Non è un paese per scienziati
14/01/2009 - La ricerca italiana agonizza, gli scienziati sono guardati a vista e con scetticismo, persino il meteo rischia di diventare una questione di destra o sinistra. Non resta che affidarci alla nostra legione straniera di ricercatori, in attesa di tempi migliori?
La ricerca italiana agonizza, gli scienziati sono guardati a vista e con scetticismo, persino il meteo rischia di diventare una questione di destra o sinistra. Non resta che affidarci alla nostra legione straniera di ricercatori, in attesa di tempi migliori?
Il problema del caos e degli strumenti per domarlo è campo di ricerca di molti fisici, matematici, ingegneri, economisti. Ma c’è chi genera il caos, soprattutto nell’informazione riguardo la ricerca scientifica che, percepito dalla gente, genera in essa un certo pregiudizio inducendola a non pronunciarsi e non interessarsi. Questa riflessione scaturisce quando si parla di ricerca in Italia. A cosa serve la ricerca? Domanda banale ma che in pochi si pongono.
Molti paesi UE investono nella ricerca perché è da essa che parte lo sviluppo tecnologico: la costruzione di un acceleratore di particelle, infatti, induce le aziende a sviluppare nuovi materiali semiconduttori che in seguito vengono impiegati per la costruzione di nuovi dispositivi utili per il quotidiano (telefonini, webcam, antenne wireless, etc.). Le tecniche di risoluzione di un’equazione complicata (ad esempio l’equazione del moto dei fluidi) porta a implementare nuovi software utili alle aziende automotive, ma anche alla finanza: in pochi sanno che molti processi decisionali degli investitori si avvalgono di tecniche e teorie matematiche per effettuare delle scelte d’investimento minimizzando i rischi economici (l’Econofisica, questa sconosciuta…).
“VE LA DO IO LA SCIENZA!” - Tuttavia l’italia non ha orecchie per filtrare le notizie e rifletterci su. L’informazione sembra mirata a disinformare, e questo ci rende impotenti. Sarà ignoranza o screditamento della scienza? Potreste trarne le vostre conclusioni leggendo due articoli: il primo apparso sul sito de ‘Il Giornale’ l’8 Gennaio, in cui l’autore ironizza un po’ sugli gli scienziati che proclamano a gran voce il problema del riscaldamento globale, secondo lui una gran bufala perché in questi giorni a Milano ha nevicato. In questo articolo Paolo Granzotto passa in rassegna in maniera ironica tutti i problemi conseguenza del riscaldamento globale, esposti soprattutto dai climatologi dell’IPCC delle Nazioni Unite, politici, quotidiani e settimanali concorrenti con la chicca finale: la Natura con le nevicate di Milano ”ha sputtanato questi cialtroni”.
Tuttavia non ci vuole una laurea in Fisica per sapere che i processi termodinamici possono maturare i loro effetti a lungo termine; ma soprattutto non ci vuole un diploma per capire che il riscaldamento della massa terrestre non può essere paragonato a quello di una pentola sul gas e che Milano non ha le dimensioni del nostro intero pianeta. Immaginate le ripercussioni sociali e politiche che potrebbero avere certe affermazioni fatte senza una base di dati sperimentali che le dimostrino.
MENO CHIACCHIERE – A volte, presi da crisi di identità causate dal caos dell’informazione, viene da chiedersi se l’Italia sia il fulcro della ricerca mondiale… delle chiacchiere. Magari si aprirebbe un nuovo corso di laurea; senza dubbi riscuoterebbe molto successo in termini di iscrizioni. Il secondo articolo, che in un certo senso è di risposta al primo, è un post apparso sul Blog di Marco Cattaneo sull’autorevole rivista Le Scienze. L’autore mette in risalto il fatto che le affermazioni del giornalista Granzotto hanno più a che fare con l’astrologia che con la scienza. In un certo senso, chi per la prima volta scrive articoli sulla meteorologia, si schieri con la linea editoriale del suo direttore (N.d.r. Giordano, sarà un climatologo?) ed evidenzia il fatto che ‘‘La scienza si occupa di tendenze che si manifestano su scale di decenni o di secoli”.
Ed aggiungerei che si basano su dati sperimentali non su fantasie e linee editoriali. Basta quindi un po’ di pazienza e un po’ di tempo da dedicare alla ricerca su internet e ci ritroviamo su siti come Le Scienze o su altri siti come ad esempio www.noisefromamerika.org gestito da un gruppo di ricercatori italiani in U.S.A. in cui si possono trovare informazioni ‘pure’ e documentate e riflessioni; come ad esempio il fatto che gli investimenti dello stato italiano sulla ricerca sono al di sotto del 25% della media europea e che, secondo gli ultimi dati Eurostat 2005/06 essi corrispondono poco più dell’1% del PIL, sotto la media UE (quasi 2%) .
LA VIA ITALIANA - Il problema si pensa di risolverlo riformando l’università in modo discriminatorio ipotizzando un’università di serie A e serie B, un po’ come avviene nel calcio. Peccato che un esperto di calci ad un pallone di serie B guadagni in un mese quel che un ricercatore guadagna in un anno. Forse i grandi industriali reputano il calcio più importante dello sviluppo del paese? Si può arrivare facilmente alla conclusione che il riscaldamento globale non dipende dalle precipitazioni che si hanno a Milano, che i tagli alle università risolvono solo le crisi delle Banche e di Alitalia ma non quelle dello sviluppo; che una potenziale risorsa del sapere può mandare avanti aziende petrolifere o bancarie, che se i dodici milioni annuali dati ad Ibrahimovic e Kakà fossero 6 si avrebbero 12 milioni in più all’anno da investire in qualcosa di utile e infine che gli asini non volano, anche se un giorno un giornalista o un personaggio di spicco lo affermasse.












@icy
“Mi convinco sempre più che in Italia andrebbe abolita la ricerca per legge, in un paese dove la maggioranza delle persone non sa fare le divisioni a mano non dovrebbe essere permesso ricercare.”
Mettersi a ragionare sull’influenza dell’attività umana sul clima è un tomo di argomento, e forse nè il Gioranle nè quel giornalista sono i migliori commentatori. In silenzio qualcuno anche in Italia studia seriamente questo fenomeno. Forse c’è da chiedersi perchè lo faccia già in silenzio, come fosse già proibito farlo.