimettersi con il divieto a ricoprire di nuovo quella carica. Nel ‘96 divenne ministro degli Esteri e nel 2001 divenne primo ministro“.
CONSIGLIO NUMERO DUE – Visto che parliamo di film israeliani, vale la pena parlare anche de “Il giardino dei limoni“. Credo che la migliore sintesi l’abbia fatta Wlodek Goldkorn, cosmopolita ebreo di origine polacca e capo della sezione Cultura de L’Espresso, sul sito di quel settimanale. Ecco cosa ha scritto: “Un consiglio a tutti. Andate a vedere “Il giardino di
limoni“, il bellissimo film di Eran Riklis. La storia è semplice: il ministro della Difesa di Israele prende casa in un luogo al confine con i territori palestinesi. Si trova come vicina una vedova palestinese che coltiva un giardino di limoni. I servizi segreti israeliani pensano che in quel giardino potrebbero un giorno, ipoteticamente, nascondersi dei terroristi… Ne viene fuori una pellicola piena di sfacettature e recitata divinamente. Soprattutto: il regista Riklis è riuscito a fare un ritratto quasi perfetto della società israeliana, quando ha a che fare con i palestinesi. C’è paranoia, ottusità, cinismo, fede assoluta nella forza, disprezzo degli altri. C’è l’idea che tutto è permesso (siccome alla festa del ministro mancano i limoni, si va nel giardino della vicina a raccoglierli). C’è anche un triste ritratto della società palestinese: dove le donne sono private di ogni diritto e dove regna una retorica verbosa quanto inutile, unita anch’essa a un profondo cinismo e disprezzo degli altri“. Goldkorn conclude dicendo che “è un peccato che il film sia stato doppiato e non mandato in sala in versione originale con sottotitoli. Si perde il fatto che gli ebrei parlano l’ebraico, gli arabi l’arabo etc.“. Molto bella comunque la colonna sonora e bella e portentosa l’attrice palestinese israeliana Hiam Abbas.
























l’attrice palestinese-israeliana vale il prezzo del biglietto
Strano, mettono entrambi in cattiva luce gli israeliani. Siete Antisemiti e continuate a nasconderlo.
Ce ne sono in giro di bei film che purtroppo non vengono pubblicizzati o nemmeno citati per dar spazio ai soliti film che non fanno pensare.
Già che ci sono:
comunicazione di servizio: “evitate come la peste il film di Muccino”.
Mi chiedo anche quanta fatica avrà fatto a trovare i finanziamenti!
Sull’Aspesi meglio sorvolare.
Ha scritto che probabilmente Gomorra è stato boicottato dalla camorra trasferitasi per l’occasione in California.
Leggetevi come viene fatta a pezzi la cosiddetta critica cinematografica italiana per l’occasione.
La Aspesi viene beccata col sorcio in bocca a scrivere di cose che non conosce.
http://www.badtaste.it/index.php?option=com_content&task=view&id=6366&Itemid=152
Il fatto che la Aspesi sia una gentildonna non la rende certo una più avvertita lettrice dei film di cui parla: in lei noto sempre quella superficiale pellicola di sociologismo buono per ogni occasione, o qualche nota di colore sulla bravura o bellezza degli attori. Più in là non va.
Riguardo al sorcio in bocca, mi è capitato (tre anni fa) di comprare un romanzo (“Il ragazzo giusto” di Vikram Seth, tascabile) sulla cui quarta di copertina era riportata una sua entsiastica recensione.
Qualche mese dopo la signora, in una lettera della sua rubrica del “Venerdì”, rispondeva dispiaciuta ad una letttrice che non aveva mai letto quel romanzo di cui, appunto, la lettera parlava…
tanto non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire
Antisemita sarai te, visto che anche i palestinesi e gli arabi sono semiti. E poi prenditela con i registi se sono israeliani. Se poi ti vuoi appellare alla par condicio, allora visto che gli ebrai in italia sono solo 3o.000 e tra loro i filisionisti meno della metà, lasciate parlarne uno ogni 2.500 commenti filopalestinesi.
simoncelli
Il direttore è stato fin troppo gentile a citare la Aspesi anziché ben altre critiche favorevoli al film e molto dure con gli israeliani alla Sharon del “La ringrazio per avermi informato”. In quanto a sorci in bocca, senti chi parla. Gli israeliani sono stati presi con una marea di sorci in bocca, tutti i massacrati di Sabra e Shatila e ora anche di Gaza. Meno male che hanno registi come questo e intellettuali come i dissidenti e gli oppositori, che salvano almeno parte dell’onore.
s.