Dopo le chiacchiere e le promesse, finalmente i fatti. Appena dopo aver vergato il severissimo dossier sul capitalismo relazionale frutto di un anno di lavoro, che fornisce un quadro aggiornato degli assetti di governo delle società quotate e non quotate in Italia da cui emergono i punti di debolezza di un settore afflitto soprattutto da un deficit di trasparenza, l’Antitrust è passato all’azione. Non appena si è reso conto che “dal virus degli interessi intrecciati si salva appena il 20% dei casi esaminato mentre l’80% dei gruppi è gestito da organismi in cui siedono manager che hanno incarichi anche in gruppi concorrenti, o che dovrebbero esserlo ma, se così stanno le cose, qualche cattivo pensiero è giustificato” l’Autorità garante della concorrenza ha infatti ordinato a una
società telefonica di fornire informazioni sull’operazione di acquisizione di azioni di un’azienda concorrente. Dichiarando chiaro e tondo che l’azienda ha acquisito una influenza sostanziale nell’altra, in questo modo avendo un impatto sui due principali operatori domestici. La storia è importante perché la notifica è “il primo passo formale per l’avvio di una indagine antitrust che potrebbe portare all’obbligo per la società di separarsi dalla sua filiale“. L’Antitrust ritiene che sia “poco plausibile che un operatore non abbia vantaggi da una posizione di influenza nella societa’ che controlla il suo principale competitor, anche perche’ si e’ riservata diritti strategici nello stesso competitor“. Per dirla chiara e tonda, la partecipazione violerebbe principi elementari, dato che l’azienda di telefonia “riuscirebbe ad avere informazioni circa il principale concorrente riguardo piani strategici, piani tecnologici, e dettagli dei fornitori“.
Una bella storia finalmente a lieto fine, nevvero? Purtroppo no. Perché è vero che l’Antitrust di Antonio Catricalà – che al momento della creazione del governo Berlusconi era dato tra i papabili per la poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio - ha compilato un ponderoso papier frutto di un anno di lavoro, e che probabilmente poteva risparmiarsi consultando semplicemente la “mappa del potere” fatta dalla Casaleggio per Beppe Grillo. Ma dopo tanta teoria, la pratica langue e languirà: il resto della vicenda non è successo in Italia, ma in Argentina. Dove in un articolo de La Nacion tradotto qui da Stefano Quintarelli si racconta del mare di guai in cui è incappata Telefonica dopo l’acquisizione della quota in Telco (insieme a Generali, Mediobanca, Intesa e Benetton) , che a sua volta controlla Olimpia, la cassaforte di azioni Telecom Italia che garantisce il controllo dell’ex monopolista delle telecomunicazioni. Perché in Argentina l’azienda italiana detiene una quota in Telecom Argentina, mentre Telefonica è nel mercato con un altro operatore, che si chiama Telefonica de Argentina. E, chissà perché, laggiù, nel paese dei default e di Maradona, non sono così fessi da credere che se possiedi una quota inferiore al 50% in un’azienda non puoi influire in maniera decisiva sulla sua governance. Qui da noi, invece, a questa raffinatezza di pensiero l’Antitrust non è ancora arrivato, e le innumerevoli situazioni di questo tipo – sempre risolte a vantaggio delle aziende – lo testimoniano: da Unicredit in Mediobanca a Mediobanca in Generali, a tutte le altre autorizzazioni e “pareri” regalati in questi anni in barba al conflitto di interesse del quale oggi Catricalà si propone come il fustigatore. A parole, attraverso una raffinata analisi da leggere ad inizio d’anno, di fronte a un pubblico plaudente. Ma tenendo ben presente che nei fatti nulla si farà.
Poi, non è che l’Argentina sia il paese del bengodi. La poderosa iniziativa dell’Antitrust nei confronti di Telefonica cade proprio a fagiuolo per tutelare la famiglia Werthein, azionista di minoranza di Telecom Argentina che dovrebbe uscire dall’azionariato a causa di un’opzione di riacquisto delle sue azioni da parte di Telecom Italia. Sic stantibus rebus, era quasi nella natura delle cose che l’Antitrust della Plata – lì si chiama CNDC - si schierasse con i padroni di casa, in luogo di chi giocava in trasferta. E in effetti è anche vero che le varie Autorità, pure in Italia, hanno la propensione ad essere più grintose con gli stranieri, piuttosto che con gli autoctoni. Inutile ricordare la patetica manfrina che l’Autorità delle Telecomunicazioni italiana sta facendo con la Commissione Europea per garantire che Telecom non separi la rete, ma effettui solo un maquillage ad usum cretini. Così come le varie multe comminate per importi ridicoli sempre dall’Antitrust oppure ridotte dal Tar del Lazio, la cassa di compensazione dell’ingiustizia aziendale. E intanto, da altre parti qualcosa fanno. E’ per questo che rimane sempre, in situazioni come questa, la strana sensazione di dover sempre invidiare gli altri. Anche quando da invidiare non ci sarebbe un bel nulla.
Solita straordinaria vignetta di Artefatti




Ma chi crede oggi alle Authority italiane? A Catriquaraquaquà? A Pizzetti? A Cardia? E ai politici trombati (vedi Guazzaloca) che vanno ad affollarne gli organismi in cerca disperata di un gettone e un tozzo di pane.
L’antitrust è un organo del tutto incapace di risolvere questioni: le multe alle 7 sorelle del petrolio sono uno dei tanti esempi che viene dal passato e che ricorda quanto inefficace, inefficente e insufficente è il potere e l’autonomia della nostra antitrust. Comunque ricordarlo non può che far bene!
Si tratta, a mio parere, di enti creati ad hoc per far credere alla gente di essere protetta, in modo tale da poterla fregare in silenzio e fare i propri interessi.