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Tutti i trucchi per rubare ai poveri

Action Aid fa il bilancio degli aiuti umanitari in Europa e dei percorsi oscuri in cui spesso vengono convogliati, a danno di chi ne ha davvero bisogno

L’efficacia del sistema di aiuti allo sviluppo dei paesi più poveri è un argomento cruciale a livello internazionale; e sta ricevendo particolare interesse da parte dell’Europa in questi giorni, poiché la Commissione sta attualmente rivedendo la propria politica per lo sviluppo. I ministri dell’UE si stanno incontrando in queste ore per raggiungere un accordo in vista del prossimo meeting globale sull’efficacia degli aiuti ai paesi poveri che si terrà alla fine di Novembre a Busan, nel sud della Corea, alla fine di Novembre.

IL RAPPORTO DI ACTION AID – Action Aid ha stilato un rapporto in cui valuta le politiche di aiuto dei vari paesi europei, mettendo in luce molti aspetti della questione che restano troppo spesso nascosti ai più. Ci sono molti modi di far bella figura, apparendo come “generosi” ma risparmiando, e l’Italia, in base ai risultati della ricerca di Action Aid, è campionessa in questo. Uno dei modi è tagliare il debito pubblico dei paesi poveri facendo figurare questi tagli nel bilancio degli aiuti; oppure si possono versare soldi per le infrastrutture facendo in modo che i fondi vengano intercettati da imprese del paese donatore.

BUONE NOTIZIE – “Il rapporto di Action Aid – spiega Chris Coxon, Media and Communication Officer di Action Aid International – si concentra sull’idea che garantendo aiuti di qualità migliore ai paesi poveri si possa ridurre la loro dipendenza verso quelli ricchi. Partendo da questo, abbiamo scoperto che negli ultimi dieci anni la dipendenza di 54 dei più poveri paesi al mondo si è ridotta di un terzo. Inoltre, c’è stata una crescita nella qualità degli aiuti dal 51% al 55% dal 2006”. Ma cosa significano esattamente questi dati, e cosa si intende per “qualità degli aiuti”? “La dislocazione degli aiuti è guidata dagli interessi dei paesi ricchi, piuttosto che dai bisogni della gente povera – spiega Coxon -. Francia e Germania, in particolare contribuiscono molto all’alto livello di quello che chiamiamo “aiuto sub-standard”.

LA DIPENDENZA SI RIDUCE – Il rapporto Real Aid 3 rivela dunque che alcuni dei paesi più poveri sono molto meno dipendenti dagli aiuti rispetto a 10 anni fa. Per esempio il Ghana è riuscito a ridurre la sua dipendenza dai soldi provenienti dall’estero nella costruzione di infrastrutture quali ospedali, strade e strutture educative, di circa la metà. Il Nepal di più di un terzo, e il Rwanda di un quarto. L’esperta di aiuti europei di Action Aid, Laura Sullivan, afferma: “La buona notizia è che la qualità degli aiuti sta migliorando, e quindi ogni euro donato produce più risultati effettivi per le popolazioni più povere. Ma mentre  paesi come la Gran Bretagna, la Danimarca e la Svezia stanno dando un grande ammontare di “aiuto reale”, altri importanti paesi europei come Francia e Germania stanno facendo poco”.

COS’E’ L’AIUTO REALE – Per essere qualificato come “aiuto reale”, questo deve essere rivolto ai più poveri, e i paesi che lo ricevono dovrebbero lasciare spazio ai propri progetti di sviluppo, privilegiandone l’autogestione. L’aiuto reale non è legato ai paesi donatori, è amministrato in modo efficiente e impiegato solo nei paesi che lo ricevono (insomma non riportando la ricchezza ricevuta fuori dai confini). I governi dei paesi riceventi dovrebbero dunque rispondere ai propri cittadini anziché ai paesi donatori.

INVESTIRE LOCALMENTE AIUTA – Il rapporto Real Aid 3 rivela in effetti che molti spostamenti di denaro sono guidati a vantaggio dei paesi più ricchi: più di un miliardo e 37milioni di euro sono usati per finanziare compagnie europee, con l’Italia e la Spagna in testa alla lista nera. La ricerca spiega perché questo fatto è doppiamente grave: oltre a costituire una scorrettezza, investire sulle compagnie locali ridurrebbe drasticamente il costo delle infrastrutture. Un chilometro di strada nel Ghana o nel Viet Nam costerebbe anche il 30-40% in meno se costruito da compagnie locali.

E L’ITALIA? – La situazione italiana non sembra delle migliori, a giudicare dal rapporto Real Aid 3. In che modo il nostro paese venga qualificato come colpevole, lo spiega Iacopo Viciani, esperto di Action Aid Italia.  “L’Italia, innanzitutto, non raggiunge gli obiettivi di quantità degli aiuti e rappresenta da sola quasi la metà del deficit di aiuto di tutti i 27 stati membri nel 2010”. Un clamoroso buco che però migliora progressivamente nella qualità dei progetti:

BUONA QUALITA’, GROSSO DEBITO – “Nella nostra analisi, l’Italia ha mostrato un miglioramento nella qualità di aiuto che sta dando. Infatti, si trova al sesto posto nella nostra tabella del totale degli aiuti sub-standard (che non favoriscono realmente le popolazioni povere, ndr). Questo suona bene, certo, ma non dev’essere motivo di celebrazione. Il miglioramento in Italia è dovuto principalmente al fatto che non si include più il conteggio del debito come parte dell’aiuto allo sviluppo, cosa che prima avveniva. Infatti, nel corso degli ultimi 10 anni, riduzione del debito ha aumentato i livelli di aiuto italiano di oltre il 20%.

TRA I PEGGIORI DONATORI – “L’Italia, tuttavia – continua Viciani – è ancora uno dei peggiori donatori dell’UE nel fornire un aiuto sotto forma di contratti alle imprese italiane (il cosiddetto aiuto vincolato). Questo è un dato particolarmente importante, poiché l’aiuto è più efficace quando i paesi in via di sviluppo sono in grado di prendere autonomamente le decisioni su come viene speso il denaro ricevuto. Il ​​nostro rapporto dimostra chiaramente questo punto, mostrando che investire in società locali può aumentare notevolmente l’efficienza dei costi di costruzione. L’Italia, per questo, sta cercando di dare più importanza ad appalti locali. Ma finora non ha pubblicato dati chiari al riguardo.

DONARE A POCHI – Aggiunto a questo, l’Italia ha ridotto il focus dei suoi aiuti, concentrandosi su un piccolo gruppo di paesi – paesi meno sviluppati. Questo può sembrare una buona cosa, ma il problema è che tale approccio è rispecchiato da altri grandi donatori, il che significa che alcuni paesi sono in grado di attrarre più aiuti, ma gli altri stanno vedendo i livelli di aiuto ridursi drasticamente. In questo modo, devono ricorrere a un sistema di prestiti, aumentando ulteriormente il proprio debito.

PIU’ FINANZIAMENTI, MENO SOVVENZIONI – L’Italia ha spostato la sua attenzione negli ultimi anni verso la forma del finanziamento e offre meno sovvenzioni, cosa che si traduce in un aumento della dipendenza dagli aiuti. Allo stesso tempo, nonostante la riduzione del debito venga rimossa dal suo computo degli aiuti, vi include ancora una formazione militare per l’esercito albanese, e ovviamente i soldi che dà alla Chiesa cattolica.

LA TRASPARENZA CHE MANCA – Infine, la trasparenza generale degli aiuti allo sviluppo è un grosso problema per l’Italia, poiché la documentazione è complessa, difficile da trovare e spesso ambigua. Questo nonostante un processo di riforma che il nostro paese ha recentemente intrapreso per dimostrare che la qualità del suo aiuto è migliorata, anche se i livelli globali di aiuti sono diminuiti. Anche se queste riforme hanno avuto luogo, l’inclusione dello stipendio del personale come percentuale del bilancio totale degli aiuti lo ha fatto aumentare di cinque volte, mostrando che la capacità di raggiungere le persone che hanno davvero bisogno si è comunque ridotta.