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Il Qatar non chiude al Jazeera e raddoppia

La linea di al Jazeera non piace ai vicini sauditi che gli hanno intimato di cambiare o di chiuderla, il nuovo emiro risponde aumentando la sua potenza di fuoco mediatica e puntando le sue emissioni verso l’audience araba.

AL JAZEERA L’AMERICANA – Fu Wikileaks a gettare luce sul rapporto tra governo americano e al Jazeera, rivelando che la televisione araba è molto meno araba di quanto sarebbe lecito supporre e molto più allineata a Washington di quanto sia immaginabile: «Al Jazeera è un componente vitale nella strategia americana di comunicazione con il mondo arabo», ma anche :«il direttore di al Jazeera Thamer al Thani si è dimostrato aperto all’uso creativo delle trasmissioni di al Jazeera ben oltre la messa in onda d’interviste opportune». Così comunicava in patria Joseph LeBaron, ambasciatore in Qatar, in due cable indirizzati al Dipartimento di Stato e poi resi noti grazie alle rivelazioni del soldato Bradley Manning, diventato da pochi giorni anche per l’anagrafe Chelsea Manning.Thamer al Thani si è dimesso in seguito alle rivelazioni, ma grande è stata la delusione tra quei commentatori occidentali che piangevano la perdita di potere della CNN a favore del canale arabo,che molti dipingevano come filo-terrorista durante la War on Terror anche se in effetti il suo direttore mangiava dalla mano della CIA e la rete era considerata «un componente vitale nella strategia americana di comunicazione con il mondo arabo» dagli americani coinvolti nelle guerre scatenate dai neo-conservatori.

LE PRIMAVERE – Poi al Jazeera ha assunto ancora maggiore rilevanza in occasione delle primavere arabe, quando i suoi reporter sono stati gli unici o quasi a confezionare servizi per le grandi platee globalizzate e quindi a tenere il filo della narrazione dominante. Un attivismo che ha accompagnato quello del Qatar e del padre dell’attuale sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, che ha abdicato l’estate scorsa per lasciare il campo a un figlio che non sembra intenzionato ad affrontare passivamente le difficoltà create dall’attivismo del padre.

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LE AMBIZIONI DELL’EMIRATO – Il Qatar infatti ha assunto iniziative sullo scacchiere internazionale del tutto sproporzionate rispetto al suo effettivo peso specifico, in particolare sposando l’idea che la  Fratellanza Musulmana sia l’ingrediente principale per un’evoluzione in senso democratico dei paesi arabi a maggioranza sunnita. Non è chiara la passione degli emiri di Doha per la democrazia negli altri paesi, visto che in casa non l’ammettono, ma è abbastanza chiaro che ai vicini sauditi i Fratelli Musulmani non sono per niente simpatici, perché il loro Islam politico non prevede l’istituzione monarchica, figurarsi l’esistenza di monarchie assolute come quelle del Golfo. Una frattura che ha finito per assumere contorni tragici in Siria, dove le due monarchie finanziano fazioni ostili ad Assad che intanto di fanno la guerra per la supremazia tra l’opposizione.

LA VENDETTA SAUDITA – Una volta fatti fuori i Fratelli dall’Egitto appoggiando Sisi, i sauditi sono passati a regolare i conti con la famiglia reale del Qatar, imponendo loro di smettere di dare asilo ai FM e di cambiare la linea di al Jazeera o chiuderla. Un pressione che è arrivata fino al ritiro degli ambasciatori da Doha, compreso quello egiziano. Se la prima condizione pare essere stata accettata, in settimana si è parlato di un pressante invito ai Fratelli residenti in Qatar a trasferirsi in Tunisia, della seconda il giovane emiro proprio non ne vuole sentire parlare.

LA NUOVA TELEVISIONE – Ecco allora che l’esordio dell’Al Araby Television Network, con sede a Londra, generosi finanziamenti e già un eccellente parco di professionisti a libro paga, può essere letta sia come il tentativo di equilibrare l’offerta di al Jazeera, che come quello d’espandere dimensioni e influenza dell’attuale impero mediatico anche in direzione delle opinioni pubbliche del Golfo. A dirigere il nuovo network sarà Azmi Bishara,già direttore dell’Arab Centre for Research and Policy Studies con sede a Doha, considerato un consigliere fidato di Tamin. Un’espansione testimoniata anche dal fiorire di altri siti e iniziative editoriali che crescono all’ombra di uomini d’affari vicini all’emiro e che testimoniano come le ambizioni del Qatar non si siano sopite neppure dopo i recenti rovesci.